Ieri, sulle pagine di Avvenire, è apparso un contributo di Francesco Cicione dal titolo “Camminare da vedenti. Prima che sia troppo tardi” (link: https://www.avvenire.it/rubriche/larmonauta/camminare-da-vedenti-prima-che-sia-troppotardi_104966). Un testo denso, ricco di immagini, riferimenti culturali e riflessioni spirituali, che interpella profondamente il nostro tempo, segnato da un’accelerazione tecnologica mai conosciuta prima.
Cicione descrive una società globale che corre, spinta da innovazioni sempre più potenti e da una velocità che sembra diventare essa stessa un valore assoluto. Tuttavia, questa corsa solleva una domanda essenziale: dove stiamo andando? Correre senza una direzione, spiega l’autore, significa procedere “da ciechi”, come una processione che ha perso il suo senso, come un cammino che ripete sé stesso senza sapere più perché.
Il riferimento alla “cecità” attraversa l’intero articolo. Una cecità che non nasce dalla mancanza di informazioni — oggi più che mai sovrabbondanti — ma dall’incapacità di trasformarle in conoscenza, discernimento e sapienza. È una cecità sociale, quando i popoli imitano modelli senza comprenderli; antropologica, quando l’essere umano rinuncia alla fatica del giudizio e delega la propria interiorità agli algoritmi; spirituale, quando la ricerca della verità viene sostituita da una luce illusoria, che rassicura ma non trasforma.
Di particolare rilievo è il richiamo al fatto che non possiamo ignorare gli ammonimenti che arrivano dai vertici delle istituzioni internazionali: le grandi trasformazioni che stiamo vivendo non possono essere lasciate al caso né affidate esclusivamente ai meccanismi della tecnica. Serve un orientamento, una visione, un punto fermo che rimetta al centro la persona umana e il suo valore intrinseco.
È qui che l’articolo offre la sua chiave più profonda: prima di correre, bisogna tornare a vedere. Vedere nel senso pieno del termine: vedere ciò che nutre e ciò che consuma; vedere ciò che rimane e ciò che passa; vedere ciò che porta alla vita e ciò che conduce alla dispersione. Cicione propone un’immagine luminosa e quasi parabolica: quella di chi, invece di farsi travolgere dalla velocità, si ferma, ascolta, discerne, prega e soltanto dopo muove il passo. È il modo di camminare “da vedenti”: con lo sguardo rivolto alla luce che non inganna, con un cuore che cerca la verità, con una mente che opera nella sapienza e non nell’automatismo. Il suo messaggio è un invito ad abitare il presente senza subirlo. A non confondere la luce artificiale dei nostri schermi con la luce vera che illumina ogni uomo. A non considerare la tecnologia come fine, ma come strumento. A non ridurre il cammino umano a una questione di efficienza, ma a un percorso di senso.