Dark Mode Light Mode
L'Homo sovieticus e la Santa Russia
La bellezza come salvezza: un confronto tra Dostoevskij, Nietzsche e Leopardi
Etica e progresso: fino a dove possiamo spingerci?

La bellezza come salvezza: un confronto tra Dostoevskij, Nietzsche e Leopardi

Dal «Pulchritudo dei» agostiniano al nichilismo europeo: la bellezza come possibile risposta al vuoto di senso moderno.

Ascolta la versione audio di questo articolo (generata da IA).

Fedor Dostoevskij, nel suo romanzo “L’idiota”, fa esprimere al principe Myskin, il protagonista del romanzo, la sentenza in cui viene affermato: “La bellezza salverà il mondo”. La frase enigmatica è stata spesso equivocata se non incompresa del tutto. La figura del carismatico principe rappresenta la purezza del vero cristiano ed è per questa ragione che nel mondo reale appare quasi come un idiota, inteso nel senso letterale come uomo impolitico. Secondo lo scrittore russo il mondo attuale sarebbe molto lontano dai valori cristiani. È un’opinione che Dostoevskij conferma nel racconto “Il Grande inquisitore” che si trova all’interno del romanzo “I fratelli Karamazov” dove Cristo, tornato sulla terra, viene addirittura arrestato dall’inquisitore nonostante fosse stato riconosciuto. Dostoevskij illustra le ragioni dell’assurdo comportamento, attraverso un dialogo che in realtà risulta essere un monologo del religioso.

Ma, tornando all’asserzione del principe Myskin, quale concetto vuole esprimere con la misteriosa frase sulla bellezza salvifica? Il concetto espresso dal personaggio è ripreso da Dostoevskij da uno scritto di Sant’Agostino, il quale usa il termine esatto di “Pulchritudo Dei” che significa grazia divina. Con tale immagine Agostino esprime la bellezza di Dio intesa come armonia, equilibrio e grazia, un ordine universale, una bellezza che è ordine cosmico e si avvicina all’idea di mimesis greca come imitazione dell’armonia dell’ordine cosmico.

Si vuole esprimere il concetto che ogni tipo di bellezza interiore o esteriore che sia, ha origine divina. Si tratta di una bellezza che deve riflettere una grazia salvifica, un dono. Lo scrittore russo è sconcertato da varie forme di nichilismo che percepisce essere presenti in modo sempre più ossessivo nella modernità e cerca di indagare il fenomeno anche con un altro romanzo “I demoni” dal titolo eloquente in cui viene analizzata la psicologia e la perversione della cultura del nulla presente nei movimenti nichilisti, sempre più diffusi in Russia. Lo scrittore per descrivere l’anima di tali giovani arriva a parlare addirittura di putrefazione perché ne denuncia una corruzione degli spiriti che osserva e giudica severamente.

I protagonisti de “I demoni” erano degli anarchici che rifiutavano ogni valore tradizionale esasperando e portando alle estreme conseguenze le idee del positivismo e del materialismo. Questi nichilisti sembravano incarnare un altro timore espresso dallo scrittore per bocca del personaggio, il mistico Ivan Karamazov quando afferma: “se non c’è Dio tutto è permesso”. Il primo russo ad utilizzare il termine nichilismo fu Michael Katkov che polemizzò con i nichilisti degli ambienti della rivista “Il Contemporaneo” con una frase poetica: “Se si guarda al cosmo, posti di fronte a due atteggiamenti estremi, è più facile diventare mistico che nichilista”. Però colui che rese popolare il termine nichilista, fu Ivan Turgenev inserendo il termine in “Padri e figli”, raffigurando la figura del nichilista descrivendo il personaggio del giovane rivoluzionario Bazarov, individuo che viene presentato come immorale.

In Italia, lo spettro del nulla getta nello sconforto Giacomo Leopardi, il quale denuncia lo spirito della propria epoca come responsabile della strage delle illusioni. Il desiderio frustrato della dimensione dell’infinito del poeta trapela da un mare immaginario e metaforico che Leopardi sa immaginare solo con la visita ostacolata da una provvidenziale siepe che permette al suo spirito di liberarsi. La vana ricerca di un senso ultimo è palesata dal poeta nel “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”. A differenza dei nichilisti russi, Leopardi guarda al nulla come ad un abisso di disperazione, tanto da provare quasi invidia per le pecore del pastore immaginario che, ignare, non si pongono interrogativi. Il poeta filosofo di Recanati sembra tormentato dalla mancanza di senso che percepisce come un’atroce beffa.

Come accennato, a differenza dei nichilisti russi, Leopardi non crede in alcun tipo di progresso e ironizza sulle fittizie illusioni progressive che denuncia come fallaci. Sembra che il poeta sia più nichilista, per sua disgrazia, degli illusi nichilisti russi. Infatti questi vedevano nella fine della morale il prospettarsi di una nuova libertà. Similmente ad Arthur Schopenhauer, anche Leopardi sembra vedere nella morte l’unico bene. Sempre nello stesso secolo, in Italia, il poeta Ugo Foscolo esprime il timore che la morte sia un nulla eterno senza riscatto.

Il poeta, come i personaggi del mondo classico, cerca una parvenza di immortalità nella memoria dei vivi e manifesta questa fede nella poesia “Dei sepolcri”. Foscolo si rende conto che nulla è eterno. Questa convinzione non conferisce al poeta un falso senso di liberazione ma al contrario, provoca in lui angoscia proprio per la mancanza di senso. Come un vento gelido, il nichilismo sembra ormai spirare su tutta Europa, in Germania oltre a Schopenhauer, abbiamo Friedrich Nietzsche e Max Stirner il quale rivendica di aver fondato la propria casa sul nulla.

