Sebbene il mondo non sia mai stato libero dalla guerra e dalle crisi – che sono per definizione momenti parossistici di rottura, come la crisi economica del 1929, quella dei Sudeti nel 1938, quella di Suez nel 1956 o oggi la crisi ucraina che è di fatto diventata una guerra -, due conflitti importanti del periodo recente hanno appena raggiunto momenti parossistici: nel continente europeo e nel Vicino e Medio Oriente, in Iran e in Palestina.
In entrambi i casi, uno dei due protagonisti, ricorrendo a una forza superiore, sembra aver preso il sopravvento: la Russia, nonostante le perdite considerevoli, occupa circa il 20% del territorio ucraino nel Donbas dopo aver annesso la penisola di Crimea; Israele, dopo aver subito il gigantesco pogrom del 7 ottobre 2023, ha lanciato una vasta offensiva nella Striscia di Gaza, ha ridotto il movimento Hamas eliminando la maggior parte dei suoi quadri e ha ridotto in rovina gran parte di questo territorio al prezzo della vita di decine di migliaia di civili. Israele ha anche lanciato un attacco frontale contro l’Iran, al quale si sono associati gli Stati Uniti, che hanno preso di mira in particolare i siti dove si supponeva fosse in corso lo sviluppo di un programma nucleare ritenuto orientato a fini militari.
Ma l’Ucraina è sopravvissuta finora, dopo tre anni e mezzo di guerra, all’attacco del suo vicino, che rimane una grande potenza militare, grazie al suo coraggio e al sostegno occidentale. Israele non ha sconfitto tutta la resistenza palestinese, che vede crescere il sostegno mondiale alla sua causa man mano che si diffondono le immagini dell’orrore della distruzione, delle innumerevoli vittime, della fame e del rischio di deportazione degli abitanti della Striscia di Gaza; L’Iran è in ginocchio, ma non si dichiara sconfitto ed è possibile che l’attacco alle sue infrastrutture abbia rafforzato la sua determinazione ad acquisire l’arma nucleare.

Uno spettro si aggira per l’Europa
Karl Marx scriveva ne Il capitale che uno spettro si aggirava per l’Europa, quello del comunismo. Parafrasandolo, si potrebbe dire che alla fine di febbraio 2022 uno spettro si aggirava per il Cremlino, quello della sconfitta di Putin. L’ipotesi era azzardata mentre Kiev era sotto assedio, ma alla fine la sua verosimiglianza si rivelò proporzionale all’irrazionalità degli scenari militari iniziali.
Il protagonista principale della crisi aveva senza dubbio rimuginato ossessivamente sul suo progetto per anni. L’operazione doveva essere stata preparata meticolosamente.
Tuttavia, Vladimir Putin non avrebbe vissuto la sua “Baia dei Porci” con quasi 200.000 uomini impegnati? Non si sarebbe trattato, con ogni probabilità, di un fiasco militare, dato lo squilibrio delle forze e nonostante la resistenza coraggiosa e persino eroica del popolo ucraino e dei suoi leader. Ma la campagna si stava già rivelando difficile per le sue truppe e la presunta onnipotenza del suo esercito non si imponeva.
Alla fine è stata la visione d’insieme a mancare. Si poteva parlare fino alla nausea di “genocidio” e “denazificazione”, dopo aver negato l’esistenza stessa dello Stato ucraino, ma bisognava comprendere l’antico nazionalismo degli ucraini.
Sarebbe stato necessario anche rendersi conto che il Paese si era modernizzato negli ultimi anni, anche sul piano militare, dall’annessione della Crimea nel 2014. Sarebbe stato necessario disprezzare meno i Paesi europei e, più in generale, la civiltà europea per una presunta debolezza congenita.
In Occidente, il leader russo è riuscito nell’impresa di resuscitare la NATO, che fino a poco tempo fa era considerata “cerebralmente morta”.
Nel complesso, l’immagine della Russia nel mondo si è deteriorata come mai prima d’ora, senza contare le conseguenze tangibili che il Paese dovrà pagare a lungo termine a causa delle sanzioni.

In un’epoca di anacronismi, Putin ha confuso l’Ucraina – culla dell’esistenza della Russia e nazione slava, russofona e persino russofila in alcune delle sue componenti – con la NATO e un Occidente giudicato decadente.
Qualunque sia l’esito militare in Ucraina, una Russia messa al bando dalle nazioni non sarà sostenibile nel lungo periodo. La Russia non perderà necessariamente la guerra, ma non la vincerà; l’Ucraina non la vincerà, ma non deve perderla.
Le bare di zinco e la propaganda
L’Ucraina, quella guerra della prima metà del XX secolo con le sue trincee del 14-18 e i suoi carri armati del 39-45, è diventata quella del XXI secolo e del futuro con tecnologie mai utilizzate in un conflitto, come i droni. E la guerra della comunicazione infuria nell’era di Internet e dei social network.

