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Basta osservare l’abbigliamento che la nostra epoca ha adottato per comprendere che è un modo di vestire che non è stato scelto ma che è stato imposto dall’alto senza che nessuno se ne avvedesse, perché tutti ingenuamente hanno pensato che la moda si fosse preoccupata della loro comodità. Solo analizzando le origini di tale mutamento si potrà comprendere la logica di un abbrutimento che sta facendo smarrire ogni dettame di buongusto e ricercatezza, in nome di un concetto di malintesa libertà.
Lo stilista Valentino in un’intervista, fece una semplice osservazione che forse le femministe non hanno gradito. Disse che nell’abbigliamento i pantaloni alle donne non erano adatti e questo non era dovuto al capo in sé che potrebbe avere una sua avvenenza, ma al portamento che permetterebbe. Infatti, ogni donna, sentendosi meno costretta, coi pantaloni assume un atteggiamento più sciolto e meno vincolato e con la troppa “libertà”, anche la grazia ne viene immancabilmente a rimettere. Questo vale anche per gli uomini con abiti troppo liberi e “comodi”.
Torniamo indietro nel tempo, quando esistevano i primi fucili con accensione a miccia, le scintille dello scoppio avrebbero potuto colpire immancabilmente il collo dei fucilieri. Da questo inconveniente, nacque l’esigenza di munire il militare di un colletto alto e rigido. Quando i fucili furono modificati, non fu abolito il rigido colletto rialzato perché conferiva al militare un portamento marziale dato proprio dalla costrizione.
Lo stesso discorso vale per molti altri capi di abbigliamento civile come le giacche a doppiopetto, i colletti delle camicie alti e inamidati, le cravatte corpose, persino determinati modelli di cappelli da uomo e da donna costringevano ad un portamento diverso, quasi regale. Per non parlare dei corpetti dell’abbigliamento femminile e delle scarpe da donna con i tacchi eleganti quanto scomodi o le gonne lunghe e attillate con uno spacco per permettere un’andatura a piccoli passi come usavano in estremo Oriente. Naturalmente non erano abbigliamenti da lavoro ma da convivialità.
La società industriale ha fatto mutare radicalmente mentalità alle masse. All’estetica, che oggettivamente comportava alcune costrizioni, è stata anteposta la praticità, la comodità, la libertà, il confort, l’economicità, la velocità di movimento e di produzione, valori più apprezzati per una maggiore redditività. Gli abiti sono diventati sempre più informali e viene imposta la moda casual e lo stile diviene semplice e pratico. I pantaloni sono sostituiti spesso dai Jeans, le scarpe, sia da uomo che da donna, da comode sneakers in gomma, spesso si usa indossare addirittura tute da ginnastica perché comode.
Tutto appare essere dettato in nome della comodità, della praticità, ma sono soprattutto i costi di produzione a cui si pensa. Tutto questo processo è a detrimento dell’estetica la quale è sempre costrizione e non rilassatezza. Effettivamente la nuova cultura rinuncia alla grazia perché ripudia ogni tipo di disciplina, di portamento e dove il nuovo modello di donna proposto perde gran parte della propria femminilità, del proprio fascino e magia, in nome di un’uguaglianza se non addirittura di una uniformità di genere.
Anche in campo artistico, dal secolo scorso, prese piede, quasi anticipando la moda, un’arte informale, cioè venne abolita totalmente ogni riferimento ad ogni forma come fosse un inutile accessorio, escludendo ogni oggettività espressiva. Il mutamento avvenuto nel Novecento non ha risparmiato l’architettura, in cui ogni casa si è trasformata in modulo abitativo.
Non è una cosa da poco perché da sempre, ogni dimora ha sempre avuto un’aura di sacralità ed era protetta dai Lari, gli spiriti degli antenati, anche la più semplice dimora era concepita come un tempio. I primi mutamenti li aveva apportati l’architetto Gropius formatosi alla scuola tedesca Bauhaus, dove insegnava e in seguito lo vediamo emigrato per operare negli Stati Uniti. Pensava che per ragioni economiche, più che estetiche, i moduli abitativi dovessero essere privati di cornicioni, marcapiani, zoccoli, decori, modanature sopra le finestre, davanzali.
All’interno fece abolire i battiscopa, restringere i corridoi, diminuire l’ampiezza dei vani e abbassare i soffitti. Questi furono gli apporti “estetici” di Gropius per le case dei lavoratori della Siemens. La nuova estetica era un sostanziale impoverimento. Non esisteva alcuna soluzione estetizzante come invece negli schizzi dell’architetto futurista Sant’ Elia.
