Dark Mode Light Mode

Quando il credito smette di contare soltanto quanto cresce

Dalla quantità del denaro erogato alla qualità del futuro che quel denaro rende possibile: una riflessione sulla nuova filosofia dell’intermediazione creditizia

Ascolta la versione audio di questo articolo (generata da IA).

C’è un numero che il credito conosce molto bene: quanto denaro riesce a mettere in movimento.
Lo ritroviamo nei prestiti erogati, nei mutui concessi, nei volumi intermediati, nei margini prodotti, nella crescita della domanda.
È un numero importante.
Ma potrebbe non essere il numero più importante.
Perché un finanziamento non termina quando il denaro viene trasferito sul conto di una famiglia o di un’impresa.
È proprio lì che comincia la parte più interessante.
Che cosa succede dopo?
Quel denaro aumenta una capacità?
Rende possibile un investimento?
Migliora la produttività?
Rafforza la stabilità economica di una famiglia?
Genera competenze, innovazione, occupazione?
Oppure, semplicemente, anticipa al presente una capacità di spesa futura?
La differenza può sembrare sottile.
In realtà, può cambiare profondamente il modo in cui interpretiamo il credito.
Perché misurare quanto denaro circola nel sistema non significa ancora sapere quale valore quel denaro sta producendo.
Ed è da qui che nasce una domanda:
dovremmo iniziare a misurare non soltanto la quantità del credito, ma anche la qualità del futuro che contribuisce a costruire?
Una banca deve essere solida. Un intermediario deve essere sostenibile. Il credito deve essere remunerato e il rischio deve essere valutato.
Ma proprio perché questi elementi sono indispensabili, possiamo permetterci di porre una domanda ulteriore:
è sufficiente sapere quanto credito abbiamo distribuito per sapere se quel credito ha prodotto valore?
Forse no.
Potrebbe essere necessario aggiungere alla tradizionale cultura del rischio e della redditività una nuova dimensione: la capacità del credito di generare valore nel tempo.
Il credito non è neutrale
Il denaro diventa economicamente interessante nel momento in cui viene indirizzato verso qualcosa.
Il credito, in fondo, è proprio questo: dare una direzione a una risorsa.
Una direzione che produce conseguenze.
Un finanziamento destinato a un’impresa può permettere l’acquisto di un macchinario, l’assunzione di una persona, l’apertura di un nuovo mercato, la digitalizzazione di un processo.
Un mutuo può permettere a una famiglia di costruire la propria stabilità abitativa.
Un prestito può consentire a una persona di affrontare una necessità temporanea.
Ma lo stesso strumento può anche sostenere un consumo che, pur perfettamente legittimo, non produce alcun miglioramento duraturo nella condizione economica di chi lo utilizza.
Questo non significa che il credito al consumo sia necessariamente negativo.
La Banca d’Italia ricorda che il credito ai consumatori può servire all’acquisto di beni e servizi importanti per la vita personale e familiare e che il finanziatore deve valutarne il merito creditizio, cioè la capacità del cliente di rimborsare il finanziamento.
Il punto è un altro.
Il credito non dovrebbe essere osservato soltanto nel momento in cui viene erogato.
Dovremmo avere il coraggio di interrogarci anche su ciò che accade dopo.
Che cosa ha prodotto?
Che cosa ha modificato?
Ha aumentato la capacità futura di una famiglia?
Ha aumentato la produttività di un’impresa?
Ha generato capitale umano?
Ha reso possibile un’innovazione?
Ha ridotto una fragilità?
Ha creato una nuova opportunità?
Sono domande molto diverse da quelle alle quali il sistema del credito è stato tradizionalmente abituato a rispondere.
La grande domanda nascosta dietro ogni finanziamento
Immaginiamo due finanziamenti dello stesso importo.
Entrambi vengono regolarmente erogati.
Entrambi vengono rimborsati.
Entrambi producono un margine per l’intermediario.
Dal punto di vista strettamente finanziario potrebbero apparire quasi identici.
Ma immaginiamo che il primo abbia permesso a una piccola impresa di acquistare un macchinario che aumenta la produttività, riduce gli sprechi e permette di assumere una nuova persona.
Il secondo ha invece finanziato un consumo che, pur perfettamente legittimo, non ha modificato in alcun modo la capacità economica futura del nucleo familiare.
Possiamo davvero dire che i due crediti abbiano avuto lo stesso valore?
Dal punto di vista contabile, forse sì.
Dal punto di vista economico e sociale, non necessariamente.
Questa differenza è enorme.
Perché significa che il valore del credito potrebbe non coincidere completamente con il valore finanziario della singola operazione.
Potrebbe esistere un valore più ampio.
Un valore che emerge nel tempo.
Un valore che riguarda la capacità del finanziamento di generare nuove possibilità.
Dalla logica del prodotto alla logica del percorso
Il credito è stato progressivamente organizzato intorno al prodotto.
Prestito personale.
Mutuo.
