Il cuore pulsante dell’Europa
Maia Sylba si dedica innanzitutto all’arte, con la massima raffinatezza. È la sua ragione di vita, al di là di ogni altra considerazione. Dopo aver creato nel 2010 Musetouch – A Visual Arts Magazine, che ha accolto tanti artisti che condividono i suoi standard rigorosi e che spesso sono diventati fedeli partner nella sua avventura, ora sta raggiungendo orizzonti sempre più lontani.
Trae ispirazione, ma anche grande forza, dal cuore dell’Europa, a Novi Sad, considerata la “Atene serba” per la sua importanza culturale e storica nei Balcani. La città è stata infatti designata “Capitale europea della cultura” nel 2022 per il suo patrimonio architettonico, il suo ruolo di crocevia di culture, i suoi festival musicali e il suo multilinguismo. Emergere da questo crogiolo di creatività nell’Europa danubiana e balcanica non poteva che affascinarla, e il suo percorso artistico è diventato una missione.
► Musetouch.org (Visual Arts Magazine – Maia Sylba, Editor and Publisher)
🔺A Broken Triangle🔺: At the crossroads of forgotten Europe
(…) The old West and the new East need to shed light on a part of Europe that is all too often neglected or passed over in silence (…)
Historians have argued that it was thanks to the ‘immolation of the Balkans and Eastern Slavs’ that Western civilisation was able to continue in Western Europe (…)

La crisi di coscienza europea
Il ritiro dell’Europa dalla scena pubblica è impressionante, il suo silenzio assordante. Sulla “scena” internazionale (NB: si può ancora parlare di ‘relazioni’?), è stato istituito un sistema di vasi comunicanti. Come nell’economia e secondo la legge di Gresham, “la moneta cattiva scaccia quella buona”. La situazione parossistica nel Vicino e Medio Oriente ha relegato nel dimenticatoio la prosecuzione della guerra nel continente europeo, ancora più incomprensibile e anacronistica di prima. Missili e droni continuano a piovere in quello che sembra essere un clima di indifferenza generale.
Non sorprende quindi che in una terra dove i conflitti si susseguono in modo quasi endemico e dove la propensione alla violenza è talvolta considerata naturale, si parli delle armi più distruttive. In un mondo tornato allo stato di natura, come lo definiva Thomas Hobbes nel XVII secolo, il governo forte e centralizzato invocato dal filosofo all’epoca non esiste oggi.
L’ONU è emarginata, se non paralizzata; le grandi potenze, incapaci di condividere il mondo, non riescono nemmeno a trovare un consenso fruttuoso tra loro. Non esiste più un sistema, ma l’idea di un’autorità unica per far rispettare la legge è chiaramente un mito. L’«iperpotenza» americana è mai esistita, e la pretesa di governare il mondo da sola non è forse moralmente riprovevole e irrealistica? E che dire del miraggio del cambio di regime, costantemente destinato al fallimento e persino al disastro? L’Europa, crogiolo di civiltà, ha argomenti da avanzare. È innanzitutto una questione di coscienza e di fiducia. In un momento di distruzione diffusa, è tempo di costruire, a partire da casa nostra.
►🔺A Broken Triangle🔺
(…) We should read again Paul Hazard and his work ‘La Crise de la conscience européenne’ (1680-1715) published in 1961 (The European crisis of conscience). The great tipping point in European civilisation is analysed at the end of the reign of Louis XIV. The seventeenth century loved constraints, dogma and authority, whereas the eighteenth century hated them, says the author; divine law was opposed by natural law; a class society was replaced by the principle of equality; the century of Bossuet was succeeded by that of Voltaire. Man became the measure of all things; (…) after a society of duties, it’s exclusively question of the society of rights (…)
In its frantic search for happiness, Europe has also forgotten that it is no longer alone in the world; the West as a whole is having difficulty accepting these new realities. Instead of a stable world, we should be talking about turmoil without a compass. Blaise Pascal said that ‘man’s greatest misfortune is that he does not know how to rest in his room’. If Racine could confine himself to Paris, this has become inconceivable in an age of travel and migration. The question of ultimate purpose is no longer asked. The fear of God has disappeared (…)

Palmyra desert © patrick pascal/ maia sylba
Il segreto della Siria
Il segreto della Siria è il segreto delle grandi civiltà. Per quanto grandiose possano essere state, esse sono destinate a scomparire, sia per autodistruzione, avendo gradualmente perso i valori – quali essi siano – su cui erano fondate, sia perché soggiogate da forze più potenti. René Grousset ricorda nel suo “Bilan de l’histoire” (Bilancio della storia), pubblicato nel 1946, che “ogni conquista assira era l’assassinio di una civiltà”.
