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È innegabile che il Risorgimento sia stato un processo storico oltre che politico, culturale e sociale, interpretato come la naturale evoluzione di vicende antecedenti. Molti storici, però, hanno giudicato inadeguata la sua realizzazione. Dobbiamo ricordare che i moti risorgimentali, ispirati agli originari ideali, purtroppo ebbero un risultato deludente.
Una bellissima quanto drammatica testimonianza della frustrazione che gettò nell’angoscia molti italiani è illustrata dal dipinto del pittore romantico Francesco Hayez La Meditazione. L’opera rappresenta l’Italia sconfitta, dopo il fallimento dei moti del 1848 e la sconfitta della prima guerra di indipendenza: un periodo che vide la mobilitazione popolare in quelle che passarono alla storia come le Cinque Giornate di Milano. Questa Italia, rappresentata da Hayez, è contrapposta alla Marianna di Delacroix, ed è evidente la citazione, come possiamo osservare nel particolare non insignificante del seno scoperto, anche se la donna rappresentata da Hayez è discinta ma composta. Le differenze sono evidenti: quella di Hayez è un’Italia che non rispetta la retorica dell’iconografia tradizionale, perché meditativa. Tanto la Marianna francese è rappresentata nell’esaltazione dell’azione, quanto l’italiana è raffigurata assorta nella riflessione e con gli occhi nel vuoto. La francese appare come una donna del popolo, l’altra dai tratti aristocratici e affranta: alla testa d’una folla in azione la prima, in assoluta solitudine e immersa nel silenzio la seconda. Con la bandiera al vento la Marianna, con un pesante tomo di storia patria la giovane donna di Hayez, e un crocifisso, simbolo del martirio e della fede.
Il Risorgimento non fu portato a compimento, nonostante il sacrificio di molti idealisti, dai moti rivoluzionari, ma da una delle monarchie italiane: il Piemonte, che intuì il momento propizio. Più che una rivoluzione, in determinate regioni quello che avrebbe dovuto essere un risorgimento popolare assunse l’aspetto di un’occupazione militare. Da questo peccato originale di una élite non all’altezza della missione storica nacque il malcontento sociale che portò, tra l’altro, al fenomeno del banditismo nel Sud. Sarebbe riduttivo liquidare il fenomeno come un episodio di malavita, come anche ridurlo a una forma di nostalgismo filoborbonico: queste vicende avevano in realtà profonde motivazioni sociali, anche se confuse. Erano le stesse motivazioni che, tra l’altro, portarono anche alla dismissione di molte industrie del Sud. Le promesse risorgimentali che avevano portato tante illusioni non si realizzarono mai.
Lo scrittore Tomasi di Lampedusa ne analizzerà, a posteriori, alcune motivazioni nel romanzo storico Il Gattopardo. Lo stesso Antonio Gramsci descrisse il Risorgimento come rivoluzione mancata, analisi condivisa anche dagli storici Salvemini e Gobetti, che denunciarono la mancata partecipazione popolare. Condivideva questa analisi anche Mussolini, il quale pensò di completare il Risorgimento con una rivoluzione che includesse anche le masse popolari. In molti italiani, anche di estrazione borghese, si erano affievolite le illusioni che avevano accompagnato il Risorgimento. Una delle cause fu lo scandalo della Banca Romana che aveva coinvolto i vertici della politica, ministri, parlamentari e anche giornalisti: consisteva in emissione illecita di banconote e corruzione di personaggi in vista.
Inoltre ci furono i tragici fatti dei Fasci siciliani che si verificarono nell’ultimo decennio dell’Ottocento. Scosse parte dell’opinione pubblica una violenta repressione dei moti di contadini e di minatori che rivendicavano migliori condizioni. In due località ci furono decine di morti nella repressione. Sembra che insieme all’esercito avessero partecipato anche i cosiddetti campieri: guardiani armati organizzati in milizie, assoldati dai latifondisti, soliti utilizzare la lupara, l’humus che produsse la Mafia. Furono drammatici avvenimenti che colpirono molte coscienze, tra cui quella di Luigi Pirandello che ne rimase turbato, nonostante provenisse da una famiglia di tradizioni risorgimentali e mazziniane. Il padre e gli zii erano stati garibaldini e lo zio Rocco cadde ad Aspromonte.
A questi avvenimenti fece eco la strage di Milano, effettuata anche con l’utilizzo dell’artiglieria, in un’operazione guidata dal generale Bava Beccaris. Era l’8 maggio 1898 ed erano avvenuti tumulti a causa di una protesta per un aumento del costo del grano che si rifletteva sul pane, ancora alimento base delle classi meno abbienti. Il governo aveva proclamato lo stato di assedio e il generale Bava Beccaris venne incaricato di ristabilire l’ordine. Ci furono 80 morti, 450 feriti e 2000 arresti, fra cui Turati ed altri dirigenti socialisti. Basti dire che un militare che non se l’era sentita di sparare sulla folla venne fucilato sul posto, ed un altro si suicidò. D’Annunzio, in quell’occasione, disgustato profondamente, aderì al partito socialista con le parole: “Vado verso la vita”.
Il 28 dicembre 1908 un grosso terremoto e maremoto provocò enormi devastazioni sia a Messina che a Reggio Calabria e in altri centri abitati limitrofi. I soccorsi tardarono ad arrivare in modo clamoroso. In principio era stata data la responsabilità all’interruzione della linea telegrafica, poi ci si rese conto che si trattava di una lentezza burocratica che paralizza lo Stato. I primi soccorsi arrivarono grazie a quattro navi da guerra della flotta russa che sbarcarono per prestare soccorso, imponendo la legge marziale per evitare il caos. In un secondo tempo da Malta arrivò anche una nave britannica, ma da Roma ancora niente. Infine arrivò anche l’esercito italiano che, invece di prestare soccorso, aggiunse danno a danno: eseguirono inutili abbattimenti degli edifici ancora integri, finendo di distruggere il volto storico della città.
