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Una traduzione inedita per il genetliaco di Puskin

Ascolta la versione audio di questo articolo (generata da IA).

Se scrivere poesie dopo Auschwitz, era diventato,  secondo la celebre frase di Adorno, un atto non più possibile, quando Adorno, nel 1949, non intendeva esprimere con questa frase, una pubblica esternazione sulla morte della poesia, vista come genere letterario, ma  piuttosto manifestava meglio una protesta  sull’arte, nella sua incapacità totale  di misurarsi con la  tragedia di una realtà generale.  Proprio perché  egli  non riteneva la  poesia capace di sublimare  il dolore  panico della rottura di una civiltà. Ma  la storia ci ha insegnato che la grande poesia non solo continua a trasfigurare il dolore  dell’essere in una forza terapeutica prodigiosa e imprescindibile da ogni singola comunità di viventi, ma altrettanto è la più profonda medicina dello spirito, dopo la fede,  che possa lenire i traumi di ogni collettività,  provenienti da ogni latitudine del mondo. Le parole dei poeti sono necessarie, specialmente le parole dei grandi poeti classici universali  che attraversano generazioni  e generazioni, in momenti storici di grande squallore collettivo;  parole che sembrano sempre stemperare il dolore nei modi più attuali,  nonostante siano state scritte almeno due secoli orsono.   Il sei giugno 1799 per gli amanti della poesia classica è la data celebrativa del compleanno di Puskin.  Un poeta che ha saputo, attraverso la musica delle parole, la novità della forma, la armonia del suo messaggio universale,  affacciarsi al cuore dei lettori di ogni nazione.  Quando la poesia diventa quella scintilla mistica e veggente  che intrappolata nella forma metrica,  riesce a conservare quelle sensazioni di assoluto, nelle sue discordanti gradazioni di pensiero, e si propone per differenti  generazioni di lettori;  come se fosse un insetto che splende fermo dentro un’ambra,  incastonato da milioni di anni, ma perfettamente riconoscibile.  Allora  la poesia trova lo sbocco per parlare al cuore dell’uomo.  Ecco perché credo necessario celebrare il compleanno dei grandi poeti, come nel caso di Puskin, perché ad ogni anno non saranno soltanto le parole del maestro a parlare,  ma l’incontro tra le parole etiche scritte dal maestro, e inscritte  nell’ambra della forma poetica,   con il dolore collettivo e personale e intimo, ma generale, di ciascuno di noi.  Un  incontro quasi inconscio che propone una sintesi vertiginosa tra la trasparenza della speranza nella bellezza universale e il dolore particolare, accorato,  di ogni vissuto.  Il propulsore di una genesi poetica non è altro che il poeta vivente nel suo vissuto interiore che diventa con la parola scritta, una pubblica testimonianza di esteriorità di immagini e di pensieri.   Mi è capitato  di riflettere sul valore della poesia, traducendo  Eugenio Onegin di Alexander S. Pushkin ( Solfanelli Editore, 2024) giudicandolo un capolavoro della umanità, come definito da altri: uno dei sommi libri dell’anima.  Libro recentemente segnalato dall’università di Bologna e da Wikipedia, nei materiali per una bibliografia della poesia in lingua russa tradotta in italiano e nella bibliografia sugli studi di traduzioni italiane del poeta.   Va detto che le poesie di Aleksandr S. Puskin ( 1799- 1837), il più grande poeta russo di tutti i tempi, sono un capolavoro sconvolgente per intensità lirica, per assoluta musicalità, per assonanze inconsce,  per senso recondito,  un’esperienza sensoriale indimenticabile, per come deliziano l’animo di ogni lettore, e finiscono per diventare parte del nostro sapere profondo e lungimirante.  Ma sono scritte in russo, lingua ostica e chiusa al lettore italiano medio: importante poterle tradurre esattamente per come sono, per dare al lettore italiano un saggio di tale grandezza.  Perché la traduzione di queste  poesie è un caso a se stante: esse sono  state tradotte con  il  vissuto, meditate per anni,  per poter raggiungere una perfetta forma di corrispondenza sonora e sono pertanto il millesimato di anni di letture in lingua originale del testo. Si sono commisurate con il silenzio dei paesaggi, con il vivere reale della vita quotidiana. Seguendo la grande tradizione dei viaggiatori- letterati, da Rimbaud a Baudelaire da Byron a Dostoevskij.  Per la prima volta, credo in lingua d’Italia, ho cercato di offrire l’originale suono di Puskin: la resa risuonante  in italiano delle sue liriche, completamente restituita in assonanza italiana.

