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Tutti avranno sentito menzionare il demone Mammona, nome di uno spirito infernale che, secondo la tradizione biblica, rappresenta la brama nei confronti della ricchezza terrena, quando viene idolatrato e diventa principio di dannazione spirituale e perdizione. Di questo demone e della sua bramosia di ricchezza parla un passo di uno dei Vangeli con le famose parole riguardanti l’alternativa fra “Dio o Mammona”.
Però nella mitologia europea, quella Greca e Romana, esisteva una tradizione diametralmente opposta riguardante un’entità denominata Mammona. A Roma, la Grande Madre, non era altro che la manifestazione di questa Mammona, una divinità della natura, o meglio, in realtà era la forza invisibile, la potenza generatrice della natura. Al contrario, la sua manifestazione visibile era la terra, Mater Matuta, dea della fecondità, la “madre propizia”, dea di ogni inizio e dell’aurora. Questa era la divinità della fertilità e della crescita. Mater Matuta, spesso viene associata a Mammona perché quest’ultima non era altro che la sua manifestazione visibile, la sua proiezione, rappresentata dalla terra. Un pensiero analogo al sole visibile degli Egizi, mosso da un altro sole, il motore invisibile.
La nostra Grande Madre era identificata anche con Cibele, l’origine e la fonte di ogni tipo di vita, di nutrimento, fertilità, ed era associata per simpatia con l’elemento acqua, con la terra, la flora, la fauna. Mater Matuta era una divinità preromana o addirittura, forse, preindoeuropea, perché era una divinità primordiale.
In seguito, da un tipo di religiosità esclusivamente matriarcale, subentra un diverso tipo di religiosità prevalentemente patriarcale. Questo mutamento viene illustrato sia dall’antropologo Johann Jakob Bachofen, con la sua opera “Il matriarcato”, che dagli studi dell’archeologa Marija Gimbutas, anch’essi relativi alla religione matriarcale. La nuova era introduce divinità supreme esclusivamente maschili, pur mantenendo importanti divinità femminili preesistenti. Con questa radicale mutazione culturale abbiamo una vera rivoluzione, che provoca il tramonto del culto della Grande Madre. Con questo declino, il culto di Mammona rimase vagamente nell’immaginario collettivo, ma si tramutò lentamente in demone, un semplice spirito interposto fra il mondo del divino e quello dell’esperienza sensibile, dispensatore di facoltà soprannaturali.
Essendo mutato il senso della parola “demone” in diverse culture, il passo fu breve per diventare, nei testi biblici, un’entità negativa. Probabilmente raggiunse i redattori dei libri dell’Antico Testamento attraverso i miti e le culture caldeo-sirache. Il cristianesimo in seguito dette a questa entità maggiore importanza, perché funzionale a indicare il peccato dell’attaccamento a ciò che è materiale, essendo la sua natura prevalentemente trascendente.
Ma perché questa antica divinità è diventata simbolo di venalità? L’antica Mammona era la potenza della natura, divinità tellurica come anche Plutone, dio dell’età dell’oro e dimorante nelle viscere della terra. Un’altra manifestazione della natura era la ninfa Maia, che secondo alcuni miti era legata al dio Vulcano. Per questo legame, Maia era ritenuta responsabile sia dei movimenti distruttivi della terra sia degli aspetti positivi come la fertilità. Maia era legata anche al calore della terra e al desiderio sessuale, con risvolti quasi dionisiaci.
Come per Pomona, in suo onore si tenevano danze campestri in occasione delle feste primaverili. Il mese di maggio era dedicato a Maia, dato che questa ninfa annunciava la primavera. Il primo maggio a Roma era la festa a lei dedicata e le veniva sacrificato un maiale, sacrificio che denominavano sus maialis, il suino di Maia, nome che ha conservato.
In sanscrito “ma” ha diversi significati e può significare preparare, formare; è legata alla creazione ed è la radice in molte lingue del termine madre. Molte raffigurazioni della Grande Madre sono gli archetipi originari delle varie rappresentazioni delle Maestà, le Madonne col bambino ed anche delle Pietà. Infatti, come riporta lo psicologo Erich Neumann nella sua opera “La Grande Madre”, esistono varie sculture arcaiche rappresentanti la dea con in grembo un bambino e in altra versione con in grembo il corpo esanime di un uomo. Non era altro che la rappresentazione del mistero della terra che genera ogni vita e che a lei ritorna tutto inesorabilmente.
Un aspetto di questa entità si è trasferita nel culto di Venere, e lo vediamo dal fatto che anche questa divinità risulta legata al mondo delle ombre. La dea era strettamente legata al culto di Adone e secondo questo mito avrebbe trascorso per amore sei mesi negli inferi e sei mesi tra i vivi, esattamente come in Grecia accadde a Persefone o Kore.
Sembra che anche certe raffigurazioni di sfingi, con abbondanti seni, nella versione greca, altro non siano che allegorie di Grandi Madri. Questa immagine della natura o di “Mammona” primordiale potrebbe rappresentare l’enigma, il mistero della natura che in epoca arcaica era la divinità creatrice, la versione femminile del dio immanente che vive nel cosmo immaginato anche da Giordano Bruno, come da Spinoza e da Schelling. O forse la sfinge cercava di rappresentare simbolicamente la parte invisibile della potenza della natura, quella insondabile che col pensiero crea la materia vivente. La sfinge era simbolo del destino ineluttabile, forse della visione “tragica” dell’esistenza perché basata sul rinnovamento, della potenza generatrice e distruttrice, morte, rinascita.
Una volta demonizzata Mammona e trasformata la potenza creatrice in venalità infera, una certa scuola di spiritualità muta linguaggio ma persiste. Si parlerà di Natura Naturans e di Natura Naturata. Con questi due concetti chiave si ripropone un’antica spiritualità. La Natura Naturans sarebbe la causa pensante, attiva, la potenza, utilizzando un linguaggio aristotelico. Invece la Natura Naturata sarebbe l’effetto, la manifestazione, l’atto; tutto ciò che è visibile. La prima è la causa, l’altra l’effetto.
Il filosofo Spinoza sembra inserirsi in questa visione e identifica Dio come Causa e la Natura come espressione. Però l’essere supremo avrebbe ambo le nature: sarebbe il motore e la manifestazione al contempo. Anche la Philosophia perennis, metafisica che volle ricollegarsi alla tradizione universale, e rappresentava la filosofia rinascimentale, descrive con Marsilio Ficino un Dio sia trascendente che immanente, una forza che è motore e manifestazione.
Riguardo al culto di Maia, fino al 1700 persistettero voci nel mondo rurale dei balli angelici, balli in cui uomini e donne avrebbero danzato nudi, come sembra che avessero realmente fatto anticamente nei campi, in riti di fertilità.
Nel XVIII secolo, nella valle del Marecchia, accadde una grande tragedia: un castello inerpicato a picco su una rocca simile a San Leo rovinò a valle e, franando, travolse un intero paese, che scomparve. La località si chiamava Maiolo e il nome sembra derivante dall’antica ninfa Maia. Non sappiamo se fu a causa di questo, ma le cronache riportano che nacque una leggenda. Si narrava che della disgrazia fosse responsabile l’abitudine degli abitanti di praticare ancora degli impudichi balli angelici simili a quelli del rito di fertilità e che si era trattato di una punizione divina.
Sappiamo invece che la frana avvenne dopo più di tre giorni di pioggia intensa e ininterrotta.