Coraggiosa Finlandia
Come Tarja Wiklund, la Finlandia è coraggiosa, riflessiva, innovativa e sensibile. Tarja riunisce tutte queste qualità in Helsinki. Esse l’hanno portata a grandi successi professionali e al riconoscimento internazionale nel mondo degli affari e della finanza.
La Finlandia ha attraversato momenti difficili, ma Tarja sa come affrontarli quando è necessario. Granducato autonomo all’interno dell’Impero russo dal 1809, la Finlandia ha dichiarato la propria indipendenza il 5 dicembre 1917, ottenendo gran parte della Carelia, ad eccezione della parte orientale, che è rimasta alla Russia. Si è quindi creata una “questione finlandese” all’interno della Società delle Nazioni, riguardante dispute territoriali, anche con la Svezia.
Nel 1939 l’URSS denunciò il patto di non aggressione del 1932 con la Finlandia e invase il paese; la vittoria sovietica fu duramente conquistata e questa violazione portò all’esclusione di Mosca dalla Società delle Nazioni. Durante la seconda guerra mondiale, anche le truppe tedesche furono di stanza sul suo territorio e la Finlandia divenne, insieme ad altri Stati europei, un “satellite” della Germania.
Dopo la seconda guerra mondiale, la Finlandia evitò di essere assoggettata all’URSS e divenne un paladino della neutralità; quella che veniva definita «finlandizzazione» era oggetto di scherno, ma in realtà questa politica era notevole per la sua finezza e l’equilibrio tra Est e Ovest. Il «processo di Helsinki» degli anni ’70 segnò l’apogeo della diplomazia finlandese nel quadro della CSCE. La Finlandia ha svolto un ruolo importante nelle missioni di pace delle Nazioni Unite; Martti Ahtisaari, uno dei più alti funzionari dell’Organizzazione alla fine degli anni ’80, è poi diventato presidente della Finlandia (1994-2000) e nel 2008 gli è stato conferito il Premio Nobel per la Pace.
«L’ambiguità può essere superata solo a proprio danno», come affermò il cardinale de Retz nel XVII secolo. Esiste quindi una garanzia che l’adesione della Finlandia alla NATO, sulla scia della guerra in Ucraina, si rivelerà vantaggiosa per Helsinki nel lungo periodo?
🔺A Broken Triangle 🔺: A look back at the Cold War
In May 1981, between the two rounds of the presidential election in France, a leading French figure – who was no longer a member of the government at the time – came to East Berlin to work in the industrial sector and met the highest East German leaders. The Euromissiles crisis (i.e. the threat of deployment of American cruise missiles and Pershing II rockets in response to Soviet SS-20 medium-range missiles aimed at Europe) was then in full swing. Nevertheless, the message was one of cooperation and restoring balance to the international system. In a vision that could have been premonitory – and will perhaps one day be seen to be so – the personality in question developed the prospect of eventual convergence between the powers of the northern hemisphere, which were then opposed to each other in the face of the problems specific to the countries of the south, which they would have to deal with in a preponderant manner (…)

Il giorno dopo l’oscenità della guerra
Le armi hanno appena smesso di sparare. E la guerra finirà mai? Ci sono più o meno conflitti rispetto al passato? Ma la guerra è diventata un’ossessione, insinuandosi nella mente delle persone tanto quanto semina distruzione. La guerra è ovunque, sugli schermi che proiettano immagini simili a videogiochi sinistri; le armi più sofisticate danno l’illusione che esista sempre una soluzione tecnologica ai problemi politici: non è mai così. Peggio ancora, la catena di comando può essere invertita, consentendo alla periferia dei tecnici di determinare le decisioni del centro che dovrebbe governarli. La cultura della guerra – per non dire il partito della guerra – è ovunque, nei nostri giornali, nei nostri libri e in televisione, dove proliferano ex militari gloriosi e spesso sedicenti esperti. È questo il senso della civiltà?
The guns have barely fallen silent. And will war ever cease? Are there more or fewer conflicts than before? But war has become an obsession, creeping into people’s minds as much as it wreaks havoc. War is everywhere, on screens that project what look like sinister video games; the most sophisticated weapons give the illusion that there is always a technological solution to political problems: this is never the case. Worse than that, the chain of command can be reversed, allowing the periphery of technicians to determine the decisions of the centre that is supposed to govern them. The culture of war – not to say the party of war – is everywhere, in our newspapers, our books, and on television where former military glories and often self-proclaimed consultants proliferate. Is this what civilisation is all about?
🔺A Broken Triangle 🔺
(…) The dialectic of centre and periphery in strategic decision-making comes into play. ‘Essence of Decision’ was analysed by Graham Allison in his famous book on the Cuban missile crisis in 1962, but this is something quite different. The Middle East can only be dealt with at the highest political level. But the ultimate decision is increasingly the result of a considerable amount of information gathered on the ground by the military and intelligence services, sorted by the bureaucracy and then passed on to the highest level, in the case of the United States to the Oval Office.