In seguito con l’apporto di Le Corbusier, l’architettura subisce un altro duro colpo con il “Purismo”, modello per le periferie di tutto il mondo e le innumerevoli speculazioni edilizie. Sempre a Le Corbusier si fa risalire lo stile denominato brutalismo. Sono edifici in cemento armato a vista e privi di intonaco e finiture.
Strutture che si rivelarono ideali nel dopoguerra a causa dell’urgenza di costruire velocemente in modo economico date le distruzioni belliche. È un’architettura che si riallaccia al minimalismo e si richiama alla funzionalità. Il nome brutalismo deriva da “béton brut”, cemento grezzo. Purtroppo il brutalismo ci ha regalato anche troppi ecomostri che sono stati abbattuti dopo qualche decennio di vita.
Forse una parte di responsabilità di questa ventata antiestetica, inconsapevolmente, è da attribuire allo scrittore russo Lev Tolstoj. Costui, culturalmente contribuì a creare una cesura fra etica ed estetica optando per l’etica dato che era un moralista. Del resto fra estetica, piacevolezza, bellezza, tutti concetti che sono spesso contrapposti alla morale è esistita una certa idiosincrasia.
Tolstoj credeva erroneamente che dietro ogni estetica si nascondesse il nichilismo. La sua morale forse era affine a quella che ispirava le Vanitas della Controriforma. Lo scrittore russo pensava a correnti estetiche che si affacciano alla sua epoca e che anteponevano la bellezza alla morale.
A questa corrente di pensiero si avvicinava Gabriele D’Annunzio, il quale concepiva ciò che era estetico come uno stile di vita e voleva fare addirittura della propria vita un’opera d’arte affrancando l’estetica da ogni moralismo in modo nietzscheano. Tolstoj, però, si sbagliava intorno al nichilismo perché questi erano i peggiori nemici della bellezza come di ogni principio morale.
Questa moderna corrente di pensiero che si era manifestata proprio in Russia, credeva nel relativismo estetico per cui bellezza e bruttura non sarebbero degli assoluti ma relativi alle circostanze in cui ciò che è ritenuto bello è solo percepito e nulla è oggettivo. Questa falsa antitesi fra i due concetti è nata perché con la modernità è stato perduto il concetto greco di Kalos kai agathos, di bellezza e di bontà come due concetti equivalenti.
Gli Elleni pensavano, non a torto, che l’estetica, il gusto di ciò che è bello, possa portare anche alla bontà e questo perché la bellezza può influenzare anche il comportamento e non è opposto a ciò che è buono. Occorre comprendere che ogni abbrutimento è causato sempre dalla perdita di prerogative umane e da un avvilimento anche morale oltre che estetico.
Per osservare questo fenomeno basti pensare alle manifestazioni di diffusione della criminalità nelle periferie degradate con individui che abitano squallidi e antiestetici moduli abitativi dove ogni parvenza di ordinamento comunitario e di formalità e cultura è scomparsa insieme ad ogni ricerca di decoro con un involgarimento di ogni comunicazione.
L’antica visione greca basata sull’equilibrio del bello e del buono e sull’imitazione dell’armonia del cosmo e della natura, non era completamente scomparsa col mondo greco. La cultura dei Greci ha plasmato la nostra civiltà che è stata edificata sui medesimi principi culturali classici ereditati.
Solo in seguito alla rivoluzione industriale l’Europa si è allontanata da questi fondamenti e questo perché non erano più funzionali alla produzione di massa in cui l’estetica era diventata la nemica dell’ottimizzazione delle risorse e si cercava unicamente di minimizzare gli sprechi e fra questi viene messo anche ogni decorativismo con utilità solo estetica e non pratica.
Come reazione a questa modernità si ebbe la denuncia della decadenza come fecero appunto la corrente letteraria del decadentismo e dell’estetismo che si opponevano all’esondazione di un razionalismo che stava uccidendo l’anima e il senso estetico di ogni persona. Purtroppo furono irrisi e la società per curare le anime inventò la psicanalisi.
Con la modernità ogni estetica non è più causa di ispirazione della morale come si pensava un tempo, cioè che la ricerca della bellezza potesse portare ad un maggior rispetto per l’armonia del mondo. Oggi è utile solo ciò che è comodo, economico, veloce, tutte cose che con ciò che è bello non hanno nulla a che vedere.
La prova che la sapienza greca nascondeva una verità profonda la possiamo vedere dal fatto che certe periferie imbruttite in tutto, sono anche incattivite, inselvatichite tornate quasi ad uno stato primitivo. L’ingentilimento delle forme, il garbo, la grazia, l’eleganza del portamento, trasformano spesso anche gli istinti delle persone, costringendoli come una disciplina, perché la bellezza è appunto una disciplina e non un estro.