Ma le civiltà sopravvivono sempre in un modo o nell’altro, ed è questo che le rende così speciali. Alessandro conquistò l’Oriente, ma ne fu anche trasformato; la Grecia entrò a far parte di Roma e alla fine ci furono mille anni di classicismo greco-romano; tutta la civiltà occidentale ha vissuto dei valori dell’ellenismo; i Greci erano essi stessi gli eredi dell’Egitto e della Mesopotamia, la città greca creò, in ambito politico, l’uomo libero. L’elenco è infinito.
La Siria ha una storia millenaria. È stata anche romana: conquistata da Pompeo nel 64 a.C., Antonio e Cleopatra vissero per un periodo ad Apamea sull’Oronte; la Siria diede imperatori a Roma, tra cui Filippo l’Arabo (244-249), considerato il primo imperatore cristiano e restauratore della pace sul Danubio. Il cristianesimo fiorì qui prima dell’Islam, che poi si diffuse sotto gli Omayyadi da Damasco a Cordoba. Il ricordo della regina Zenobia a Palmira e della sua coraggiosa resistenza ai Romani è ancora vivo: una fortezza omayyade è ancora visibile qui, in mezzo al deserto.
Ma non è anche il precursore di una civiltà che è stata spazzata via? Paul Valéry, morto poche settimane prima del primo attacco nucleare, lo aveva premonito quando, nel suo saggio “La Crise de l’esprit” (La crisi dello spirito), pubblicato nel 1919, esprimeva la sua preoccupazione per il futuro della civiltà e i pericoli del progresso tecnologico (“Noi, civiltà, sappiamo ora che siamo mortali”).
►🔺A Broken Triangle🔺: (…) Reshaping the Middle East
This objective was mentioned by certain Israeli officials, particularly after 7 October 2023 and the clashes that followed that tragedy in Gaza, Lebanon and with the Houthis in Yemen. But the backdrop is Iran, the sponsor of Islamist movements operating in these countries, which has long been predicted to be on the ‘nuclear threshold’. Tel Aviv’s hesitation over military scenarios with Tehran, eager to re-establish its own deterrent capacity in the region, reveals the scale of the target and the consequences that a major undertaking could provoke (…)
(…) In Greek tragedy, the fatal outcome is immediately apparent and the essence of tragedy lies in the convulsions taking place before our eyes, without the slightest escape. Today, faced with so many dramas that you are experiencing and that we are sharing, we are no longer even sure what tomorrow will bring and how far the catastrophe will go (Letter to a friend from the Arab world) (…)

Pellegrinaggio a Kyoto con le sorelle Makioka
“Sasameyuki” (Neve sottile), “Le sorelle Makioka”, sono i titoli con cui il grande scrittore giapponese Tanizaki pubblicò (1943-1948) una saga che occupa un posto di rilievo nella letteratura mondiale. È stata scritta sotto i bombardamenti, e la tragedia ha rafforzato la sensazione che il Giappone tradizionale, la cui profonda trasformazione era già iniziata a seguito dell’industrializzazione che stava stravolgendo la distribuzione della ricchezza e l’ordine sociale, stesse per scomparire completamente. Ma “Sasameyuki” parla tanto del collasso quanto della rinascita.
Il Giappone, inaffondabile e immutabile, ha imparato ad affrontare e sopravvivere alle catastrofi, siano esse guerre o disastri naturali, come lo tsunami descritto in questo libro. Ogni anno, nel mese di aprile, i fiori di ciliegio, simili a una pioggia di neve, diventano una vera e propria “religione” secondo un calendario preciso, conosciuto e atteso da tutti, dal sud dell’arcipelago alle estremità dell’Hokkaido, riunendo l’intero Paese in un atto di contemplazione salvifica.
Tutti in Giappone conoscono una famiglia Makioka, che ogni anno compie il suo pellegrinaggio a Kyoto. Non sono più equipaggiati con una vecchia macchina fotografica Leica, ma sono pronti a contemplare e immortalare lo spettacolo grandioso di una natura a volte distruttiva, ma la cui potenza è lì per ricordare loro l’ordine delle cose.