Such is the dialectic that can sometimes lead subordinates – in a reversal of the order of the chain of command – to influence, unintentionally, the centre of power. The conversion of all the data becomes complex, as if it were a question of translating several languages into a single, clear, operational line. Given the overabundance of data captured, where is the threshold for triggering widespread preventive action, or even a massive response?
The situation described here is not without precedent: the invasion of Kuwait in August 1990 led the Security Council to meet continuously until the Gulf War in 1991 and to adopt a series of highly technical resolutions, culminating in Resolution 678 authorising the use of force to liberate Kuwait. The specific nature of the UN’s procedures, which were hermetic for many politicians, meant that the periphery was able to influence the centre. Later, in 2003, when Colin Powell displayed a vial of anthrax to denounce the risk posed by Iraq’s supposed weapons of mass destruction, was he lying or mistaken on the basis of technical data he had not mastered?
Is the periphery about to rule the centre? Will technology dominate political thinking in the age of artificial intelligence? Times seem to have changed, but John F. Kennedy, drawing on his own experience in 1962, concluded that ‘the essence of the ultimate decision remains impenetrable to the observer and often, in truth, to the decision-maker himself’ (…)

Governance mondiale e sovranità
La Carta di San Francisco, che ha istituito le Nazioni Unite, è stata adottata il 26 giugno 1945. L’80° anniversario di questo evento solleva interrogativi sulla governance mondiale e sulla sovranità. Alla Conferenza di Dumbarton Oaks, tenutasi negli Stati Uniti nel settembre-ottobre 1944, britannici, americani, russi e cinesi concordarono sulle istituzioni della futura organizzazione mondiale; i quattro decisero inoltre che anche la Francia, il cui governo provvisorio doveva essere riconosciuto, sarebbe stata membro permanente. Alla fine del 1944, il dibattito sulla questione del veto era uno dei temi più delicati. Molti esponenti americani, in particolare nell’esercito, rifiutavano l’idea che una semplice maggioranza del Consiglio potesse obbligare gli Stati Uniti a intervenire militarmente e ritenevano che il Senato non avrebbe mai ratificato un trattato che comportasse una tale rinuncia alla sovranità; l’unità delle grandi potenze era considerata vitale per il funzionamento dell’organizzazione.
La situazione è ancora la stessa: l’ONU appare paralizzata, ma pochi mesi fa il Consiglio ha adottato una risoluzione sulla guerra in Ucraina. Il caso di un conflitto che coinvolge un membro permanente fu persino preso in considerazione nel 1944: si pensò di eliminare il suo diritto di veto, ma Stalin si oppose. Questi dibattiti rimangono attuali, poiché inevitabilmente dovremo prendere in considerazione la riforma dell’organizzazione mondiale, nata da Dumbarton Oaks e Yalta, una volta terminate le guerre attuali, in particolare nel continente europeo.
🔺A Broken Triangle 🔺 Votes at the UN : power politics and multilateralism
On 24 February 2025, the third anniversary of the start of the war in Ukraine, the United Nations adopted three resolutions, two in the General Assembly and one in the Security Council. The latter text has far-reaching implications in terms of the functioning and restructuring of the international system.
At the General Assembly, Ukraine and its supporters won only an apparent victory (…) It should be noted that the United States opposed a text that affirmed Ukraine’s territorial integrity. At the Security Council, the Russians and Americans voted together on a text prepared by Washington, while the Europeans abstained, London and Paris not vetoing it. It should be noted that China, for the first time, voted with Russia on Ukraine, instead of abstaining.
These procedural convergences between Russia and the United States, if not as regard to the entire substance, paradoxically augur well – at a time when the powers are imposing themselves ever more brutally on the international stage – for a possible return, albeit patchy, to multilateral diplomacy. All things considered, this observation can be compared with the situation that prevailed after 1991, when American domination accommodated the preservation of a minimum of cooperation in international forums (…)

Segreti e tesori di una biblioteca
In tempi turbolenti in cui i libri, se non vengono bruciati in giganteschi roghi, sono spesso sottoposti a una nuova forma di Inquisizione, insidiosa: un livellamento del pensiero che si traduce anche nel trionfo di una sorta di “pensiero digitale”, sommario e standardizzato. La “Neolingua” non è solo un racconto distopico di George Orwell in ‘1984’. Già nel 1953, Ray Bradbury in “Fahrenheit 451” immaginava una società in cui i pompieri avevano il compito di bruciare la letteratura clandestina; la dissidenza non consisteva solo nel memorizzare a memoria le opere, ma anche nel restituirle.
