Di Paolo Falconio
Nello scrivere questo testo ho cercato di evitare sia il determinismo geopolitico sia il moralismo ideologico. Non idealizzo l’Europa e non demonizzo la Russia. Piuttosto, è il tentativo di mettere in scena una tragedia storica fondata sull’incomprensione reciproca e sulla progressiva trasformazione di una frontiera culturale in una barriera permanente.
Quando si parla di muri in Europa, il pensiero corre immediatamente al muro di Berlino e a quella “cortina di ferro” evocata da Winston Churchill, che per quasi mezzo secolo separò l’Europa occidentale da quella orientale, Russia compresa. Eppure il muro europeo non nasce nel 1945. Quello fu soltanto il suo volto più visibile. In realtà, una barriera più profonda — culturale e spirituale prima ancora che geopolitica — era stata eretta già tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, nei decenni in cui l’Europa si illudeva di poter tracciare confini netti attorno alla propria identità civilizzatrice. Anni in cui l’ Europa era il centro del mondo.
La Russia zarista appariva all’Europa occidentale come un universo ambiguo e inquieto: immenso, spirituale, ma anche caotico e difficilmente comprensibile attraverso le categorie politiche occidentali. Al suo interno convivevano tensioni opposte e irriducibili. Gli slavofili ritenevano che la Russia dovesse seguire un destino autonomo rispetto all’Europa, vedendo nell’Occidente un mondo ormai decadente, incapace di custodire il senso profondo della Cristianità. Ma anche il panslavismo era attraversato da contraddizioni: alcuni consideravano lo Zar il difensore naturale dei popoli slavi, altri invece vedevano proprio nell’impero zarista il principale ostacolo alla nascita di una vera federazione slava, libera tanto dalla tutela zarista quanto dall’influenza occidentale. Dall’altra parte vi erano gli occidentalisti, anch’essi tutt’altro che omogenei. Una parte dell’intellighenzia russa guardava all’Europa come modello di modernizzazione politica, convinta che solo attraverso l’apertura all’Occidente sarebbe stato possibile spezzare l’identificazione quasi sacrale tra Stato e Chiesa ortodossa. Un’altra parte, invece, guardava all’Europa rivoluzionaria: alla Comune di Parigi, al socialismo, alle ideologie che avrebbero poi incendiato il Novecento. Sono visioni che richiamano direttamente il grande dibattito ottocentesco appunto tra slavofili e occidentalisti, ma anche la riflessione di autori come Aleksandr Herzen, che vedeva nella Russia una realtà destinata a percorrere una strada storica diversa da quella europea, o Konstantin Leontiev, convinto che l’Occidente liberale stesse entrando in una fase di decadenza spirituale irreversibile. Non era dunque una Russia monolitica quella che si affacciava sull’Europa, ma un continente nel continente, lacerato da domande sulla propria natura che nessuna risposta occidentale sapeva soddisfare.
Fu proprio questa duplice natura della Russia — imperiale e rivoluzionaria insieme — a spaventare profondamente le potenze europee. L’Europa occidentale innalzò allora un muro invisibile. Non soltanto per timore della forza geopolitica russa (timore aggravato dalla paura di una Russia che fagocitasse un Impero Ottomano ormai decadente) o delle spinte panslaviste, ma perché nella Russia si scorgeva il rischio di una frattura dell’ordine europeo stesso. La Chiesa cattolica e gli equilibri conservatori continentali venivano percepiti come strumenti necessari per contenere quel “germe” rivoluzionario che da Oriente sembrava poter contagiare l’intero continente. La separazione, insomma, non era soltanto strategica, ma anche culturale.
Fu di Edward Said l’ intuizione di un Occidente che definisce sé stesso attraverso la costruzione di un “altro” orientale, con la differenza che la Russia non è un Oriente esterno ma un Oriente interno. La Russia per l’ Europa ha rappresentato per secoli questo “altro interno”: troppo europea per essere completamente estranea, troppo diversa per essere pienamente assimilabile. La Russia è stata contemporaneamente il doppio dell’Europa e la sua negazione.
