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Il capitalismo in crisi: etica e regolamentazione

Dalla crisi dei subprime al “banditismo capitalistico”: quando il libero mercato perde etica, comunità e limiti.

Dopo lo scandalo finanziario del 2008, la crisi che fu conosciuta dal grande pubblico come dissesto dei subprime e che ebbe origine dai mutui immobiliari ad alto rischio, fu una crisi che culminò col fallimento della grande banca Lehman Brothers, bancarotta che provocò una grande depressione finanziaria. Tutto era nato da una esagerata quantità di prestiti concessi con superficialità a soggetti ad alto rischio che si sono in seguito rivelati titoli altamente tossici, i quali innescarono la crisi finanziaria. Il fallimento della Lehman Brothers scatenò il panico e un’azione di congelamento, provocando una reazione a catena che sfociò in una forte recessione.

Fu in quell’occasione che l’ex presidente della Federal Reserve Bank, l’economista Alan Greenspan, riconobbe amaramente i limiti del capitalismo se libero da regole e lontano da quell’etica di cui tratta Max Weber collegandola allo spirito del primo capitalismo. A tal proposito l’ex presidente della FED riconobbe anche l’esagerata iniquità della sproporzionata distribuzione delle ricchezze del capitalismo finanziario e constatò che la mancanza di etica, insita nella stessa ideologia del neocapitalismo, può arrivare a minare lo stesso sistema capitalista. Illustrò queste riflessioni in un libro intitolato “Capitalism in America”. Descrisse con coraggio la crisi finanziaria che a suo vedere era stata provocata da una deriva etica insita nella stessa logica del profitto, unico criterio riconosciuto dal meccanismo che rischia di avere risvolti perversi. Greenspan ammise di aver potuto osservare dal suo privilegiato osservatorio grossi limiti in quel libero mercato che aveva rappresentato anche la sua fede. In una sua audizione al Senato ammise che aveva perso la fiducia nel sistema di autoregolamentazione finanziaria e che l’errore di base è proprio nella esagerata fede nell’autodisciplina del mercato.

L’ex presidente della FED arrivò a temere un capitalismo senza regole e freni capace di mangiare anche se stesso come l’uroboro, il mitico serpente. Quella di Greenspan fu un’aspra critica alla deregolamentazione di un capitalismo privo di rigide norme sia legali che etiche e arrivò a parlare di “banditismo capitalistico”. Greenspan era arrivato a temere un’autodistruzione del capitalismo. Eppure colui che parlava era una delle massime espressioni dello stesso capitalismo statunitense. Non si trattava di un pensatore critico del neoliberismo come, ad esempio, tra gli altri, sono David Harvey, Michael Hardt, Antonio Negri, Serge Latouche, Giorgio Agamben, Alain de Benoist, Christopher Lash o Emmanuel Todd.

Una diversa analisi del capitalismo, ma pur tuttavia, con alcuni punti comuni, era invece stata fatta un secolo e mezzo prima da Karl Marx quando parlò dell’alienazione e della mercificazione che avrebbe distrutto i veri rapporti affettivi, trasformati in rapporti di scambio basati unicamente sull’interesse economico. Marx vide già alla sua epoca che le relazioni umane della famiglia, dell’amicizia e ogni altra relazione affettiva, venivano ridotte solo a profitto in cui gli uomini sono trasformati in ingranaggi della macchina produttiva. Ogni rapporto umano, secondo Marx, verrebbe mercificato.

Il filosofo di Treviri sembra intuire alcuni lati connaturati nello spirito del capitalismo, come l’isolamento dell’individuo dal contesto della comunità e questo perché l’altro è visto solo come strumento per giungere ad un fine. Marx vede questo fenomeno come la preparazione del terreno al materialismo. Infatti anche il filosofo di Treviri si dichiara contro l’istituto della famiglia borghese. Un grave errore di Marx fu quello di credere che l’istituto familiare fosse un’istituzione borghese, nucleo che invece precede addirittura la rivoluzione del neolitico. Marx osserva che sono corrotti dal capitalismo i legami più intimi trasformati in rapporti di interesse, dato che la comunità viene regolamentata solo dal mercato. In questo panorama verrebbe isolato l’individuo ormai alienato.

Marx pensava di recuperare i rapporti umani in una società totalmente libera di uguali. A questa società esageratamente individualista si opporrà il sociologo tedesco Ferdinand Tonnies, critico nei confronti della modernità che riproporrà una comunità in cui i legami non siano unicamente economici ma anche e soprattutto affettivi. Nella sua opera contrappone la Gemeinschaft, la comunità basata su legami organici, affettivi e tradizionali, dalla Gesellschaft, la società basata unicamente su rapporti contrattuali e individualistici, senza anima. Tonnies polemizza sia con la visione di Marx che con l’individualismo esasperato di Nietzsche.

Chi invece ha teorizzato un eccesso del sistema capitalista e dell’individualismo è stato lo statunitense Murray Rothbard, allievo di Ludwig von Mises, della scuola austriaca di un’economia libertaria. È stato un economista, filosofo, storico, giusnaturalista, scomparso nel 1995, uno dei maggiori esponenti dell’anarco capitalismo. Famosa la sua definizione in cui afferma: “Il capitalismo è la piena espressione dell’anarchismo e l’anarchismo è la piena espressione del capitalismo”. L’economista è diventato l’emblema dell’anarco capitalismo americano e probabilmente è proprio a questo tipo di capitalismo selvaggio che erano indirizzate le critiche di Alan Greenspan quando parlava del capitalismo privo di etica.

La sua era una scuola di pensiero che prevede l’eliminazione dell’istituzione dello Stato perché viene ritenuta una istituzione violenta per sua stessa natura. Naturalmente l’anarco capitalismo si basa su principi totalmente libertari che potrebbero essere scambiati per eredi della controcultura americana che fu simile al sessantottismo europeo. In questo modello di società viene rovesciato completamente il concetto di Stato etico di Hegel. Il filosofo tedesco concepiva lo Stato etico perché era nella sua visione, la sintesi del concetto della famiglia e della società civile trasformando gli interessi particolari in bene universale perché pubblico. Per Rothbard, invece, lo Stato sarebbe addirittura un’istituzione immorale, perché sarebbe un impedimento al codice libertario.

Il presidente argentino, di fede anarco capitalista, Milei è arrivato a definire lo Stato un’associazione criminale, confondendo tale istituzione col comunismo che definisce malattia dell’anima. Mentre molti fantasticano di ideologie rossobrune, fingono di non vedere il legame ideologico, economico, politico, di una nuova sintesi che coniuga il pensiero della sovversione individualista anarchica col capitalismo libertario privo di ogni limite legale e morale e altrettanto individualista e libertario. Forse l’allarme di Alan Greenspan è caduto nel vuoto.

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