Si è fin troppo dibattuto in passato sul valore o disvalore dello stile architettonico che ha fatto la sua comparsa negli anni Trenta. Naturalmente è presente la forte diffidenza di coloro che avevano la tentazione di risolvere tutto con la semplice e tradizionale damnatio memoriae invece di cercare di comprendere un importante fenomeno estetico. Questa impostazione era prevalente fino al 1987 quando una grande mostra dedicata all’arte degli anni Trenta fu allestita a Milano col titolo “Anni Trenta: Arte e cultura in Italia” a cura di Ezio Gribaudo, un noto artista, editore, grafico, organizzata dal Comune di Milano.
La mostra è stata fondamentale per riscoprire al di là dei pregiudizi moralistici il periodo importante del Razionalismo, del Novecento e del Fascismo in cui apparivano affiancati De Chirico, Carrà, Terragni in cui scultura, architettura, design, grafica, cinema, fotografia, letteratura venivano analizzati in modo organico e complessivo. Dopo questa mostra sembrò che il mondo culturale più elitario, avesse imparato a osservare quel periodo artistico con occhi più critici e meno influenzati dai riflessi condizionati.
Tornando alla manifestazione architettonica, quel genere di espressione artistica, più che un’esigenza ideologica, possiamo osservare che è stata il frutto di un mutamento epocale e culturale. Lo stile razionalista nella versione conosciuta volgarmente come stile littorio, è stato un linguaggio estetico con implicazioni sociologiche, che ha coinvolto anche l’architettura e che ha avuto il suo sviluppo prevalentemente negli anni Trenta.
Questo nuovo stile seppe alternare elementi razionalisti con richiami al classicismo anche se in modo schematico ed essenziale con il frequente uso di archi, inseriti però in elementi funzionali con un attento studio dei volumi e degli equilibri. Anche se può apparire antitetica, l’architettura di quel periodo presenta delle profonde analogie col migliore stile barocco. Similmente all’architettura barocca, questo stile mira alla monumentalità e alla grandiosità, con vari espedienti coreografici come le ampie scalinate che si trasformano in scenari, e anche con vaste piazze per creare effetti prospettici.
Come nel barocco, anche nel secolo scorso, si ricerca la drammatizzazione nelle superfici con l’uso frequente del chiaroscuro, con l’espediente dell’alternanza sapiente di pieni e vuoti, oppure della luce, esaltata dal riverbero sulle candide superfici del marmo e del travertino e contrapposta alle ombre create dalle rientranze ben disegnate dei volumi.
Anche nell’architettura degli anni Trenta vediamo composizioni dinamiche, come nel barocco, con il frequente uso di superfici curvilinee, scale a spirale, o a vista grandi vetrate verticali a più piani, linee dinamiche, trasparenze alternate a sbalzi. Tutto per dare un’idea di dinamicità, funzionalità e velocità. Tutto ciò risulta inserito in una teatralità prospettica con effetto scenografico per il coinvolgimento emotivo. Infatti sia lo stile architettonico barocco che quello che osserviamo negli anni Trenta, si rivolgono alle masse.
A Roma nel ‘600 avvenne un fenomeno di inurbamento e occorreva comunicare alle nuove masse che si stavano affacciando alla vita pubblica con un linguaggio che risultasse più immediato. Anche negli anni Trenta del Novecento, la nuova società di massa pretendeva che ci si rivolgesse alle moltitudini che sembrano diventate le nuove protagoniste con un linguaggio estetico diverso, più moderno se confrontato col gusto della borghesia certamente più contenuto e che aveva configurato e modellato, con la propria estetica e morale, l’intero Ottocento il periodo aureo di questa classe.
Unica differenza fra il razionalismo “Littorio” col barocco, non da poco, è la quasi assenza del decorativismo frastagliato delle superfici che al contrario si presentano in modo essenziale e pulito. Viene stimolata in compenso, da questo stile, la statuaria e viene incrementato l’uso di bassorilievi che occupano intere pareti di esterni, insieme a mosaici e grandiose pitture murali di strutture pubbliche. Lo scopo è il medesimo, comunicare con le masse meno acculturate ma cercare di colpire in modo più immediato il sentimento e la fantasia in modo che stimolino emozioni.
Anche nel Novecento nuove masse si stavano affacciando alla ribalta della storia e avevano un forte desiderio di protagonismo. La scelta della comunicazione verbale oratoria nelle piazze che sostituiva i tradizionali comunicati stampa per i soli addetti ai lavori, ha forse lo stesso sapore di una Rousseauiana democrazia diretta e della pretesa di una interpretazione della volontà generale.
Troveremo qualcosa di stilisticamente analogo dal punto di vista della comunicazione visiva, anche nel realismo socialista seppure con le debite differenziazioni. Si è trattato probabilmente di illusioni di cambiamento ispirate, strano a dirsi, a dottrine democratiche con influenze di una grande cultura moderna con pensatori che vanno da Rousseau a Hegel, da Robert Michels a Gustave Le Bon, con la critica al positivismo di Sorel e una forma di cesarismo descritto lucidamente da un acuto Antonio Gramsci, il quale descrive il fenomeno come “una situazione di stallo (“il vecchio muore e il nuovo non può nascere”) in cui il leader carismatico “moderno principe” crea una rivoluzione passiva mediando tra forze sociali contrapposte attraverso il consenso popolare diretto come nel caso del fascismo”.