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Quando, negli anni Settanta del secolo scorso, vennero ristampate le opere di J.R.R. Tolkien dalla casa editrice Rusconi, divenne ben presto un fenomeno editoriale. La moda non interessò solo l’Italia: la letteratura Fantasy, nata nel mondo britannico, ebbe risonanza internazionale. Lo scrittore fu apprezzato come fosse una novità, e questo nonostante determinati titoli di Tolkien fossero già stati pubblicati precedentemente dall’editore Ubaldini negli anni Sessanta.
Stranamente quella prima edizione era passata quasi inosservata al grande pubblico, probabilmente perché la raffinata casa editrice che lo pubblicò era destinata a un pubblico prevalentemente di nicchia. Nel breve spazio di un decennio però era avvenuto un mutamento radicale di mentalità, in special modo tra il pubblico più giovane. Infatti, questa volta si verificò un vero e proprio fenomeno di tendenza culturale. Era avvenuto un radicale mutamento presso le nuove leve, che a quel tempo sembravano più inquiete, alla perpetua ricerca di identità.
Fu riscoperta, grazie alle nuove generazioni, la letteratura fantastica, non solo allo scopo di svago momentaneo, ma quasi come scelta esistenziale. Forse molti giovani vedevano in Tolkien una fuga dal sistema, analoga a quella descritta a suo tempo dallo scrittore statunitense pioniere del fenomeno della controcultura Jack Kerouac.
Nel decennio precedente, invece, gravava probabilmente ancora pesantemente l’interdetto contro ogni tipo di cultura considerata irrazionalista. Era quasi una proibizione, un vero tabù imposto implicitamente dalla cultura ufficiale, quella che si sentiva legittimata a giudicare ogni tipo di cultura catalogata come irrazionalista. Venivano coinvolti in questa operazione quasi censoria autori rappresentanti correnti culturali e filosofie che avevano preso in analisi i sentimenti o anche le pulsioni più recondite e oscure, quelle che Jung denomina ombra, la parte che nasconde gli aspetti inconsci di cui l’uomo razionale ha paura.
Una componente dell’anima già analizzata anche dal filosofo Friedrich Nietzsche e dallo scrittore russo Fedor Dostoevskij attraverso opere come I Demoni e Ricordi dal sottosuolo. Inoltre entrarono nel girone degli autori “sospetti” anche i poeti maledetti, e tutto il simbolismo, il decadentismo, l’estetismo, il crepuscolarismo con Gabriele D’Annunzio. Facevano storcere il naso artisti come Dante Gabriele Rossetti e la confraternita dei Preraffaelliti, col loro socialismo mistico ed estetizzante. Furono declassati anche Giovanni Pascoli, Henry Bergson e tutto lo spiritualismo francese. Erano messi all’indice anche pensatori come René Guénon, Arthur Schopenhauer, Soren Kierkegaard, Oscar Wilde, Lev Tolstoj. In pratica, tutta la grande cultura che aveva messo in ombra il positivismo, in un determinato momento storico.
Perché questo pregiudizio generalizzato? Qualcuno ha ipotizzato che fosse stata presa troppo alla lettera la risposta che Sigmund Freud dette ad Albert Einstein nel 1932 a proposito del timore di una prossima guerra. Freud rispose in modo diretto che occorrerebbe una dittatura della ragione.
In effetti, nel XIX secolo, insieme a filosofie importanti, si era diffusa anche la moda dell’esoterismo, insieme a mode come lo spiritismo, a cui non fu estranea una signora di origine russa, Madame Blavatsky, fondatrice della società Teosofica, o donne di cultura ma amanti dell’occulto come l’autrice ellenica Marguerite Albana Mignaty, contagiata dalla cultura indiana e ispiratrice di Edouard Schuré, autore de I grandi iniziati.
A parte queste figure eccentriche, la battaglia contro il cosiddetto irrazionalismo esondò come un’ossessione, investendo gran parte della grande cultura europea. A questo proposito il caso dello scrittore e critico letterario Cesare Pavese è esemplare ed esplicativo. Antifascista, reduce dal confino, aderente al PCI, uomo di vasta cultura, sembrava l’uomo adatto a collaborare con le edizioni Einaudi, e infatti fu lui a creare il catalogo che rese celebre la casa editrice.
Però Pavese, nonostante i meriti, dette scandalo ai censori perché pubblicò anche autori messi praticamente all’indice come Georges Dumézil e Karoly Kerényi. Inoltre, aveva chiesto anche i diritti per pubblicare Carl Schmitt, Ernst Jünger e Il tramonto dell’Occidente di Oswald Spengler. Si interessava anche alla pubblicazione di Ernst Von Salomon, René Guénon e Mircea Eliade, considerato “sospetto” da alcuni esuli romeni per via delle sue posizioni ritenute controrivoluzionarie.
L’inibizione di questo tipo di cultura non era nata in Italia, ma nel nostro Paese fu l’influente casa editrice Einaudi a imporre una scelta culturale che, di fatto, diventò una forma di censura e condizionò per decenni la cultura italiana. Questo fino a quando, grazie ad alcuni intellettuali coraggiosi come Giorgio Colli, Mazzino Montinari, Elémire Zolla, Roberto Calasso ed altri, nacque una nuova casa editrice, libera da costrizioni: Adelphi. Proprio da una costola di Einaudi, pubblicò scientificamente, e con una nuova traduzione, l’intera opera di Nietzsche. Come simbolo fu scelto un ideogramma cinese che significa “morte e rinascita”.

Tornando alla letteratura fantasy, col successo di Tolkien ci fu un rinnovato interesse per tutto il filone del fantastico. Questo portò anche a un ritorno di attenzione verso fiabe tradizionali, folklore, e studi come quelli di Frazer, esperto di culture primitive e classiche. Ne conseguì un risveglio culturale per discipline come l’antropologia culturale, la mitologia e la storia delle religioni, con autori come Mircea Eliade e Georges Dumézil.
Il fenomeno Tolkien non fu provvidenziale solo per il rilancio del fantastico, ma contribuì a riaccendere l’interesse per una cultura messa in ombra da un’Italia assorbita dal boom economico e dalla ricostruzione. Negli anni Settanta, invece, vi fu una sete generalizzata di cultura, anche di quella “proibita”. In molti si fece strada la convinzione che un razionalismo esasperato rischiasse di uccidere l’anima, l’arte, la creatività e la fantasia.
Questa idea fu ripresa dallo scrittore tedesco Michael Ende ne La storia infinita. Lo stesso Tolkien, in un saggio, affermò che la sua opera celebra l’evasione del coraggioso che scappa dalla prigione della modernità: “No, non è affatto il gesto del codardo che sfugge alle sue responsabilità inseguendo fate, elfi, o orchi”, scrisse. E aggiunse: “Perché un uomo dovrebbe essere disprezzato se, trovandosi in prigione, cerca di uscire e tornare a casa?”.
Con quella allusione alla “casa”, Tolkien sembra voler dire che la modernità crea un mondo estraneo, in cui l’individuo si sente alienato, smarrito, allontanato dal proprio sé.
Anche in epoche passate ogni fantasia sembrava proibita. Dopo il Rinascimento — periodo in cui la natura riacquista una sacralità perduta e Dio è concepito come immanente — le cose cambiarono. Con la Riforma luterana, e ancor più con la Controriforma, si verificò una repressione dell’immaginario, come spiegato dallo storico Ioan Petru Culianu.
Irrazionalismo anche il magismo rinascimentale? La Controriforma e il razionalismo cartesiano chiusero un’epoca che già nel Cinquecento Giorgio Vasari aveva chiamato rinascita.