Di fronte a questa realtà che si diffonde per capillarità, la narrazione storica, i classici, le geniali opere di finzione, comprese quelle innovative, che i libri racchiudono, hanno spesso trovato rifugio nelle biblioteche; le opere sono chiuse a chiave per essere protette, proprio come il pensiero che dovrebbero diffondere, ma sono protette per poter essere utilizzate in tempi migliori. Questo fenomeno è quello di una nuova dissidenza.
È attraverso il mondo islamico che ci è giunto il pensiero greco. Baghdad, Il Cairo e Cordova sono diventate importanti centri di traduzione e anche di esegesi dei pensatori dell’antichità. Ciò ha stimolato il Rinascimento europeo del XII secolo. Il pensiero greco fu così salvato dal disastro della Biblioteca di Alessandria – una perdita immensa per il sapere umano – devastata per la prima volta dalle fiamme di un incendio nel 48 a.C. durante l’assedio di Cesare. I monasteri di un Medioevo sanguinoso e violento hanno preservato un minimo di civiltà salvando anche manoscritti antichi, oltre ad essere stati il ricettacolo di slanci spirituali che non potevano essere soddisfatti.
Il Medioevo non fu quindi solo un periodo buio. Dopo i medievisti Marc Bloch e Georges Duby, Jacques Le Goff, grande storico del Medioevo occidentale, affermò che ci furono “grandi chiarori nella notte”. Il XIII secolo di San Luigi segnò inoltre l’apogeo del Medioevo.
C’è una corrispondenza tra il bello e il buono che anche il libro può stabilire. Come i legami che esistono tra il libro, l’universo puramente intellettuale e quello dei sensi: il libro può offrire una bellezza visiva, è sensibile al tatto; l’udito è stimolato in modo unico dalle pagine che si sfogliano; i libri conservati sfiorano l’olfatto. Non resta che soddisfare il gusto della conoscenza che l’opera promette e alla quale contribuisce. È quindi giunto il momento di esplorare nuovamente i segreti delle biblioteche e di estrarne i tesori. I lettori possono ora trascendere la tripartizione della società medievale tra coloro che pregano, combattono e lavorano (Oratores, Bellatores e Laboratores).
Nella città eterna
Monsignor Jean Marie Gervais è stato insignito di un riconoscimento dal Papa Giovanni Paolo II in Vaticano; è stato quindi sacerdote a San Pietro a Roma e prefetto coadiutore del capitolo della Basilica. La sua chiesa, Santa Maria Annunziata, si trova sul Lungotevere, vicino al Vaticano. Questo indirizzo prestigioso non gli ha fatto perdere la semplicità delle sue origini nella regione della Linguadoca, in Francia.
Monsignor Gervais è molto attivo, ad esempio a favore di cause umanitarie in Africa o ad Haiti. Appassionato d’arte e condividendo senza dubbio la convinzione che esista una corrispondenza tra il bello e il bene, oggi presiede l’Associazione Tota Pulchra, che si dedica alla promozione di giovani talenti artistici, sia nel campo della musica e del canto che in quello della pittura. l’Associazione dispone di un media (cfr. totapulchra.news) la cui varietà di temi trattati – che si tratti di geopolitica, storia, cultura e arte – è pari solo al pluralismo di pensiero che la anima.
Tota Pulchra è pienamente immersa nel mondo, come ha dimostrato la sua recente partecipazione all’organizzazione a Roma di un importante simposio internazionale dedicato alla diplomazia della speranza (cfr. La Diplomazia della Speranza – Dialoghi sulla Pace e Sulla Rizoluzioni dei Conflitti), le cui Annales saranno presto disponibili.

🔺A Broken Triangle 🔺
(…) It has sometimes been predicted that the century will be a religious one. It is still too early to say, and the violence and clashes under religious banners do not necessarily confirm this. Rather, the prediction refers to a possible spiritual revival, and the question arises first and foremost for the two largest religions in terms of the number of believers, Catholicism and Islam (…)
We still live in the shadow of John Paul II, who made a powerful contribution to shaking off totalitarianism and continues to be a guiding light for Roman Catholicism. From 1978 until 2005, Karol Wojtyla was the first non-Italian Pope since the 16th century. He guided the Catholic Church in the latter part of the century (…)
Cardinal Ratzinger was a lover of French culture, thought and language, in which he expressed himself as Mozart – whom he adored and played every day on the piano – did with his music. He was awarded the Légion d’Honneur at the Villa Bonaparte, the residence of the French ambassador to the Holy See. That day, he gave a memorable speech in French (…)
In his ‘Spiritual Testament’ written in 2022, Pope Francis expressed the wish to be buried in Santa Maria Maggiore, one of the four basilicas in Rome. The last pope to be buried in this fifth-century building was Clement IX in 1669; the Baroque architect, sculptor and painter Le Bernin, who designed the great colonnade of St Peter’s, also found his final resting place there in 1680. The icon of the Virgin Mary above the altar is attributed to Saint Luke (…)