Messina era stata lodata da Nietzsche pochi anni prima durante un soggiorno in cui scrisse i componimenti poetici che volle dedicare alla città, i famosi Idilli di Messina. In una lettera scrisse della bellezza del luogo e del garbo degli abitanti che lo avrebbero addirittura viziato per la loro gentilezza. Durante il terremoto perse la vita quasi la metà della popolazione. Le autorità dichiararono lo stato di assedio di Messina e fu inviato come commissario il generale Francesco Mazza che si rivelò più che inadeguato. Invece di portare aiuto fu applicata la norma militare di una città occupata, e furono commessi crimini e soprusi. Da coloro che dovevano aiutare furono commessi anche furti, e furono eseguite fucilazioni sommarie come fosse una città nemica: una pagina oscura soprattutto per la documentata disorganizzazione.
Il colonnello inglese Delme-Radcliffe, che guidava i soccorsi inglesi, scrisse un rapporto molto critico nei confronti delle autorità italiane a proposito dell’inefficienza e disonestà. Il rapporto ha dei risvolti che dire non simpatici è un eufemismo. Il militare britannico esprime nel documento la classica alterigia caratteristica degli abitanti di Albione: infatti si dilunga a disquisire sulla inferiorità razziale degli italiani e trovò occasione per esaltare, con tratti narcisistici, la superiorità britannica. Un giudizio diametralmente opposto a quello che qualche anno prima aveva dato Nietzsche sulla popolazione della stessa città. L’ufficiale esprimeva una certa cultura molto diffusa in quel periodo tra gli inglesi: un modo di pensare funzionale a giustificare il colonialismo inglese, ed era lo stesso atteggiamento che avevano nei confronti degli indiani come degli irlandesi.
La guerra mondiale confermò, in Italia, la disorganizzazione della casta militare che corse ai ripari solo dopo Caporetto nel 1917 e, grazie al sacrificio di molti giovani, per l’Italia arrivò Vittorio Veneto. Ma il Paese era indebitato e sembrava aver perso la sovranità, tanto era dipendente da banche straniere. I problemi sociali si erano moltiplicati: si erano verificati svalutazione, inflazione, disoccupazione e tensioni sociali, portando a numerosi scioperi. Dopo la guerra ci fu il problema di riconvertire le industrie belliche. A causa della pace di Versailles, furono in molti a denunciare la “pace tradita”, perché era risultato chiaro che le potenze egemoni non volevano accogliere l’Italia nel ristretto club dei potenti privilegiati: i loro rappresentanti erano troppo intenti a spartirsi i brandelli di ciò che era stato l’Impero Ottomano.
A Fiume si verificò la marcia di Gabriele D’Annunzio contro il trattato di pace per istituire la Reggenza del Carnaro che, da una rivolta inizialmente irredentista, si trasformò in una denuncia rivoluzionaria contro il sistema imperialista globale egemonizzato da inglesi e statunitensi, e in favore di tutti i popoli oppressi e privi di sovranità. L’Italia, indebitata e in piena crisi economica, aveva bisogno di un governo efficiente e autorevole per imporre alcuni sacrifici necessari e cercare di ripianare l’enorme debito. Il parlamento non trovò di meglio che dare la fiducia a Mussolini col suo movimento emergente. Pensarono a questo socialista dissidente che sembrava essersi convertito al riformismo. Togliatti, anni dopo, descrisse il suo regime come una socialdemocrazia imposta dall’alto. Molti storici ancora si chiedono come avesse potuto l’opinione pubblica italiana affidarsi ad un personaggio non legato alla cultura dell’Italia liberale. Probabilmente fu proprio questa la ragione per cui a molti italiani, anche moderati, parve opportuno liberarsi dell’inefficienza dell’Italia liberale.
Per carità di patria si cercò di non infierire per non compromettere il Risorgimento, che invece andava salvaguardato. Lo stesso D’Annunzio, in un celebre romanzo, Le vergini delle rocce, aveva scritto pagine di fuoco contro la volgarità causata dal cattivo gusto di una borghesia liberale e affarista che aveva sventrato la capitale guardando più agli affari che all’estetica. L’illusione del nuovo governo era quella di costruire lo Stato etico hegeliano, cercando di realizzare quell’uomo nuovo descritto da Machiavelli, Rousseau, Robespierre e Mazzini, che aveva teorizzato la rivoluzione morale. Ci fu il tentativo di edificare uno Stato ideale in cui un filosofo, Giovanni Gentile, affiancava il potere: uno Stato che non deve servire interessi privati, ma dove ognuno possa trovare un senso nel tutto, perché la libertà si può attuare solo in modo organico nella comunità, cioè in una totalità organica e razionale, unica realtà dove si credeva che l’individuo potesse trovare la sua autentica realizzazione.
Naturalmente da Hegel era stato ereditato anche lo spirito totalitario, come in seguito ebbe a denunciare Karl Popper, il teorico della società aperta. Però, più che la filosofia dello Stato, agli italiani, in modo più pragmatico, interessava quella che appariva come efficienza: ciò che avevano promesso i piemontesi, ma che erano stati incapaci di realizzare. Le masse sembravano affascinate maggiormente dall’aspetto futurista che speravano avrebbe tratto il Paese dalle paludi della stagnazione. La bonifica dell’Agro Pontino fu vista come un simbolo. Poi però il corso imprevedibile della storia prese il sopravvento e la realtà si impose bruscamente sulle ideologie.