Due millenni fa, in una terra che viveva sotto occupazione, venne la pienezza del tempo: nacque il Rivoluzionario dei rivoluzionari, il Re dei re, Colui che si fece carne nel cuore delle tenebre, in una povera grotta di Betlemme.
Venne per salvare l’umanità, venne per liberare i prigionieri, venne per strappare l’uomo al male del peccato.
Cresciuto in una terra le cui pietre, alla fine, si sarebbero mescolate al Suo sangue santo mentre era appeso al legno, a Gerusalemme, quella stessa terra oggi conserva ancora vivo il volto del Golgota, come se la pagina seguente del Libro sacro non fosse mai stata voltata.
Là, in quella terra, un peso crocifisso grava sulle spalle di ogni palestinese da 77 anni: una croce il cui titolo è occupazione, la cui lingua è annientamento, e la cui voce è morte, bombardamenti e proiettili.
Centinaia di migliaia di martiri e feriti, e decine di migliaia di prigionieri palestinesi torturati nelle carceri israeliane dove la luce del sole non entra mai, violati e uccisi senza giudice né custode, davanti a un mondo che non conosce altro che un preteso, illusorio “neutralismo”: una neutralità che lo allontana dallo stesso Cristo che lo proclamò apertamente:
«Non sono venuto in questo mondo se non per rendere testimonianza alla verità.» (Giovanni 18,37)
E di fronte a un genocidio documentato da suoni e immagini, il mondo ha voltato le spalle, lasciando il palestinese là, da solo, a essere crocifisso di nuovo sulla terra della Risurrezione.
Quest’anno Cristo nascerà di nuovo, ma non in una grotta.
Nascerà tra le macerie di una casa distrutta; nascerà tra le braccia di una madre sconvolta che fruga tra le rovine in cerca dei corpi dei suoi figli; nascerà davanti a un bambino affamato di Gaza che stringe fra le braccia una borsa: non è un dono di Natale, ma ciò che resta delle membra di sua madre e della sua sorellina, falciate dal bombardamento.
Cristo non nascerà in una grotta, ma in un’auto, accanto alla piccola Hind, la cui voce supplice aveva attraversato il mondo chiedendo pietà, prima di ricevere più di 350 proiettili.
Sì, Gesù nascerà: perché il Natale non è mai stato soltanto un racconto di gioia, ma una promessa di salvezza.
Il presepe non fu che il primo passo verso il Golgota, e il Golgota è l’unica porta che conduce alla Risurrezione.
Oggi, in Palestina, il presepe incontra la croce.
E noi crediamo — come credettero i nostri antenati — che ogni croce custodisce nel suo profondo un germe di risurrezione, e che il Bambino nato sotto l’occupazione duemila anni fa è il Risorto che disperderà anche oggi le tenebre di questa occupazione.
Risplendi, o Signore, con la luce del Tuo Natale nelle nostre oscurità, e manifesta la Tua Risurrezione nella Tua terra; poiché la Palestina che Ti portò bambino e Ti salutò crocifisso, attende ora la Tua gloria di Risorto, e crede che, con la Tua nascita, rinascerà anche la libertà del suo popolo…
