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Robert Michels e la teoria delle oligarchie: una critica della democrazia rappresentativa

Interessante e soprattutto ancora attuale, è stata la personalità del sociologo tedesco Robert Michels coi suoi studi sulla formazione delle oligarchie politiche e della loro meccanica. Il politologo studiò attentamente il comportamento politico di quelle che chiamiamo élite intellettuali e cercò di definire la teoria dell’elitismo. Il periodo in cui operò era quello degli albori del Novecento. Come sappiamo era un tempo di grandi fermenti non solo politici ma anche culturali e sociali. Basti dire che personaggi come Michels, Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto, Werner Sombart, Georges Sorel, Karl Kautsky, Luigi Einaudi, non solo ebbero modo di conoscersi a causa della fama, influenzando a vicenda con apporti nel dibattito culturale, ma alcuni di questi personaggi, addirittura ebbero strette frequentazioni personali. Poteva capitare che alcuni intellettuali di formazione liberale potessero influenzare altri intellettuali, magari vicini al socialismo o al sindacalismo rivoluzionario in un intreccio di ideali originali quanto esplosivi che si andavano delineando.

Uno di questi significativi pensatori fu appunto Robert Michels come già anticipato. Nato in Germania, nella città di Colonia, da una famiglia con lontane ascendenze francesi, studiò in Inghilterra ed alla Sorbona oltre che in Germania. Le sue idee progressiste e riformiste lo portarono a simpatizzare per la potente e organizzata socialdemocrazia tedesca. Studiando approfonditamente la struttura del partito, però, si rese conto che col tempo, all’interno di ogni partito politico si ripetono le stesse dinamiche che caratterizzano gli Stati e ogni società organizzata. Michels si accorse che anche all’interno della socialdemocrazia, in ogni organizzazione che dovrebbe essere rivolta, nelle intenzioni, in direzione delle masse, si formano immancabilmente processi di tipo oligarchico. Con tale termine, Michels intende indicare il formarsi di interessi che coinvolgerebbe gruppi ristretti di persone che sono poste alla direzione del partito. Il pensatore osserva che immancabilmente si ripropongono sempre interessi del tutto simili a quelli dei gruppi di potere. Michels scrive: “Io di rivoluzioni ne ho viste tante ma di democrazie mai”. Non sono analisi nuove ma originale è l’atteggiamento del pensatore che cerca nuove forme di democrazia reale e non formale che superino l’impasse oligarchica che appare quasi una via senza sbocco, quasi un percorso obbligato. Michels vede nidificare l’oligarchia in ogni organismo, che sia la burocrazia dello Stato o l’apparato di un partito politico. Questo avverrebbe in organismi di ogni tendenza, come in ogni altro tipo di organizzazione. In questa burocratizzazione, i capi sono impossibilitati a rappresentare la volontà delle masse. Con ogni probabilità, Michels ha in mente il concetto di volontà generale illustrato a suo tempo da Rousseau nel famoso “Contratto sociale”. Il sociologo tedesco vede i capi emanciparsi sempre dalla massa e così facendo abbandonare. Inoltre pensa che il voto sia diventato un atto formale e non rende il cittadino veramente compartecipe del potere.

Profondamente deluso dalla classe politica espressa dalla socialdemocrazia, vediamo Michels avvicinarsi al sindacalismo rivoluzionario e alle idee di Georges Sorel e in ambienti dove ebbe occasione di avere contatti culturali con Hubert Lagardelle ed Arturo Labriola. Il sociologo coniugò il proprio pensiero sulle oligarchie col risentimento di Sorel nei confronti della classe intellettuale dei movimenti socialisti che lentamente ma inesorabilmente usavano lasciarsi, quasi naturalmente, assimilare dal mondo della borghesia e di quelli che considera i suoi maneggi. Questo fenomeno fu studiato scientificamente da Michels e viene da lui denominato assimilazione delle élites rivoluzionarie da parte del sistema liberal-borghese. Sono fenomeni e dinamiche di cui Michels amava dissertare con Max Weber di cui era allievo. Possiamo in un certo senso chiamare il Michels della sua prima fase intellettuale come l’anti Pareto. Questo perché, se Pareto accetta il fenomeno delle élites che si alternano da sempre, come un fenomeno naturale, Michels in un primo tempo le contesta e le vede come un freno. Da questa guerra alla casta della burocrazia, ebbe origine l’opinione che Sorel si era fatto degli intellettuali, da lui visti come parolai destinati a non riflettere i veri interessi delle masse. Sono queste le motivazioni ideali che dettero origine all’antiparlamentarismo di Michels, infatti il parlamentarismo era da lui visto come una burocratizzazione di ogni ideale o ideologia democratica. Come alternativa, lo studioso, pensava al carisma di un leader che potesse saltare direttamente quella che lui denomina oligarchia, l’eterna sovrastruttura nel senso di élite burocratica. Quella della democrazia diretta era una chimera che aveva attirato in quei tempi molti personaggi della cultura politica europea. In Italia, a tal proposito, scrisse un piccolo saggio anche il socialista Giuseppe Rensi, anche se non arrivava a conclusioni radicali.

