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Nel neolitico l’uomo ha compiuto una rivoluzione radicale, la cosiddetta rivoluzione neolitica che avrà importanti ripercussioni culturali nel cammino dell’umanità. Questa rivoluzione, avvenuta diversi millenni fa, consiste nella pratica e nella diffusione dell’agricoltura, e nell’importante invenzione dell’aratro.
Il terreno incolto e intricato, viene, dall’uomo del neolitico, razionalizzato e disboscato. Alla selva subentra la misura geometrica del campo coltivato e la sua razionalizzazione. Al nomadismo vediamo subentrare la sedentarietà. La necessità di misurazione dei terreni stimola la scienza dell’agrimensura e della geometria. La necessità di calcolare i raccolti stimola la matematica, mentre l’esigenza di prevedere il ciclo stagionale, stimola lo studio dell’astrologia e la stesura di un calendario stagionale; inoltre si sviluppano la scienza idraulica per le irrigazioni e l’architettura per la conservazione nei palazzi delle scorte.
Si sviluppa anche l’arte militare per proteggere i raccolti dai predoni e si sviluppa un potere centrale per coordinare queste nuove necessità. Da questo potere nasce il primo Stato sotto forma di città fortificata con le sue leggi, i suoi codici e tutte le norme e i vincoli, utili alla convivenza. Fra le prime città-stato che conosciamo menzioniamo Eridu e Uruk coi loro sacrari che rappresentano i centri spirituali. In Egitto nasce uno Stato che vivrà millenni.
In Grecia nascono le polis che si formano quando varie realtà frammentate creano una realtà unitaria per avere una forma maggiormente strutturata. È qui che vediamo nascere la grande cultura, come anche la filosofia, e la politica. Anche l’Antico Testamento ci fornisce una storia mitica analoga. Infatti ci racconta, anche se in modo cruento, il prevalere dell’agricoltore Caino, sulla cultura nomade di Abele come un fatale avvicendamento storico. Ci viene narrato che Caino, fondò una città e che dalla sua discendenza nacque la civiltà perché la sua progenie inventò la musica e la metallurgia. Questo sarebbe il racconto mitizzato della nascita dello Stato e la sua evoluzione. Lo Stato ha donato all’uomo quella che chiamiamo civiltà.
Inoltre sarebbe avvenuto un particolare contratto fra il cittadino e lo Stato di cui questi è parte integrante. Lo Stato dovrebbe offrire protezione e il cittadino, in cambio, dovrebbe sacrificare parte della propria libertà.
Con Roma il concetto di Stato raggiunge il massimo prestigio. Anzi proprio con l’impero, il concetto di universalità si coniuga con quello di Stato. In seguito avremo periodi di fortuna e sviluppo del concetto di Stato, alternati a periodi di eclissi in cui alcune forze antistato prevalgono per cause contingenti. l’istituzione dello Stato in certe epoche è considerata il pilastro dell’organizzazione sociale.
L’antistato invece muterebbe natura secondo i momenti storici. Se per l’evo antico, le forze antistato sono state rappresentate dal nomadismo di popoli, talvolta predoni, o vere nazioni prive di uno habitat che usavano abbattersi come dei tornado su società organizzate e strutturate come accadde con i cosiddetti “Popoli del mare”, gli Hyksos, gli Ostrogoti, gli Unni ed altre genti, talvolta per saccheggio, in altre occasioni per trovare anche loro uno Stato per stanziarsi in territori altrui.
Infatti, in Asia centrale, il suffisso Stan, in antico iranico si traduce con terra, o Stato o anche con “stare fermo” ed oggi molte di queste contrade sono però abitate, nonostante ciò, da popoli turcofoni. L’importanza dello Stato è dovuta alla nascita della coscienza cittadina, del civismo. Il termine civile e civiltà viene da cittadino.
Con la caduta dell’impero Romano d’Occidente, lo Stato deve affrontare un nuovo nemico che è la conseguenza della parcellizzazione del potere e consiste nella privatizzazione di quella che era la cosa pubblica. Anche il diritto scompare e il potere si identifica con la proprietà privata venendo meno la figura del cittadino.