Eppure alcuni grandi pensatori avevano già intuito che la frattura tra Europa e Russia avrebbe rappresentato una tragedia storica per entrambe. Fyodor Dostoevskij guardava all’Europa con una miscela di fascinazione e disillusione. Nei suoi scritti emerge l’idea di un continente che aveva smarrito il proprio ethos spirituale, sostituendo la dimensione religiosa con il materialismo, il razionalismo e il nazionalismo. Le sue riflessioni appaiono quasi profetiche: un’Europa priva di una comune anima spirituale sarebbe stata inevitabilmente destinata alla guerra interna. E il Novecento europeo, con le sue guerre mondiali e i suoi totalitarismi, sembra dare tragicamente corpo a quella intuizione. Non si tratta semplicemente di nostalgia religiosa, ma dell’idea che una civiltà privata di un principio unificante finisca inevitabilmente per dissolversi in conflitti interni. Il Novecento europeo, letto attraverso questa lente, appare allora non come un incidente storico, ma come il risultato di una crisi spirituale più profonda.
Nikolaj Berdjaev parlò della Russia come di una civiltà “di confine”, sospesa tra Oriente e Occidente, incapace di appartenere pienamente all’uno o all’altro mondo. Si trattava di una condizione non di debolezza ma di vocazione: la Russia come luogo di sintesi impossibile, o come promessa mai mantenuta di un’Europa più vasta. Anche sul versante occidentale non mancarono voci che avvertirono il pericolo della divisione. Carl Schmitt, teorico controverso ma lucido diagnostico degli equilibri di potenza, comprese che il destino del continente dipendeva dalla sua capacità di concepirsi come grande spazio autonomo — un Großraum europeo — e non come periferia contesa tra potenze esterne. Benché il suo pensiero portasse il segno di un’epoca e di scelte politiche che non possono essere dimenticate, la sua intuizione geopolitica di fondo coglieva qualcosa di reale: un’Europa frammentata e dipendente non avrebbe mai potuto essere protagonista della storia universale.
Per tutto il Novecento, invece, il muro si consolidò. Prima attraverso le rivalità imperiali, poi con la Rivoluzione bolscevica e infine con la Guerra Fredda. L’Europa cessò progressivamente di essere il centro del mondo. Mentre emergevano il gigante americano e quello sovietico, il continente che per secoli aveva dominato la storia universale diventava il terreno di confronto tra potenze esterne, un teatro più che un attore.
Eppure, accanto alle logiche della separazione, è sempre esistita anche un’altra idea d’Europa: quella di un continente capace di estendersi fino a comprendere anche la Russia nella sua orbita culturale e politica, da Madrid a San Pietroburgo, secondo una visione che attraversa correnti molto diverse tra loro — dal nazionalismo continentale francese ad alcune tradizioni socialiste, fino a certi federalismi europei del dopoguerra. Visioni non sempre prive di ambiguità, ma che testimoniavano un’esigenza reale: quella di non ridurre l’Europa alla sua sola dimensione atlantica (dimensione importante che qui non si vuole rinnegare), ma di riconoscere nella Russia una parte della stessa storia civilizzatrice. Non farlo vuol dire che non è solo l’Est a essere amputato dall’Europa, è l’Europa stessa che perde una parte della propria profondità storica.
Oggi, in forme diverse, il muro è tornato. La guerra in Ucraina ha sancito una frattura che rischia di consolidarsi in divisione permanente. Ciò che interessa qui è comprendere le conseguenze storiche di lungo periodo. Una Russia isolata dall’Europa e un’Europa separata dalla Russia rischiano entrambe di trasformarsi in potenze incomplete, incapaci di incidere realmente negli equilibri globali dominati ormai da grandi spazi geopolitici e civiltà continentali. L’Asia si consolida, l’America guarda altrove, e l’Europa — ancora divisa su se stessa — rischia di restare sospesa tra la difesa del passato e l’incapacità di immaginare il futuro.
Forse il vero problema europeo, ieri come oggi, è proprio questo: aver trasformato una frontiera storica in una barriera permanente, dimenticando che la civiltà europea è nata non dall’uniformità, ma dalla tensione continua tra le sue diverse anime. Quella tensione non è una minaccia da eliminare. È, da sempre, la sua forma più autentica di esistenza.
Il “muro europeo”, allora, non divide soltanto territori: divide due immagini incompatibili dell’Europa, quella che si pensa come spazio chiuso e omogeneo e quella che invece riconosce nella pluralità delle sue tensioni la propria vera natura storica.