Le bare di zinco (Цинковые мальчики significa I ragazzi di zinco) è un’opera documentaria della scrittrice bielorussa Svetlana Alexievitch, vincitrice del premio Nobel per la letteratura nel 2015. Questo libro, pubblicato nel 1989, raccoglie le testimonianze dei partecipanti sovietici alla guerra in Afghanistan; durata dieci anni (1979-1989), che ha preceduto la guerra americana durata vent’anni fino alla disfatta dell’estate 2021 e che ha causato migliaia di vittime (NB: 2.500 soldati delle forze regolari e 3-4.000 contractor) e costato 3.000 miliardi di dollari solo agli Stati Uniti. La guerra sovietica e il movimento delle madri dei soldati contribuirono al processo di decomposizione dell’Unione Sovietica, che avvenne tre anni dopo.
Si dice che in Russia non esista un’opinione pubblica, ma ci si può chiedere se il potere a Mosca sia ancora in sintonia con l’intero Paese. Anche se il numero dei soldati sovietici uccisi durante una guerra decennale fu “solo” di 15.000 morti, oggi si parla di decine, se non centinaia di migliaia di giovani caduti al fronte o feriti in soli tre anni e mezzo di guerra in Ucraina. La società russa – ma la domanda dovrebbe essere posta anche per l’Ucraina – non ne è forse profondamente scossa fino alle sfere del potere? Per non parlare delle conseguenze per un’economia poco diversificata e anemica della perdita di queste forze vive.
I temi della propaganda sono una sorta di breviario del pensiero standardizzato e un viatico per il male. La propaganda occidentale su un espansionismo russo che minaccerebbe l’intera Europa – in particolare per giustificare un riarmo massiccio e duraturo – non è da meno rispetto alla narrativa che sottende l’“operazione speciale”: l’Occidente minaccerebbe la Russia; quest’ultima risponderebbe all’umiliazione che le è stata inflitta dalla fine dell’URSS; si tratterebbe di ridurre i “genocidi” e i “neo-nazisti di Kiev”; Mosca dovrebbe difendere le popolazioni russe oppresse; sarebbe opportuno reagire alla degenerazione dell’Occidente e dell’Europa.
In realtà, la propaganda è quella che è sempre stata , ma le “bare di zinco” sono l’unica realtà purtroppo indiscutibile della guerra.

La Russia è il suo doppio
Un’altra Russia, diversa da quella che vediamo oggi, non ha mai smesso di esistere. Sì, la Russia, il Paese più grande del mondo per estensione, dalle immense pianure del continente alle rive del Pacifico, può avere un destino europeo. In realtà non ne ha altri.
Ma dovrà fare delle scelte, un’introspezione troppo a lungo rimandata sulla sua identità, sul suo regime politico dall’autocrazia imperiale, senza dimenticare di procedere a una vera e propria destalinizzazione, che il XX Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica del 1956 aveva lasciato incompiuta.

Non si potrà parlare del “dopoguerra” come se non ci fosse stata alcuna guerra. Non si potrà evocare con leggerezza i Trattati di Westfalia come se si trattasse del Sacro Romano Impero Germanico. Non si potrà fingere di rimanere ancora legati a un sistema “multilaterale” che rappresenta sempre un ideale da raggiungere. Allo stesso tempo, non si potrà privilegiare esclusivamente un “concerto delle nazioni”, riferimento al Congresso di Vienna del 1815, concetto che, tradotto in termini del XXI secolo, significherebbe un ritorno al mondo di Hobbes, cioè a quello dei predatori dello stato di natura.
Alla luce dei tragici avvenimenti attuali, si ripropone l’eterna questione della storia russa sull’appartenenza all’Europa o all’Asia. Questo immenso interrogativo era stato sollevato in particolare da Nicolas Berdiaev nella sua famosa opera “Le fonti e il significato del comunismo russo”, che trattava dell’eterno movimento pendolare tra gli ‘slavofili’ e gli “occidentalisti”.

Secondo Berdiaev, il pensiero russo si è formato in un territorio troppo vasto e dai contorni imprecisi. Mosca si è a lungo immaginata come la “terza Roma”, in una sorta di sogno della Bisanzio perduta, anche nella sua versione profana di centro dell’impero sovietico ribattezzato Оплот Мира (il baluardo della pace). Tra la modernizzazione, secondo Pietro il Grande, e il misticismo della superiorità del popolo russo e del mujik – diventato in seguito il proletario – si è inserito il dibattito.
“Ci si pone opponendosi”, secondo la dialettica hegeliana. È ciò che la Russia ha sempre voluto fare nella ricerca disperata della propria identità e dei propri limiti. Ciò non può avvenire a spese dell’Europa, che si vede costretta a reagire, poiché non può essere un insieme ecumenico essendo anche il prodotto di storie nazionali considerevoli e l’espressione di un grande progetto di civiltà che deve essere salvato a beneficio dell’umanità intera. Quanto alla Russia, non potendosi convertire, sulla strada intrapresa da Nicolas Berdiaev, dovrà rieducarsi, il che richiederà un processo molto lungo, nella migliore delle ipotesi.
Il doppio della Russia è un’altra Russia per un’Europa autentica e quindi rasserenata.
