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La sacralità della famiglia nell’Iliade e nell’Odissea

Contrasti, umanità e destino nei poemi omerici tra mito, tragedia e insegnamento.

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Nella Ionia del IX secolo a.C., alcuni studiosi ipotizzano che siano stati composti i canti del poema denominato Iliade, attribuiti a Omero, anche se la stesura scritta sappiamo essere posteriore. L’Odissea sembra un poema successivo e si è ipotizzato essere di un diverso autore. Come stessero realmente le cose non si saprà mai.

Sappiamo però che i canti tramandati in modo orale erano molti di più, un po’ come i vangeli apocrifi in confronto a quelli canonici. Sappiamo che il tiranno ateniese Pisistrato, nel 720 a.C., mise ordine e uniformò i canti per dare loro una forma scritta definitiva. Alcuni canti ritenuti incongrui, superflui o addirittura indecorosi furono esclusi dalla stesura ufficiale.

Inoltre, coi secoli sono andati dispersi molti poemi tramandati oralmente, i cosiddetti ritorni. Di questi è rimasto solamente il ritorno di Ulisse, ma sappiamo che ne esistevano altri. Uno di questi era il poema sul ritorno di Elena e Menelao, vittime di un naufragio della durata di qualche anno in Africa. Un altro ritorno era quello finito tragicamente di Agamennone con la schiava Cassandra, e di lui sappiamo la storia attraverso alcune tragedie posteriori. Inoltre, sappiamo che ne esisteva un altro sul viaggio del figlio di Ulisse, Telemaco, che si recò anche a Sparta.

I ritorni generalmente sono nefasti, a causa della hybris di cui si sarebbero macchiati i guerrieri greci. L’Iliade non è un poema epico che aveva unicamente l’intenzione di esaltare in modo vanaglorioso i vincitori greci, ma avrebbe dovuto educare le generazioni anche denunciando le loro manchevolezze, punite dagli dèi. Il poema non vuole glorificare il vincitore, ma analizzare l’umanità degli uomini descrivendone le eventuali bassezze ed i più nobili sentimenti.

Si descrive anche l’ambiguità di uomini come Achille, il quale rasenta la ferocia belluina quando pensa di gettare ai cani il corpo di Ettore. Però, al contempo, sembra illuminato da grande umanità quando vede nel volto del re della città che vuole distruggere – e padre del nemico che ha appena ucciso – il proprio padre, che è lontano e che intuisce non vedrà più suo figlio, perché percepisce che anche lui morirà sotto quelle mura.

L’Iliade è un poema che, più di un inno alla forza, sembra una denuncia della tracotanza che acceca. Solo Achille, grazie alla sua componente divina, sembra illuminarsi uscendo dalle tenebre della superbia, proprio lui che è un eroe perché figlio di una ninfa.

L’Iliade sembra essere il poema dei contrasti, delle contraddizioni dell’uomo, dai sentimenti più nobili alla grettezza più bruta. Sembra uno studio prezioso di un’umanità talvolta più vittima degli eventi che protagonista degli stessi. Si comprende che sono epoche da noi lontane, dai costumi barbarici ancora presenti, come i sacrifici umani, quando, pensando di omaggiare Achille dopo la sua morte, non trovano di meglio che sgozzare sul suo tumulo la figlia di Priamo, Polissena, la ragazza di cui si era innamorato dopo averla incontrata alla fonte di Apollo.

Il mito ci narra di una guerra provocata dalla massima offesa che potesse essere arrecata: quella di essere responsabile della divisione del nucleo familiare, atto sacrilego che Paride avrebbe commesso col rapimento di Elena.

Sacralità estrema della famiglia che notiamo anche nell’Odissea, in cui Ulisse rinuncia alla vita eterna, alla perpetua giovinezza, all’amore di una dea in un paradiso terrestre, che sembra fuori dal mondo degli uomini.

Tutto questo per poter vivere, decadere, invecchiare, soffrire e morire, ma nella propria patria e con la propria moglie e con la propria famiglia, in cui una profonda radice di ulivo rappresenta l’indissolubilità ed il legame con la terra.

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