►🔺A Broken Triangle🔺
(…) The Japanese Makiokaka sisters are no less endearing and interesting than the Soong sisters in China, but they are fictional beings (…) The story of the Makioka Sisters covers the period from 1936 to autumn 1941, ending a few months before the attack on Pearl Harbor. But it is clear from the date of publication that the spectre of the Second World War and the possible occupation of Japan haunted the writer’s mind. The meticulous description of a gigantic tsunami ravaging the province of Kansai sums up the anguish of collapse.
The Four Japanese sisters from Osaka – Tsuruko, the eldest, Sachiko, Yukiko and Takeo – had to face up to a Japanese society in the throes of transformation, even before the Second World War, as a result of economic and social changes and the shift of wealth away from the traditional large families. The two most distant characters were Tsuruko and Yukiko. Tsuruko is the guardian of these values, which in the end are still alive in Japan despite the apparent modernism; Yukiko (Yuki means snow), in her free-spirited thirty something youth, foreshadows a different future.
The big difference between the Soong sisters and the Makioka sisters is that the former succeeded in becoming players in history and in major changes in China that were not just political. The Makioka sisters were subjected to history, but volens nolens were both the receptacles and the relays of a new Japan (…)

Il fiasco americano
Il presidente Trump, facendo riferimento a « Dio » ancora più del solito, ha vantato a gran voce il successo della sua “operazione speciale” militare (NB: se si fosse trattato di una “guerra”, l’esecutivo avrebbe dovuto ottenere l’autorizzazione del Congresso). Il destino è tutt’altro che segnato in un Medio Oriente in fermento. Qualunque siano gli effetti a medio e lungo termine di un’impresa militare che sembra essere stata dettata da Israele alla più grande potenza mondiale, non mancano le incertezze immediate del “giorno dopo”.
Il bombardamento dell’Iran è una condanna a morte per il sistema delle Nazioni Unite ed è impossibile immaginare un consenso all’interno del Consiglio di Sicurezza. L’Iran, profondamente ferito, non è necessariamente sconfitto, e sarebbe molto presuntuoso determinare oggi il futuro del suo sistema politico. La regione potrebbe infiammarsi ancora di più, dall’Iraq a maggioranza sciita alla Turchia; le potenze sunnite potrebbero legittimamente preoccuparsi dell’instabilità reintrodotta su vasta scala. Come reagiranno le grandi potenze e i poli del Sud del mondo? V. Putin potrebbe ora ritenere di poter fare tutto ciò che vuole, pur preoccupandosi del ritiro di uno dei suoi partner nella regione; la Cina sarebbe immediatamente colpita dalle interruzioni delle forniture energetiche di cui ha disperatamente bisogno.
L’Europa, e in particolare i tre paesi che hanno condotto i negoziati sul programma nucleare iraniano (Francia, Regno Unito e Germania), sono stati brutalmente messi da parte, insieme alla diplomazia in generale.
Spesso ci sono state due Americhe contrapposte. Ne esiste ancora una sola degna di questo nome? Il triangolo è definitivamente rotto.
► From🔺A Broken Triangle🔺
(…) H. Kissinger’s golden rule was ‘never treat Russia and China in the same way, at the same time’. At the start of his second term, D. Trump first embarked on a policy of appeasement with V. Putin’s Russia against the backdrop of, if not complete normalisation, at least a settlement of the Ukraine affair. Given current relations between Russia and China – which it seems unrealistic to dissociate at this stage – one might have thought of the emergence of a new configuration substituting broad cooperation for the conflict triangle of the Cold War, or even a true division of the world keeping Europe on the sidelines. A world of powers revising the system of international relations that emerged from the Second World War would then have come into being, outside the framework of the United Nations.
The all-out tariff war, launched incoherently by the US President, quickly appeared to be aimed primarily at China, ruining any hopes that might have been raised (…) So the triangle of the greatest powers will therefore have lasted virtually a short time(…) D. Trump may have forgotten that his President McKinley – to whom he referred in his inaugural speech – and his successor T.Roosevelt not only used the ‘Big Stick’, but that Roosevelt was also a great mediator in the Russo-Japanese war of 1904-1905 (…)