Con Stirner possiamo comprendere verso cosa può portare la fede nel nulla. Vediamo che la somma delle negazioni chiudono l’uomo in se stesso come in una prigione e lo costringono ad abbracciare un individualismo esasperato. Abbattuta ogni fede, si sgretola anche la fiducia nel prossimo e in ogni istituzione comunitaria e ognuno, disilluso, si barrica nel proprio io, nel proprio egoismo. Infatti in seguito, nella prima metà del Novecento, la filosofa e scrittrice russa anarchica nichilista Ayn Rand arriva, seguendo un percorso logico, ad esaltare l’egoismo come virtù fondamentale sostenendo che ogni uomo deve perseguire il proprio bene e felicità e che i sentimenti di amore e altruismo e ogni tipo di affetto sono intralci alla realizzazione personale.

La scrittrice, infatti, non condivide gli ideali collettivisti della rivoluzione comunista. Anche Stirner aveva parlato dell’egoismo etico. Troviamo in Stirner un’affermazione quasi Nietzschiana quando afferma che l’uomo non ha bisogno di Dio, perché egli solo è Dio di se stesso. Il suo interesse deve essere rivolto al suo “esclusivo benessere”. Stirner arriva a criticare addirittura le interazioni con gli altri individui.

Il filosofo Nietzsche pur essendo un rappresentante del nichilismo, si avvede che “manca lo scopo; manca la risposta al perché; tutti i valori svalutano”. Con l’annuncio della morte di Dio, Nietzsche, non vuole entrare in dissertazioni sterili sull’inesistenza di Dio, vuole semplicemente annunciare che nel suo tempo Dio è assente nell’anima degli uomini. In altre epoche tutte le manifestazioni artistiche, filosofiche e della vita quotidiana erano tutte indirizzate alla dimensione divina. Nietzsche si guarda intorno e non percepisce più questa presenza nelle attività umane e nelle loro preoccupazioni. Il filosofo vede solo uomini piccoli, indaffarati nel mercanteggiare.

Nietzsche è un pensatore interessante perché come Leopardi non è soddisfatto di questa realtà ma capisce che se l’uomo vuole sopravvivere alla morte di Dio deve farsene carico e vivere eroicamente da disilluso, un disilluso che lui battezza “oltreuomo”. Questo perché per l’uomo che abbiamo conosciuto fino ad oggi, in assenza di Dio, non sembra esserci più posto. Nietzsche comprende che il nichilismo è decadenza spirituale e cerca una via di fuga in avanti cercando di realizzare un nichilismo attivo. Il filosofo di Rocken immagina il superamento del nichilismo decadente o passivo e auspica un evento che renda capace l’uomo di reinventarsi con lo spirito del fanciullo, desiderare la vita solo per se stessa anche se priva di senso logico.

Il filosofo cerca di far comprendere che il mistero della vita forse è proprio quello di non avere un senso ulteriore ma di averlo in sé, come un eterno miracolo che si ripete all’infinito. Nietzsche sembra invitare a saper apprezzare un eterno “qui ed ora” senza preoccuparsi del perché. Nel Novecento, nonostante Heidegger, l’angoscia del nulla sembra superata come fosse un dato acquisito, forse a causa di un senso di rassegnazione o semplicemente un involgarimento della sensibilità delle persone che come i mercanti di Zarathustra sembrano troppo indaffarati per porsi domande che non hanno risposta.

Il nichilismo attualmente non viene più teorizzato né combattuto ma è evidente che serpeggia in modo sempre più massiccio un individualismo esasperato che provoca solitudine nella nuova società di massa fatta da individui atomizzati e talvolta lasciati soli nella propria disperazione. Una solitudine creata dallo sfaldamento di molte realtà organiche che un tempo circondavano l’uomo e che lo facevano sentire parte di una comunità, utile se non necessario. Venute tragicamente meno le illusioni comunitarie dei totalitarismi, e dello Stato organico, esperimenti che volevano sopperire alla scomparsa del mondo tradizionale, l’uomo torna alla sua solitudine e silenziosamente, si insinuano subdolamente stati depressivi e altre psicopatologie fino a diventare quasi fenomeni di massa, disturbi provocati dalla mancanza di senso. Sono stati depressivi quasi assenti in società ancora pauperistiche e non toccate dal cosiddetto progresso.

A Vienna, dalla fine del XIX secolo, qualcuno si è accorto che anche le anime si possono ammalare come i corpi e anche gravemente e devono essere curate. Però si pretende di farlo una nuova forma di medicina. Lo stato d’animo dell’uomo moderno è ben illustrato dallo scrittore francese Louis-Ferdinand Céline con poche essenziali parole: “La vita è questo, una scheggia di luce che finisce nella notte”, parole espresse nel suo romanzo “Viaggio al termine della notte”.

Tornando a Dostoevskij e al Grande Inquisitore, notiamo che quest’ultimo, parla a lungo con Gesù, pone domande, fa asserzioni, si dà risposte ma il lettore nota lo strano silenzio di Gesù che non interloquisce e non proferirà mai parola. Lo scrittore russo ha descritto mirabilmente il dramma dell’uomo moderno che parla a Dio ma non ode più risposte e rimane solo con le sue domande mentre nel racconto, Dio lo vediamo allontanarsi. Sembra che periodicamente l’uomo, assaggiando il frutto della conoscenza, sia destinato a uscire dal giardino di armonia, equilibrio e grazia, smarrendo la bellezza intesa come “Pulchritudo Dei”.

Previous Post

L'Homo sovieticus e la Santa Russia

Next Post

Etica e progresso: fino a dove possiamo spingerci?