Ascolta la versione audio di questo articolo (generata da IA).
Molti saranno a conoscenza di alcune dichiarazioni di commentatrici di tendenza progressista che spesso sembrano abbracciare un determinato femminismo ma, in realtà, mostrano un atteggiamento strumentale: la possibilità di cavalcare la moda del momento, ridotta quasi a un tormentone dal sapore paranoide, della lotta a un patriarcato inesistente e al maschio alfa dominante. In realtà non si tratta di femminismo, ma di volontà di decostruzione dei ruoli e del tentativo di femminilizzazione di quello che un tempo era denominato “sesso forte”. Alcuni di questi soggetti parlano di patriarcato appena possono, anche a sproposito.
Una di queste signore recentemente ha affermato che un tempo si usava bruciare le donne. Ignorava o fingeva di ignorare che i roghi delle donne in quanto tali non sono mai esistiti. Sono certamente esistiti, purtroppo, dei roghi in seguito a condanne dopo accuse di stregoneria: processi che potevano riguardare indifferentemente sia donne sia uomini. Se poi ci si riferiva all’eresia, le vittime erano preferibilmente uomini.
Prova ne sia che, se una donna veniva accusata di giacere col diavolo, si usava il termine incubo, spirito maligno che giace sopra; e, se si trattava di un uomo, si parlava di succubi, termine che allude a spiriti maligni che giacciono sotto. La credenza si riferiva a demoni che, sotto forma di donne o uomini, potevano giacere con persone di ambo i sessi. Anticamente incubo indicava unicamente una creatura magica; il significato di “sogno” attribuito al termine è moderno e risale al XVIII secolo.
Oggi gli incubi sembrano averli certe femministe quando parlano, a proposito di determinati crimini commessi da psicopatici, gente insana di mente, e li identificano come rappresentanti di un genere — quello maschile — e di una cultura da criminalizzare; da qui il verbo generalizzare, relativo alla specie, al genere. Assistiamo invece alla degenerazione di quello che è stato il femminismo storico, come del resto alla degenerazione di ogni altra forma di ideologia. Sono degradazioni e corruzioni culturali caratterizzate da esasperazioni ripetitive di luoghi comuni e banalizzazioni che rimbalzano generalmente sui media.
In altre epoche, avrebbero parlato di possessione e di invasamento nel senso etimologico da invasus: entrare, assalire. Il termine descriveva anticamente coloro che erano posseduti, invasi dentro, preda di sentimenti o emozioni, e non della ragione. La razionalità nel mondo moderno è un bene che sembra perdersi: essendo la nostra una società di massa e mediatica, per comprendere il carattere delle masse non occorre ricorrere a Goebbels come da ritornello, quasi un esorcismo; basterebbe ricordarsi delle parole del sociologo Gustav Le Bon, dello psicoanalista Sigmund Freud, dello scrittore politico George Orwell, del medico fisiologo Ivan Pavlov o dello stesso filosofo ed economista Karl Marx, che a tal proposito scrive di un certo tipo di masse: la parte più incolta e priva di coscienza di classe, che indica come sottoproletariato.
Il filosofo descrive queste masse nel Manifesto del Partito comunista: “Il sottoproletariato, questa putrefazione passiva degli infimi strati della società, che in seguito a una rivoluzione proletaria viene scagliato qua e là nel movimento, sarà più disposto, date tutte le sue condizioni di vita, a lasciarsi comprare per mene reazionarie”. Marx non usa il termine sottoproletariato, ma esplicitamente quello di “proletariato straccione” (lumpenproletariat). Ne parla a proposito delle masse che vivono al di sotto del processo produttivo: disoccupati cronici, prodotto della società industriale, cronicamente al di sotto delle condizioni di ogni altra classe sociale. Sarebbero persone caratterizzate da mentalità antisociale, individualista, pronta a ogni compromesso: «…in tutte le grandi città [formano] una massa nettamente distinta dal proletariato industriale, nella quale si reclutano ladri e delinquenti di ogni genere, che vivono dei rifiuti della società – gente senza un mestiere definito, vagabondi, gens sans feu et sans aveu, diversi secondo il grado di civiltà della nazione cui appartengono, ma che non perdono mai il carattere di lazzaroni». Così li descrive Marx in Le lotte di classe in Francia.