Dopo poco più di mezzo millennio, in Italia possiamo osservare un nuovo fenomeno, gli artigiani che operavano nel borgo del castello, coloro che a Roma erano considerati la classe dei plebei, perché gli artigiani e i piccoli commercianti erano classificati come tali, danno vita al libero comune coltivando e sviluppando arti e commerci con le corporazioni. Con questo mutamento sociale vediamo tornare la figura del cittadino. il cittadino è l’embrione dello Stato che avrà un ulteriore sviluppo con le Signorie e con le repubbliche marinare.
Col Rinascimento rinasce l’idea di Stato grazie ad uno dei massimi teorizzatori politici, Niccolò Machiavelli che lo diventa grazie alla sua opera Il Principe”. Machiavelli è arrivato a teorizzare l’unità d’Italia e la forma istituzionale di repubblica.
Pochi secoli prima, la rinascita del concetto di Stato, in Francia, aveva provocato la tragedia dei Templari. Infatti l’ordine cavalleresco e monastico si era trasformato lentamente in una potenza militare ed economica sovranazionale. Con Filippo il Bello che in Francia spingeva per il ripristino di uno Stato sovrano, il destino di de Molay e dell’ordine sembrava segnato, il Medioevo accenna a modificarsi.
Nel XVII secolo compare in Inghilterra un filosofo importante per il ripensamento dello Stato, Thomas Hobbes. Hobbes pensa allo Stato di natura, ma non lo idealizza come in seguito farà Rousseau col buon selvaggio, ma lo descrive come una condizione in cui gli uomini, come ogni altro animale, sono in guerra gli uni contro gli altri. Il filosofo inglese riflette e comprende che lo Stato per ogni uomo è di importanza vitale perché l’umanità non precipiti nel caos caratterizzante lo stato di natura. Quel che teme Hobbes, nello stato di natura e quello che chiama “bellum omnium contra omnes”, l’incubo della guerra di tutti contro tutti. In una società priva di leggi, di proprietà, di sicurezza. È Hobbes che teorizza il patto sociale della libertà individuali in cambio della sicurezza. Hobbes nella sua teoria rende assoluto il potere.
Dopo la rivoluzione francese, il concetto di Stato si incontra definitivamente col concetto di nazione, di comunità di popolo che si identifica attraverso il linguaggio, la cultura e le tradizioni. Possiamo dire che certo assolutismo monarchico fu più nemico della nazione che dello Stato in sé.
Attualmente lo Stato ha due nemici da non sottovalutare. Da una parte abbiamo una cultura che mette esageratamente l’accento sui diritti individuali e per questi è disposta a sacrificare ogni ordinamento sociale e comunitario utile alla convivenza fino a contestare e minare quel mattone primo elemento costitutivo dello Stato che è il medesimo nucleo familiare di cui ha parlato a suo tempo Aristotele e a cui ci ha richiamato Omero col suo poema sul ritorno di Ulisse, che è un poema inno alla sacralità della famiglia per cui un uomo rinuncia all’immortalità ed uccide, tutto per una radice rappresentata da quella dell’olivo intorno a cui ruota la casa di Ulisse. questo per chiarire quanto l’Istituto familiare sia radicato nel nostro passato. Coloro che vedono unicamente i diritti Individuali sono coloro che vorrebbero rompere il patto sociale con lo Stato e non cedere un pollice della propria libertà in cambio della sicurezza personale, loro e degli altri. Eppure è un patto sociale che riscontriamo già nel codice di Hammurabi.
L’altro nemico dello Stato, forse più temibile, è il liberalismo, sciolto da ogni vincolo di leggi, normative, confini, territorio e anche dai popoli. Sarebbe la stessa entità che decenni fa fu battezzata turbo capitalismo, o liberismo, o addirittura anarco capitalismo, uno strano mix tra neo trotskismo convertito al liberismo, un vero mostro sovversivo disgregatore che unisce due individualismi, l’individualismo del potente che nello stato vede solo obblighi come fosse un moderno don Rodrigo e quello del sottoproletariato tanto temuto e deprecato da Karl Marx, considerato dal filosofo di Treviri come una nuova plebe priva di ogni coscienza di classe e facile ad essere conquista col classico panem et circenses. Marx vedeva questi personaggi come quei cittadini che non avevano acquistato né senso civico né coscienza nazionale e tantomeno coscienza di classe.