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La perdita della forma: un’analisi della cultura contemporanea

Una riflessione sulla perdita della forma tra arte, architettura, moda e costumi sociali, e sul ritorno necessario a una bellezza percepibile e universale.

Molti avranno certamente notato determinate sculture che da qualche anno usano “arredare”, in esposizioni temporanee, molte piazze dei nostri centri storici. Ormai da molti anni vediamo sempre più spesso manufatti informi senza neppure l’armonia e l’intelligenza che vi sapevano infondere scultori come Boccioni o Bruno Catalano o qualche altro artista. Dal Novecento, anche l’arte figurativa contemporanea da molto tempo indulge sull’informe o anche sul deforme.

Lo stesso fenomeno lo possiamo osservare nell’architettura contemporanea che ormai è priva degli elementi architettonici, di ogni canone e di uno stile formale. Praticamente molti edifici sembrano volumi di cemento senza più alcuna ricerca estetica e strutturale. Per quanto riguarda l’abbigliamento, la nuova moda è priva di uno stile e di una forma e questo in nome di una presunta comodità e della praticità.

Gli stessi atteggiamenti riguardanti i comportamenti che sono ormai diventati consuetudinari nelle masse sono anch’essi informali in nome di una spontaneità e immediatezza del tutto priva di quel rispetto dovuto al prossimo. Neanche i sessi hanno più una loro identità formale che li possa contraddistinguere ma, volutamente, desiderano essere confusi con il fine di diventare interscambiabili.

Questo concetto di liquidità rimanda palesemente ad un elemento che, come notorio, è privo di forma propria e tende per sua stessa natura ad assumere sempre la forma del contenitore occasionale, sapendo solo adattarsi passivamente e conformarsi. Una società con caratteristiche di liquidità è una società in cui i gruppi sociali si formano e si dissolvono facilmente. Anche il lavoro è precario e l’individuo è più solo che in un altro tipo di società, dato che siamo di fronte ad una società frammentata dove tutto è mutevole.

In questa società in cui tende a diffondersi il fenomeno dell’emarginazione sociale, serpeggia un odio, una vera idiosincrasia, nei confronti di ogni forma e di tutto ciò che è formale. Sembra che per principio siano rifiutati i modelli estetici perché sarebbero troppo identitari, in quanto elaborazioni spirituali di determinate culture. Prova ne sia che la nuova architettura è diventata universale e non rispecchia più le molteplici anime dei popoli: non si parla più di architettura ma di semplici moduli abitativi.

Sono rifiutati i modelli estetici insieme ai modelli morali, educativi, culturali e ogni altra norma, come ogni schema, disciplina o criterio. Viene respinto tutto ciò che è un insieme di principi, l’elaborazione di un lungo percorso di civiltà. Nietzsche scriveva: “Non esistono superfici belle senza una terribile profondità… I Greci: loro sì che sapevano vivere! Per far ciò, occorre rimanere saldamente ancorati alla superficie… questi Greci erano superficiali per profondità!”.

Non si può comprendere il significato della frase di Dostoevskij “La bellezza salverà il mondo” senza aver riflettuto sulla bellezza della forma di Nietzsche. Infatti è solo grazie alla ricerca della bellezza estetica, di ciò che appare, che l’uomo potrà ritrovare se stesso e la sua interiorità. La mancanza di forma è il nulla, il nichilismo realizzato, un’autodistruzione.

A coloro che giustificano l’informe con il paravento del concettuale che sarebbe maggiormente profondo, rispondiamo con le parole di Emmanuel Kant: “Bello è ciò che piace universalmente senza concetto”. La bellezza non deve essere compresa ma percepita semplicemente dai sensi: ogni percezione di bellezza è solo esperienza sensuale. È una percezione immediata perché il messaggio non è indirizzato alla ragione ma alla nostra anima attraverso i cinque sensi.

È il piacere immediato dei sensi che sempre ci comunica ciò che è bello e ci rimanda ad un ideale di bellezza, come fosse una nostalgia. Anche gli animali percepiscono la bellezza. Lo osserviamo in natura anche negli inutili, ingombranti quanto vistosi palchi di corna con cui certi animali si pavoneggiano, o nei piumaggi con colori sgargianti di alcuni volatili, o lo sentiamo anche nei melodiosi canti di richiamo fino alle rituali danze nuziali che alcune specie eseguono prima dell’accoppiamento.

Anche i fiori attirano gli insetti con colori, forme e profumi accattivanti per favorire il processo di impollinazione. Nulla è casuale e tutto è voluto da un equilibrio universale come fosse un’intelligenza irrazionale. Per Friedrich Holderlin uomo e natura non sono separati ma fanno parte di un tutto organico perché la natura sarebbe un’entità vivente che il poeta descrive come esperienza pre-linguistica di bellezza.

Il critico d’arte Philippe Daverio ebbe a dire che ogni opera d’arte, ogni quadro, è solo un simbolo perché non rappresenta se stesso ma rimanda ad una dimensione ulteriore, sarebbe un ponte. L’armonia universale sembra sia percepibile, sintonizzandosi su una certa lunghezza d’onda, e solo coloro che non la sanno più leggere cercano una inesistente bellezza concettuale che andrebbe compresa esclusivamente con la ragione.

Spengler spiegava questo misterioso linguaggio silenzioso ancestrale come fossero “Idee senza parole”. Il pensatore tedesco voleva invitare l’uomo ad armonizzarsi di nuovo con l’intelligenza cosmica, riattivando anche quella che lui denominava “anima vegetale”. Questa potenzialità che abbiamo e ignoriamo sarebbe quella sapienza invisibile che ci lega non solo come individui ma anche come civiltà alla legge universale; una capacità che i Greci descrivevano col termine mimesis, intesa come somiglianza e rappresentazione di una legge cosmica.

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