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L’universo come un tutto: una visione olistica della realtà

Dall’élite creativa all’oligarchia finanziaria: un declino della coscienza collettiva.

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Per oligarchia si intende quel regime politico o semplicemente amministrativo, caratterizzato dalla concentrazione del potere effettivo, nelle sole mani di una minoranza, la quale agisce prevalentemente a proprio vantaggio senza tener conto degli interessi della maggioranza. Platone ed Aristotele ne parlano diffusamente in modo spregiativo come di una degenerazione dell’aristocrazia. Infatti sarebbe improprio parlare di élite a proposito di tale sistema.

Questo perché, secondo Vilfredo Pareto, quella che viene denominata classe eletta o élite non sarebbe altro che un gruppo minoritario di individui, facenti parte di una società, che più si distingue per capacità e che occupa posizioni di vertice in molti ambiti e non esclusivamente politici. Pareto spiega che le élite non sono unicamente i gruppi sociali che detengono il potere ma possono far parte dell’élite anche coloro che premono per acquisire posizioni apicali, avendone la cultura e le capacità. Da questa antitesi, secondo Pareto, si verifica il fenomeno cosiddetto della circolazione delle élite.

Questa conflittualità si rivelerebbe feconda perché le élite si possano avvicendare creando alternanza e rinnovamento. Sarebbero proprio conflitti gli artefici dei processi dinamici di ogni società. Naturalmente le élite non detengono unicamente il potere politico ed economico ma, frequentemente, sono anche delle élite culturali, spirituali e conferiscono alla propria epoca anche un gusto, un carattere, una fisionomia ed una creatività innovativa.

Talvolta queste élite interessano anche le lettere, la filosofia, le arti, oltre all’economia. Sono vere classi dirigenti culturali, basti pensare alle Signorie italiane e anche alla borghesia che, con tutte le critiche che le si può rivolgere, indiscutibilmente ha conferito un carattere alla propria epoca influenzando la morale, il gusto, lo stile di vita, la severità dei costumi, fintanto che si è compiuta la sua parabola. Sono esistite anche élite rivoluzionarie che hanno tentato di cavalcare la contemporaneità quando l’avvicendamento si è rivelato più aspro in una delle epoche storiche più complesse che si siano affacciate.

L’oligarchia moderna, secondo il sociologo Robert Michels, più che un sistema politico, simile a quello che in determinati momenti dell’antichità si è realizzato, sarebbe una propensione quasi un lato del carattere, una potenzialità presente in molte persone e si concretizza storicamente appena un gruppo ne ha la possibilità. Se l’elite è formata dalla componente più feconda, valida e brillante, anche dal punto di vista culturale, non altrettanto si può dire dell’oligarchia di cui non vengono negate capacità ma che non rappresenta la punta più avanzata della comunità ma talvolta, al contrario, osserviamo che il gruppo oligarchico tende ad allontanarsi dal corpo sociale ed isolarsi, in circoli ristretti ed esclusivi essendo incapace di divenire avanguardia.

La tentazione oligarchica, secondo Michels, è una tendenza quasi naturale di molti individui. Il fenomeno sarebbe presente anche, come il sociologo ha registrato, all’interno di partiti come quello socialdemocratico tedesco da lui studiato. Infatti molti personaggi, appena ne hanno l’occasione, tendono a formare consorterie, caste, lobby, gruppi di pressione, di potere, qualsiasi sia l’interesse da difendere. Da queste strutture molto semplici nascerebbe l‘oligarchia.

Michels spiega che questo fenomeno si può osservare in piccolo anche nella burocrazia. Sempre Michels osserva il fenomeno in formazione anche nei gruppi parlamentari, i quali, così facendo, si allontanano dalla loro stessa missione per cui hanno ricevuto il mandato. Questa ampia esposizione per cercare di illustrare come il fenomeno riguardante la formazione di gruppi di interessi privatistici sia facile a formarsi e sia quasi fisiologico.

Quando il fenomeno si verifica all’interno della burocrazia, talvolta può essere classificato come corruzione. Se invece si dovesse formare nella società civile, al di fuori della legalità, tale fenomeno, può essere indicato come facente parte della criminalità organizzata. Per difendersi da tutto questo, fin dall’antichità si sono formate società organizzate, sono stati elaborati codici, sono nate magistrature, tribunali, sono state previste pene anche severe.

