Tutte le strade portano a Roma, come è noto. Quella che parte dalla Provenza, e in particolare da Avignone, è senza dubbio più breve di molte altre che conducono alla città eterna. Roma è già nella città dei Papi, con la sua storia, la sua cultura e semplicemente con la sua atmosfera e il suo stile di vita; l’antico palazzo del Vice-Legnato del Papa, costruito nel XIV secolo, ospita oggi, all’interno del cosiddetto Museo Campana, capolavori dell’arte primitiva italiana, ovvero della pittura religiosa su tavola che precede il Rinascimento, dal XIII al XV secolo. Il Contado Venaissin, che fu possedimento del Santo Sede fino alla Rivoluzione francese, fu annesso alla Francia solo nel 1791 e la Provenza nel suo complesso ha una sensibilità tutta italiana; la cultura dell’Île-de-France è per loro un universo che è sembrato a lungo più lontano. La matrice di Avignone è quindi romana.
Ma questa non porta a un isolamento; sono proprio la storia e la cultura che rendono questa regione ricettiva alle influenze esterne, come dimostra il Festival di Avignon, che fu il primo festival teatrale del dopoguerra in Francia e poi uno dei più importanti al mondo. Inoltre, la strada per Roma può essere lunga, piena di deviazioni e persino di smarrimenti.
Ma le passioni del mondo possono penetrare in un universo apparentemente limitato, quello dell’infanzia e della giovinezza, e chiuso. La Casa e il Mondo di Satyajit Ray è un film basato sull’opera del premio Nobel per la letteratura Rabindranath Tagore. È ambientato sullo sfondo della divisione del Bengala da parte degli inglesi nel 1905. Gli echi smorzati di eventi tumultuosi e della violenza rivoluzionaria raggiungono il cuore della casa. Queste turbolenze contrastano con l’apparente calma di quest’ultimo e con una lentezza tipicamente orientale. Ma la moglie, come la nazione, è profondamente lacerata. La frattura si trova tra tradizione e modernità, minacciate anche dai disordini politici. C’è quindi una metonimia: l’universo familiare è un ricettacolo di sentimenti; il mondo designa l’ambiente sociale, la rivoluzione e l’instabilità. La lacerazione della società si traduce anche in conflitti interiori della moglie, legata al marito, ma anche attratta dalla passione rivoluzionaria dell’amico intimo del marito. La casa diventa quindi opprimente quanto i rumori provenienti dall’esterno.

Ogni universo chiuso, lontano dal Bengala, non è forse il destino di tutti noi? Non è forse minacciato dal momento in cui « sogniamo il mondo », fuori da una reclusione che ci prosciuga? Le rivoluzioni assumono forme diverse, possono riecheggiare a distanza e in epoche lontane. Quale legame si può stabilire, ad esempio, tra il Bengala e il Trecento europeo? Papa Clemente VI incaricò Matteo Giovannetti, a partire dal 1343, di decorare il suo palazzo di Avignone. Matteo tornò a Roma solo nel 1368 al seguito di Papa Urbano V; questi ultimi lasciarono nella città rodana giardini intimi e recinti, ai quali si accede ancora oggi attraverso vicoli ripidi e lastricati. Ma la Camera del Cervo di Matteo era frutto della pura immaginazione o illustrava piuttosto la rivoluzione mentale di un ritorno alla natura che sarebbe stato una delle caratteristiche del movimento rinascimentale? La Provenza, che Matteo percorse con il suo amico Petrarca, erudito e poeta italiano, autore del Canzoniere (e forse Laura de Noves, musa di quest’ultimo), prefigurava l’Italia? Era una terra sostitutiva che anticipava un ritorno nella città eterna? C’era lì un condensato della vegetazione mediterranea; i diversi livelli di giardini terrazzati offrivano un panorama senza limiti, tranne che per la catena delle Alpilles, vicina e languida, che sembrava persino raggiungere il Mediterraneo. Questa vista suggeriva orizzonti ancora più grandiosi, che alla fine sono emersi negli affreschi murali e si offrono ancora oggi ai nostri occhi.
Il cielo in una stanza, la commovente musica della canzone della grande Mina, ci riporta a noi stessi, in diverse fasi dell’esistenza: «…questa stanza non ha più parole, ma alberi, alberi infiniti… vedo il cielo sopra di noi… come se non ci fosse più nulla, niente al mondo ».