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La bellezza come colpa in un mondo democratico

Quando la bellezza diventa colpa: tra odio, nichilismo e perdita della forma nell’era dell’informe.

Interessante osservare dove ci ha condotto l’estremizzazione parossistica del concetto di democraticità. Emblematico il caso della giovane attrice statunitense Sydney Sweeney e le polemiche, talvolta allucinanti, che sono seguite ad un semplice spot pubblicitario di una marca di jeans.

Il fatto di cronaca dimostra, ce ne fosse stato bisogno, che siamo arrivati ad un punto di non ritorno in cui implicitamente viene sostenuta la tesi che la bellezza sarebbe una colpa in sé perché antidemocratica in quanto per sua natura escluderebbe per il solo fatto di esistere.

La celebre frase dello scrittore tedesco Ernst Junger “profondo è l’odio che l’animo volgare nutre contro la bellezza”, non è una frase paradossale ma è una lucida analisi su alcuni risvolti psicologici presenti nella realtà delle cose.

Sarebbe l’individuazione di quella componente che lo psicanalista e psichiatra Carl Gustav Jung chiama ombra, il lato oscuro della personalità, la parte inconscia che conterrebbe gli aspetti che la ragione rifiuta e reprime perché ritiene tali pulsioni, frutto della componente irrazionale in cui componenti negative e positive si mescolano indistintamente e caoticamente, in modo del tutto privo di logica. Sarebbe la parte incolta e incontrollata della personalità.

Con la filosofia della totale democraticità, della piena libertà, dell’appagamento di ogni istinto e della giustificazione e accettazione di ogni desiderio, in modo indiscriminato, viene aperto il vaso di Pandora di quello che Dostoevskij chiama il sottosuolo permettendo che fuoriesca il frutto del nichilismo, l’assenza di ogni valore.

Ogni fattore formativo ed educativo, ogni selezione, scelta, discrimine, viene meno in nome del caos e dell’informe (anche l’arte è su questa strada) è la rinuncia al libero arbitrio e il rifiuto della capacità di distinguere del bene dal male.

Lo stesso Vangelo parla della necessità di separare il grano dal loglio, cioè la zizzania e scegliere, discriminare, separare e non accettare tutto indiscriminatamente. Non è certamente un principio totalmente democratico, dell’accettazione del tutto indistintamente come una certa cultura degenere intende modernamente.

Rimanda ad un concetto ideale che ha cercato di trasmetterci il grande Michelangelo Buonarroti quando volle esprimere il principio che la forma è già presente dentro la materia che per sua natura è informe. L’artista pensava che lo scultore non avrebbe dovuto creare dal nulla ma togliere, come togliere la zizzania, ciò che è informe e, levando senza aggiungere per liberare la forma che è già presente, nascosta dalla pietra.

L’artista rinascimentale aveva ripreso da Platone l’idea che le forme fossero entità ideali esistenti e che la realtà fosse solo il riflesso delle forme e del bello. Michelangelo pensava di liberare la forma per empatia. Quella forma iperuranica che lui aveva in mente nella sua forma ideale, cercava di liberarsi dalla materia come in un gioco speculare.

Questo significava concepire l’arte come svelamento, come rivelazione di un’idea, come ricerca di qualcosa a noi stessi superiore.

L’esatto contrario dell’odierna concezione in cui il filo conduttore col mondo delle idee sembra definitivamente spezzato e con questo l’ispirazione. Di conseguenza, osserviamo che la materia non prende più alcuna forma ma rimane nella propria inerzia grezza, quasi grossolana perché l’artista non parla più più con la materia e non sa più liberare ciò che è bello.

Oggi dei prigioni di Michelangelo sappiamo ammirare la materia grezza, l’incompiuto, mentre l’autore si riempiva gli occhi della plasticità, della forma che sembrava a forza volesse uscire da quella materia grezza che ricorda il caos prima della creazione.

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