Il fenomeno è stato contrastato anche con la morale, laica o religiosa ed il rischio di perdere l’onorabilità per un notabile era considerato devastante, una morte civica o talvolta addirittura fisica. Con tali strumenti la comunità ha sempre cercato di difendersi da spinte di tentazioni egoistiche e antisociali che minavano il bene comune.

Con la modernità la società è diventata molto più complessa e con la rivoluzione industriale e il liberalismo, gli interessi privati acquistano maggior peso specifico se raffrontati alle strutture comunitarie. Dagli ultimi decenni del secolo scorso, è avvenuto un fenomeno che ha modificato ulteriormente gli equilibri sociali. Con una certa moda culturale si sono verificate forti spinte anti autoritarie ed è stata minata tutta l’impalcatura della società organizzata.

Sono stati contestati i concetti stessi di autorità e gerarchia. Niente è sfuggito alla furia iconoclasta del permissivismo. Gli insegnanti, i genitori, la famiglia, la giustizia, le autorità civili e religiose, tutto è stato contestato, come anche tutto ciò che rappresenta le istituzioni, la legge e ogni ordinamento.

Da questo collasso delle istituzioni, sono nate le odierne società che ignorano anche lo scopo della propria esistenza. In questo vuoto interiore, culturale ed esistenziale, col crollo verticale delle élite e con la loro latitanza, sono rimaste in piedi solo le oligarchie, le lobby che oggi si trovano nelle grandi banche private, nei fornitori di servizi di gestione, nelle borse, negli asset manager, tutte attività improduttive. Non sono i vecchi imprenditori borghesi ma sono i gestori di denaro che non appartiene loro.

Col prevalere della finanza e la perdita di terreno del potere dell’impresa, si è verificato quel fenomeno profetizzato da Marx, del capitalista che sarebbe stato alienato dal capitale come il lavoratore lo era stato dagli strumenti del lavoro. Infatti i banchieri amministrano capitali non loro e incassano interessi per aver prestato denaro non di loro proprietà, inoltre ricevono interessi da tutti gli Stati indebitati e dato che il mondo intero sembra essere debitore verso di loro sembrano avere un potere indescrivibile.

Questa enorme forza economica globale è insofferente nei confronti degli Stati, dei confini, delle leggi, norme, governi, delle volontà popolare e di istituzioni. Col suo grande potere, questa nuova oligarchia, cerca di svellere Stati, nazioni, coscienze nazionali, di classe, identitarie, culture.

In un mondo globalizzato guidato da un’oligarchia finanziaria, il popolo e la sua volontà sono solo un peso per la complessità e i delicati equilibri economici che si vanno prospettando. Sembra non esserci più posto per le utopie democratiche, identitarie, o per i romantici sacri confini. La stessa classe politica diviene superflua e si trasforma solo in una parvenza di potere.

Si sta verificando quel fenomeno che il sociologo statunitense Talcott Parsons ha descritto come anomia. Sarebbe l’antitesi al negativo di una completa istituzionalizzazione, il crollo di un completo ordine normativo. Secondo Parsons l’unica cura sarebbe il rafforzamento dei valori che riguardano l’educazione, e il rafforzamento di ogni altro principio comunitario. Questo dovrebbe ripristinare la fiducia nelle norme e nell’autorità.

Sembra che, almeno in Occidente, abbiamo imboccato la strada diametralmente opposta perché chi controlla i media, la cultura, la politica, è questa oligarchia finanziaria estranea al corpo sociale e al concetto stesso di comunità come auspicato dal sociologo Ferdinand Tonnies.

La nuova società sembra più affine a quella auspicata dalla scrittrice russa, naturalizzata statunitense, Ayn Rand, con simpatie anarco-capitaliste e che si dichiarava nemica non solo della comunità ma anche di ogni tipo di società, nemica non solo del collettivismo ma anche di ogni sentimento di altruismo. La sua era una esasperazione dell’individualismo.

Esiste anche un concetto molto più ampio e drammatico della parola anomia. Per Charles Taylor, oltre che l’assenza di norme, la parola può denotare anche la perdita di significato di una società, la mancanza di un quadro di riferimento condiviso che dia un senso e un significato all’esistenza dei componenti della collettività.

L’oligarchia dei contabili non desidera ricostituire l’anima dei popoli ma sembra che stia creando l’ultimo uomo profetizzato da Nietzsche che così lo descrive: “La sua razza è inestinguibile come quella della pulce di terra; l’ultimo uomo vive più a lungo di tutti”. Dice inoltre, di quest’uomo è piccolo ed essendo piccolo rende il mondo piccolo.

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