Forse Michels può aver pensato ai rapporti che intercorsero fra Cesare ed il Senato di Roma, l’oligarchia dell’epoca antica. Oppure un rapporto analogo a quello che intercorse fra il giovane Napoleone Bonaparte e il Direttorio che altro non rappresentava se non il pensiero rivoluzionario trasformato in oligarchia. Infatti il sociologo pensava che il parlamento potesse essere bypassato per avere un rapporto più diretto e meno mediato con le masse. L’idea della democrazia diretta, da Jean Jacques Rousseau, in realtà, non ha mai cessato di animare gli animi di molta intellettualità rivoluzionaria che sia stata di un socialismo marxista o di altre scuole. Per ottenere questo tipo di democrazia non filtrata dalle oligarchie del partito, si fa largo il pensiero dell’uomo carismatico capace di interpretare la volontà generale. Il sociologo aveva avuto l’opportunità di frequentare l’Italia già prima della Grande Guerra ed ebbe modo di osservare da scienziato della politica i sommovimenti e gli intrecci ideali che si verificano nella penisola. In quel periodo esisteva un vivace dibattito politico culturale fra socialismo, sindacalismo rivoluzionario, dannunzianesimo del periodo della carta del Carnaro, futurismo, interventismo di Sinistra, repubblicanesimo, nazionalismo e idealismo militante, portato avanti dalla rivista La Voce di Giuseppe Prezzolini. Da qualche anno era avvenuto un mutamento di prospettiva in Michels che si era avvicinato non poco alle teorie di Gaetano Mosca ed anche a quelle di Vilfredo Pareto come avevano fatto anche altre élite rivoluzionarie europee. Il mito dell’élite rivoluzionaria, si poteva sovrapporre infatti a quello della presa di coscienza proletaria, come avvenne anche con Mussolini e con Lenin. Questa teoria che influenzò anche Gobetti e Gramsci. Michels aveva cominciato da tempo a seguire con interesse anche il ribellismo di un socialista romagnolo massimalista e che usciva dai normali canoni del burocrate di partito data la sua carica rivoluzionaria.

L’uomo di cultura, infatti da molti anni era compagno di partito di Mussolini perché da tempo era iscritto al Partito Socialista Italiano. Michels si radicò maggiormente nella sua idea dell’anti parlamentarismo tanto da scrivere: “Il parlamentarismo è una falsa leggenda: non siamo noi che votiamo i rappresentanti ma sono i rappresentanti che si fanno votare da noi” oppure in modo ancora più drastico, in altra occasione, scrive: “A nulla valgono i movimenti popolari, perché chi li guida abbandona la massa e viene assorbito dalla classe politica, parte incendiario e arriva pompiere”. Michels, ad un certo punto della sua vita, divenne consuocero, per un fortunata coincidenza, di Luigi Einaudi e si pensa che fu quest’ultimo ad adoperarsi per fargli avere la cattedra di sociologia di Torino.

In un’altra chiarificatrice affermazione di Michels disse: «Chi dice democrazia dice organizzazione; chi dice organizzazione dice oligarchia; chi dice democrazia dice oligarchia». In seguito, vedendo l’ascesa di Mussolini e forse influenzato anche un analogo entusiasmo di Sorel per il personaggio, pensò di vedere in questo rivoluzionario l’uomo carismatico che aveva teorizzato. Infatti storicamente occorre puntualizzare che non fu Mussolini a creare il mito dell’uomo carismatico ma sembrava essere divenuta fra una certa cultura di Sinistra e no, un’attesa quasi messianica, quasi un luogo comune, alimentato anche dal poeta vitalista Gabriele D’Annunzio. Mussolini forse fu abile nel cavalcare questa attesa o forse fu vittima anche lui di tale idea quasi messianica. È forse questa la ragione per cui Michels trovo’ naturale vedere in Mussolini il socialista antiparlamentare, l’anti oligarca, l’uomo carismatico. Michels divenne un convinto assertore del primo fascismo dopo un dialogo sulla concezione dello Stato avuto direttamente con Mussolini nel 1924. In seguito, a Parigi, come rappresentante culturale italiano descrisse con convinzione, il fascismo stesso, come un movimento pacifista e antirazzista. Si spense pochi anni dopo senza poter vedere l’evoluzione e la tragica fine del fascismo italiano. La sua opera principale è un testo ritenuto importante anche ai nostri giorni è il “saggio sulla sociologia dei partiti politici”.

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