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Iran, Israele e Washington: perché la Terra Santa non ha mai pace?

Ascolta la versione audio di questo articolo (generata da IA).

La Terra Santa è uno dei luoghi più affascinanti e tormentati del mondo. Qui sono nate le grandi religioni monoteiste, qui milioni di persone hanno cercato Dio, e qui, paradossalmente, si sono combattute alcune delle guerre più lunghe e dolorose della storia. Oggi il conflitto che coinvolge Israele, l’Iran e gli Stati Uniti sembra confermare una domanda che attraversa i secoli: perché questa terra non riesce a trovare la pace?

Per comprendere la situazione attuale bisogna guardare oltre le notizie quotidiane e considerare la profondità storica, religiosa e culturale della regione. Israele rappresenta per il popolo ebraico la terra promessa da Dio ad Abramo. Nella Genesi si legge: «Alla tua discendenza io darò questa terra» (Gen 12,7). Per gli ebrei questa promessa non è soltanto un ricordo storico, ma un elemento fondamentale della propria identità. Allo stesso tempo, la stessa terra è sacra per i cristiani, poiché è il luogo in cui Gesù visse, predicò e morì, ed è sacra per i musulmani, che la considerano legata all’esperienza spirituale del profeta Maometto. Quando un territorio assume un valore religioso così profondo, ogni disputa politica diventa inevitabilmente più complessa.

L’Iran e Israele rappresentano oggi due visioni opposte del Medio Oriente. Dopo la rivoluzione islamica del 1979, l’Iran ha assunto una posizione fortemente ostile nei confronti dello Stato israeliano, considerandolo una presenza illegittima nella regione. Israele, dal canto suo, vede nell’Iran una minaccia alla propria sicurezza, soprattutto per il sostegno che Teheran offre a gruppi armati presenti nell’area. In mezzo a questa rivalità si collocano gli Stati Uniti, storici alleati di Israele e protagonisti di molte scelte politiche e militari che hanno influenzato gli equilibri del Medio Oriente negli ultimi decenni.

Tuttavia, ridurre tutto a una semplice questione geopolitica sarebbe un errore. Dietro le strategie militari e gli interessi economici si nasconde una domanda più profonda sulla natura dell’uomo. Sant’Agostino scriveva: «Il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te». L’inquietudine umana non riguarda soltanto il singolo individuo, ma anche i popoli. La ricerca del potere, della sicurezza e del riconoscimento spesso genera conflitti che sembrano non avere fine. Quando la paura prende il posto della fiducia, il dialogo lascia spazio allo scontro.

Anche la filosofia ha riflettuto a lungo su questo tema. Thomas Hobbes sosteneva che, senza regole condivise, gli uomini tendono a vivere in una condizione di conflitto permanente, una “guerra di tutti contro tutti”. Sebbene il contesto sia diverso, questa intuizione sembra ancora attuale. Le nazioni, come gli individui, spesso agiscono mosse dal timore di essere sopraffatte, alimentando una spirale di diffidenza reciproca che rende difficile qualsiasi processo di pace.

La letteratura ha saputo descrivere con straordinaria sensibilità il dramma della guerra. Nel XX secolo Giuseppe Ungaretti, che combatté nelle trincee della Prima guerra mondiale, scrisse versi brevissimi ma potentissimi: «Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie». In poche parole è racchiusa la fragilità della vita umana di fronte alla violenza. Anche oggi, dietro le immagini dei bombardamenti e delle tensioni diplomatiche, esistono persone reali: famiglie, bambini, anziani, uomini e donne che desiderano semplicemente vivere in sicurezza.

La Bibbia offre una prospettiva diversa. Nel Vangelo di Matteo, Gesù afferma: «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9). È un messaggio che conserva una straordinaria attualità. La pace non è soltanto assenza di guerra, ma un lavoro quotidiano che richiede giustizia, rispetto e capacità di ascolto. Senza questi elementi, ogni tregua rischia di essere soltanto temporanea.

La società contemporanea, però, sembra spesso muoversi nella direzione opposta. Viviamo in un’epoca caratterizzata da una comunicazione rapidissima, nella quale le opinioni si trasformano facilmente in tifoserie contrapposte. I social network favoriscono spesso la polarizzazione, spingendo le persone a scegliere una parte piuttosto che comprendere la complessità dei problemi. Anche il conflitto tra Iran, Israele e Stati Uniti viene frequentemente raccontato come una sfida tra “buoni” e “cattivi”, mentre la realtà è molto più articolata. Comprendere non significa giustificare, ma riconoscere che i conflitti nascono quasi sempre da una rete di cause storiche, politiche e culturali.

In questo contesto assume particolare valore la riflessione del filosofo Emmanuel Levinas, secondo il quale il volto dell’altro rappresenta un richiamo etico che ci obbliga a riconoscere la sua umanità. Quando l’altro viene percepito soltanto come un nemico, diventa più facile accettare la violenza. Quando invece si riconosce la sua dignità, si apre la possibilità del dialogo.

Anche la poesia può insegnare qualcosa. Salvatore Quasimodo, osservando le tragedie del Novecento, scrisse: «Sei ancora quello della pietra e della fionda». È una frase che denuncia la persistenza della violenza nella storia umana. Nonostante il progresso tecnologico e scientifico, l’uomo continua a confrontarsi con le stesse passioni, le stesse paure e gli stessi conflitti che hanno segnato il passato.

La Terra Santa, dunque, non è soltanto un luogo geografico, ma uno specchio dell’umanità. In essa convivono fede e politica, memoria e speranza, conflitto e desiderio di riconciliazione. La rivalità tra Iran, Israele e Washington rappresenta una delle manifestazioni più evidenti di tensioni che affondano le radici nella storia, ma che continuano a interrogare il presente. Forse la pace non arriverà attraverso una vittoria definitiva di una parte sull’altra, bensì attraverso la capacità di riconoscere che nessuna sicurezza costruita sulla paura può durare a lungo. Come ricorda il Salmo 34, «cerca la pace e perseguila». È un invito antico, ma ancora oggi profondamente necessario per una terra che da millenni attende di trasformare la propria storia di conflitti in una storia di convivenza.

Esposito Santolo Simone

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