Dal 1789, con l’inizio dell’età contemporanea, confliggono due principali scuole di pensiero e le loro derivazioni.
Una è l’ideologia democratica di marca francese, figlia della Rivoluzione e diffusasi in seguito, in tutto il continente, con i suoi derivati, le due utopie, le sue elaborazioni ideologiche che si sono sviluppate in successivi periodi storici.
Anche se può apparire singolare queste filiazioni sono il cesarismo, iniziato da subito col bonapartismo, il totalitarismo di scuola roussoiana, il quale concepiva solo la democrazia diretta e non rappresentativa, il nazionalismo che con successive elaborazioni verrà definito come una comunità di sangue, di lingua, di affinità spirituale.
Anche il socialismo è una derivazione della Rivoluzione, il quale sottolinea l’ideale dell’uguaglianza, il culto dello Stato sempre per influenza di Rousseau e la valorizzazione della figura del cittadino, ereditato dal concetto di municipalità, base dell’idea democratica.
Abbiamo anche il comunitarismo, elaborato in seguito da Tonnies, l’ideologia völkisch, nonché i Risorgimenti nazionali europei.
L’altra ideologia, ben diversa, se non opposta, è quella liberale di stampo anglosassone con le sue varie scuole di pensiero e con le sue numerose derivazioni e anche degenerazioni o esasperazioni.
Queste varianti sono la plutocrazia, il globalismo, l’individualismo, il politicamente corretto e l’ideologia dei diritti individuali, la guerra ad ogni confine o limite, l’anarcocapitalismo, l’internazionalismo, il radicalismo politico, il multiculturalismo e la negazione dei concetti di ruolo e dì autorità.
A tal proposito, c’è da puntualizzare che la pretestuosa e insincera rivoluzione sessantottina apparteneva a questa seconda scuola di pensiero con i suoi miti libertari, antiautoritari, antigerarchici, anarcoidi, mentre la cultura strapaesana e popolare di Pasolini era più imparentata con la cultura democratica.
Quando Pasolini parla della Destra intende alludere ad una forma di liberalismo estremo tipo quello che oggi osserviamo con il presidente argentino Milei, anche se in quel periodo potevamo osservare solamente i Chicago Boys in Cile della scuola liberista di Friedman.
Infatti una volta Pasolini disse che non si doveva lasciare la tradizione in mano alla Destra, frase incomprensibile se non si conoscono le categorie pasoliniane.
Questa è la ragione per cui il poeta si dichiarava marxista atipico perché al contempo non si peritava a definirsi tradizionalista, antiabortista, e contro il nichilismo degli studenti borghesi sessantottini.
Nei confronti dei sessantottini espresse una condanna definitiva quando sentenziò che quei giovani si battevano contro il potere di ieri ma in favore del potere di oggi.
Osserviamo che mentre i neoliberali attuali parlano solo di inclusione in modo quasi ossessivo, Pasolini descrive come la piaga della nostra epoca l’eccessiva omologazione che distrugge le differenze e che tale degenerazione sarebbe causata dalla modernità.