Cambiano le generazioni, ma occorre sempre misurarsi con queste magiche parole.  Ciascuno con la sua esperienza di vissuto che diventa coscienza poetica nelle parole di Puskin. Poesie come Al Mare, il Talismano, sono leggendarie, perché arrivano al profondo di ogni lettore.   Il criterio seguito,  se posso dire, è quello di un indice di poeticità molto personale, ovvero la grandezza sensuale di una lirica percepita, che ritengo di assoluta meraviglia.  Una selezione basata sul gusto che possa donare al lettore italiano, finalmente, una autentica idea della grandezza di Puskin, poeta assoluto, per musicalità e per armonia del verso, e per rima.  Ho omesso qui volutamente il testo a fronte in russo, per non disturbare il lettore con inutili confronti. Ma soprattutto  per dare la possibilità al lettore di concentrarsi e fidarsi  della sola traduzione e lasciarsi cullare dalla rima. Potrà sempre scaricare dalla rete il testo in lingua originale, per un confronto diretto, oppure, ancora meglio acquistate il libro in lingua originale: poco importa. Non  è questo il senso del  libro.  Il senso del libro di traduzioni è portare in italiano il suono musicale della lirica di Puskin.

Se lo spirito di ogni traduzione poetica è quello di garantire al lettore di una traduzione, la sua bellezza bastante e autonoma, indipendentemente dalla lingua poetica di partenza,  allora ogni libro di traduzioni ottiene una qualche giustificazione.  Non sono stati seguiti criteri storico letterari, neppure la vita del poeta molto romanzata, interessa molto al traduttore. Non ci sono molte note al testo, che ritengo stancanti, ma vorrei che il lettore, come un musicista si concentrasse sul chiaro spartito poetico.  Infatti ho voluto concentrare la mia attenzione di traduttore  sulla mistica del puro testo: pece pronta a tracimare in ogni lettore.   Presento qui in inedita mia traduzione, per la prima volta pubblicata e offerta in rima  del capolavoro “Al Mare”, qui in anteprima, come omaggio per i  lettori e i simpatizzanti di Tota Pulchra.

 

 AL  MARE
(di Alexander S. Puskin )

 

Libera  sostanza, addio!
Per volta ultima tra  noi
Tu azzurri d’onde il mormorio
E splendi ingorda e bella poi.

Come  amico mesto e bisbigliante
E il suo  richiamo all’ora della svolta
Tua triste schiuma, schiuma mormorante
Sentita ho io, per l’ultima volta.

Mia anima tua  meta  che ho adorato.
Come spesso lungo il tuo litorale
Erravo quieto ed annebbiato
Oppresso da una idea sacrale!

Come ho amato le tue chiamate
Sordi suoni, e voci dell’abisso
E da serali ore  il fisso
E le tue capricciose ventate!

La calma vela ai pescatori
Al tuo capriccio preservante
Scivola grave tra i clamori:
Ma tu giocante e tracimante
E sciame affonda di Vapori.

Non son riuscito più a lasciare
M’annoia, immobile la riva
A te assoluto il salutare
E alle tue scaglie indirizzare
La mia poetica sorgiva.

Tu mi aspettavi, tu mi chiamavi…io ero incatenato
E vana strappa l’anima d’io:
Potente di passione ed incantato
Ed alle rive rimasi io.

Di cosa spiacersi? Dove dunque asserto
Io al sentiero spensierato in divenire?
Un solo oggetto al tuo deserto
Mi avrebbe l’anima a stupire.

Roccia scalata, tomba di gloria
Là al freddo sonno in immersione
Reminiscenza in vasta boria
Là si svasò  Napoleone.

Là  tra i tormenti del famedio
E dopo lui, tempeste e schiumi
E intanto  è ondato un altro genio
Dominator dei nostri lumi.

Scomparse, è pianto a libertà
Lasciando al mondo il serto fiore
Sciacqua, o  tempesta in vastità
Ei fu, o mare, il tuo cantore.

In lui fu impressa tua figura
Lui dal tuo spirito formato:
Con te, potente, in fonda e oscura
Con te, da niente fu domato.

Il mondo è vuoto… e dove adesso
Menarmi avvinto a te Oceàno?
Destino d’uomini è lo stesso
O civiltà, od il Tirano.

Addio o mare!  Non scorderò
La tua trionfale  bellezza
A lungo, a lungo  ascolterò
Serale il golfo tuo di ebbrezza.

Nei boschi, in deserti silenziosi
Porterò,  io di te colmo,
Le tue rocce, i tuoi marosi,
E lampo, ed ombra, e d’onde il volgo.

 

1824
Trad. Mario Ferrari ©

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