Dopo questa descrizione possiamo ravvisare determinate masse di individui atomizzati, presenti in certi strati sociali: disadattati, asociali, esclusi, sradicati, con cui purtroppo abbiamo una certa familiarità e che sembrano moltiplicarsi da qualche decennio. Ormai questo substrato umano rappresenta uno spettacolo consueto in tutte le metropoli occidentali, luoghi in cui crescono le disparità sociali, con periferie sempre meno vivibili a causa di profonde differenze.
Questo strato sociale, di cui parlava Marx, sembra quasi ricercato affannosamente dal potere economico e anche dalle nuove sinistre woke, convertite al liberismo e fintamente inclusive. Se queste masse rappresentanti il disagio scarseggiano, vengono importate come altrove importano il litio o le terre rare. Nel XIX secolo Marx aveva già descritto scientificamente ciò che oggi denominiamo volgarmente “tamarri”. Sembra la descrizione dell’attuale Milano: grandi speculazioni che convivono con masse di irregolari, mentre gli abitanti sono esiliati nelle periferie sempre più degradate. Non è una fatalità, ma sembra un programma ripetitivo.
Queste masse, composte indifferentemente da indigeni e allogeni, sono soprattutto prive di coscienza sociale e, di conseguenza, maggiormente conformiste, anche se con pulsioni ribelli. Essendo prive di ogni tipo di coscienza — non solo di quella di classe, ma anche di quella nazionale, culturale o anche semplicemente morale — proprio perché si tratta di masse incolte, sono maggiormente orientabili dai media.
In pratica si tratterebbe di una plebeizzazione del cittadino nel senso di civis, soggetto giuridico con pienezza di diritti: la civitas optimo iure. Viene distrutta questa figura perché è un soggetto che gode di privilegi ed è, appunto, un soggetto giuridico con pienezza di diritti. La figura del cittadino non è sempre esistita. Era presente e valorizzata nella polis greca, caratterizzava ogni Romano, risorse nell’età dei Comuni, fu leggermente offuscata durante le Signorie ma, in compenso, vennero valorizzate le élite non solo politiche ed economiche, ma anche culturali e artistiche. La figura del cittadino è riemersa con prepotenza con la Rivoluzione, ma conserva sempre i suoi nemici, che mutano pelle.
Ora la persona giuridica del cittadino viene svilita: la cittadinanza viene inflazionata e, soprattutto, si distrugge togliendole la dignità, affogandola nel numero e nell’anonimato con miraggi di globalizzazione o con la falsa cultura pseudo-popperiana della “società aperta”. Anche le città non sono più a misura del cittadino perché, da tempo, flussi di capitali guidati da altre logiche alterano la struttura sociale delle metropoli. Il cittadino può esistere solo se definito territorialmente e vive unicamente all’interno di mura definite, che siano fisiche o metaforiche.
Sulla cittadinanza universale e sulla democrazia globale — falsi miti di certa contemporaneità — Giacomo Leopardi, nello Zibaldone, così si esprime: “Quando tutto il mondo fu cittadino Romano, Roma non ebbe più cittadini; e quando cittadino Romano fu lo stesso che cosmopolita, non si amò né Roma né il mondo: l’amor patrio di Roma divenuto cosmopolita, divenne indifferente, inattivo e nullo: e quando Roma fu lo stesso che tutto il mondo, Roma fu niente”.
Una riflessione certamente più profonda della canzone dal sapore quasi delirante di John Lennon, che parla di un mondo senza religione, senza patrie e confini, senza proprietà, in cui ognuno vive solo per l’oggi. Queste parole ricordano da vicino il passo in cui Omero, nell’Odissea, parla dei Lotofagi: luogo dove i compagni di Ulisse mangiano un dolce frutto narcotico che fa dimenticare la nostalgia di casa e il desiderio della patria; viene descritta la tentazione dell’oblio perenne, che per i Greci rappresentava la morte. Questo perché dimenticare la patria significava dimenticare gli affetti. Quella di Lennon è una società distopica, anaffettiva.