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Quando Roma scoprì l’America: le spedizioni perdute degli antichi navigatori

Dalle rotte verso l’India alle coste del Brasile, tra ananas a Pompei e teste romane in Messico: indizi sorprendenti di un antico mondo globale.

Ascolta la versione audio di questo articolo (generata da IA).

Abbiamo notizia di varie spedizioni Romane alla ricerca delle mitiche sorgenti del Nilo e di altre esplorazioni organizzate per conoscere le carovaniere che penetravano nell’Africa sub-sahariana. Furono organizzate spedizioni anche in direzione del lago Ciad, all’epoca molto più esteso di come si presenta oggi e del Niger.

Oggi inoltre sappiamo con certezza che, sia gli antichi Romani che, in epoca successiva, i Vichinghi, sono approdati nel continente americano, ad una distanza temporale di circa un millennio gli uni dagli altri. Le navi romane approdarono con ogni probabilità dalle parti del Brasile e la traversata fu abbastanza agevole. Infatti, avrebbero dovuto solo costeggiare la Mauritania per poi prendere il largo. In quel punto la distanza fra le due sponde dell’Atlantico è molto più breve della rotta intrapresa nel 1492 da Cristoforo Colombo con le sue tre Caravelle. Le navi romane infatti dovettero attraversare solo 2800 chilometri di oceano aperto prima di approdare dalle parti del Brasile.

I Romani erano muniti di grandi navi adatte per traversate oceaniche. Avevano anche la tecnica che permetteva loro di foderare interamente lo scafo per impedire al legno di corrompersi durante i lunghi percorsi. Siamo informati, grazie ai cronisti dell’epoca, che i Romani erano in grado di costruire navi da trasporto merci colossali come quelle che si distinguevano a causa della velatura rossa e che facevano la spola fra Roma e l’Egitto per il trasporto di grano, erano le “galeazze” dell’antichità.

Inoltre, una volta l’anno, una flotta composta da centinaia di grandi navi commerciali prendeva il largo da un importante porto Egizo affacciato sul mar Rosso in direzione dell’India. Sappiamo che un imperatore aveva addirittura fantasticato di tagliare un breve tratto di deserto dal Nilo al mar Rosso per fare un canale e liberare la via delle Indie per permettere un viaggio direttamente da Ostia. Un’idea azzardata che forse è meglio non si sia mai realizzata.

Una volta approdati in India, i mercanti Romani, commerciavano scambiando merci con mercanti indiani e non solo, talvolta anche con filippini che si facevano trovare con le loro merci e la loro flotta all’appuntamento. Questo per dire che per Roma, percorrere il braccio di Atlantico dal continente africano al Brasile, non era cosa impossibile.

Sappiamo con certezza che i navigatori Romani hanno esplorato le coste del Brasile perché hanno fatto “foto ricordo”. Infatti nella casa dell’efebo di Pompei, gli archeologi hanno fatto uno strano ritrovamento. Consiste in una statua in marmo che rappresenta un fanciullo che tiene chiaramente in mano un ananas riprodotto con dovizia di particolari con una realistica rappresentazione. Questo reperto destò non poca perplessità negli archeologi, tanto è vero che in un primo momento non ebbero il coraggio di nominare il frutto come un ananas sapendo che questo, all’epoca dell’eruzione, cresceva unicamente in America e che nel 79 d.C. quel continente non era stato ancora scoperto.

Allora frettolosamente decisero di catalogare il frutto come pigna. Che fosse un ananas si poteva evincere non solo dalle dimensioni, sproporzionate per essere una pigna, ma soprattutto dal ciuffo apicale di foglie detto corona da cui il bambino Romano lo reggeva soddisfatto.

Ma i Romani non si limitarono a rappresentare il bambino, sicuramente di famiglia patrizia, che mostrava fiero un ananas che il padre gli aveva appena regalato. Un abile mosaicista, nel costruire pazientemente, tessera, dopo tessera, un grande pavimento del I secolo d. C. e che attualmente è ubicato al secondo piano del museo del Palazzo Massimo alle Terme di Roma, pavimentazione costituita da innumerevoli tessere, decise di rappresentare una natura morta con al centro una canestra colma di frutta con melegrane, fichi, uva, mele e inaspettatamente, un ananas adagiato su un fianco della canestra che era il frutto più decorativo.

Infatti, nonostante sia ben visibile e di notevoli dimensioni, e che davanti a quella canestra con la frutta, siano passati milioni di turisti, nessuno “vede” il grande ananas perché incongruo e antistorico.

Ulteriori tracce di spedizioni Romane nelle Americhe sono state rinvenute direttamente nel nuovo mondo. In un monumento funerario Azteco è stato osservato un reperto incongruo consistente in una scultura incastrata nell’antica struttura e rappresentante una testa Romana di epoca imperiale denominata “Testina di Toluca” insieme ad altri reperti Romani esposti nel museo di Comalcalco, una città Maya costiera, nella parte meridionale del Messico affacciata sul golfo del Messico, nella a parte che di trova nell’istmo dell’America centrale.

Probabilmente, dopo qualche viaggio i mercanti Romani non sono più tornati nelle Americhe perché non avevano incontrato dei ricchi mercanti con cui trafficare dato che lo scopo principale non era esplorativo ma mercantile e, di quelle terre occidentali, si perse anche la memoria perché nessuno aveva compreso che si trattava di un continente, come 1500 anni dopo non lo aveva compreso nemmeno Cristoforo Colombo che credeva di trovarsi nelle Indie occidentali e infatti poco dopo, altri, battezzarono fico d’india un frutto che in realtà era messicano.

Non sappiamo quasi niente invece, delle spedizioni e degli stanziamenti dei Vichinghi in America del nord. Sappiamo da vaghe cronache e da pochi reperti che in modo avventuroso giunsero nel nuovo mondo forse senza sapere dove fossero giunti e molti non tornarono da quella breve colonizzazione.

Questo anche se alcuni hanno voluto collegare l’avventura americana dei Vichinghi, al mito peruvuano del Kon Tiki, il misterioso dio bianco giunto secondo i racconti dei nativi, fino al Perù, degli Inca e poi ripartito per mare nel Pacifico verso la Polinesia.

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