Finanziamento finalizzato.
Leasing.
Credito revolving.
Cessione del quinto.
Finanziamento aziendale.
La specializzazione dei prodotti ha consentito al sistema di diventare sempre più efficiente.
Ma la persona non vive per prodotti finanziari.
Vive dentro un percorso.
Una famiglia non ha bisogno semplicemente di un mutuo.
Ha bisogno di costruire una condizione abitativa compatibile con il proprio futuro.
Un’impresa non ha bisogno semplicemente di un finanziamento.
Ha bisogno di capire se quell’investimento migliorerà realmente la propria capacità produttiva.
Un giovane non ha bisogno soltanto di ottenere denaro.
Può avere bisogno di formazione, strumenti, mobilità, autonomia e opportunità.
Il credito interviene dentro queste traiettorie.
E allora possiamo iniziare a considerarlo non soltanto come un prodotto, ma come un’infrastruttura del futuro economico delle persone e delle imprese.
È un cambio di prospettiva significativo.
La quantità continua a essere importante. Ma non è più sufficiente
Non si tratta di contrapporre quantità e qualità.
Sarebbe un errore.
Un sistema finanziario senza adeguati volumi non può sostenere un’economia.
Un sistema bancario redditizio e solido è una condizione necessaria per continuare a finanziare famiglie e imprese.
La questione è più sottile.
La quantità dovrebbe essere il punto di partenza, non necessariamente il punto di arrivo.
La domanda:
> Quanto credito abbiamo erogato?
rimane fondamentale.
Ma potrebbe essere affiancata da altre domande:
> A chi è arrivato?
> Per quale finalità?
> Quale capacità futura ha contribuito a creare?
> Quale fragilità ha contribuito a ridurre?
> Quale investimento ha reso possibile?
> Quale produttività ha generato?
> Quale capitale umano ha contribuito a sviluppare?
> Quale valore è rimasto sul territorio?
Queste domande non sostituiscono gli indicatori tradizionali.
Li completano.
E proprio qui potrebbe trovarsi una delle grandi evoluzioni della cultura finanziaria dei prossimi anni.
Un Paese che invecchia non può permettersi capitale immobilizzato male
Il problema diventa ancora più importante se allarghiamo lo sguardo.
L’Italia affronta contemporaneamente una crescita economica debole, l’invecchiamento della popolazione e una produttività che rimane una delle grandi questioni strutturali del Paese.
L’OCSE ha evidenziato tra le sfide di lungo periodo dell’Italia proprio l’invecchiamento della forza lavoro e la debole dinamica della produttività.
Banca d’Italia, analizzando le trasformazioni del sistema produttivo, ha inoltre evidenziato come tra il 2019 e il 2024 il valore aggiunto del settore privato sia cresciuto soprattutto grazie all’occupazione, mentre la dinamica della produttività del lavoro è risultata più debole. Lo stesso studio segnala un ampliamento del divario tra le imprese più efficienti e il resto del tessuto produttivo.
Questi elementi suggeriscono una riflessione.
In un’economia giovane e in forte espansione, la crescita quantitativa può essere sufficiente per produrre trasformazione.
In un’economia matura, con popolazione stagnante o in diminuzione e risorse più limitate, diventa sempre più importante dove vengono indirizzate le risorse.
Il credito, in questo senso, diventa una delle infrastrutture attraverso cui una società decide implicitamente quali possibilità finanziare.
Non significa che una banca debba trasformarsi in un’autorità che decide quali consumi siano “buoni” e quali siano “cattivi”.
Significa piuttosto che il sistema può interrogarsi sulla capacità delle proprie decisioni di sostenere nel tempo la solidità economica dei propri clienti.
Il territorio come laboratorio del valore
C’è poi una dimensione che rischiamo di perdere quando osserviamo il credito esclusivamente attraverso grandi numeri nazionali.
Il territorio.
Una statistica nazionale può dirci che la domanda di credito cresce.
Ma non ci racconta necessariamente la stessa storia che emerge entrando in una piccola impresa, parlando con una famiglia, osservando un’attività commerciale o incontrando un imprenditore.
Ed è significativo che la stessa Banca d’Italia abbia sviluppato strumenti specifici per analizzare domanda e offerta di credito a livello territoriale.
Nella rilevazione relativa al primo semestre 2025, condotta su 235 banche, la domanda di finanziamenti delle imprese risultava aumentata in tutte le macroaree, con un contributo importante delle richieste finalizzate agli investimenti. Nello stesso periodo era aumentata anche la domanda di credito delle famiglie, sia per l’acquisto di abitazioni sia per finalità di consumo.
Nella rilevazione successiva, pubblicata nel luglio 2026, emergono però sfumature ulteriori: la domanda di credito alle imprese rimaneva sostenuta, mentre le politiche di offerta restavano improntate alla prudenza; per le famiglie, inoltre, si era interrotta l’espansione della domanda di credito per finalità di consumo osservata nella prima parte dell’anno.
Questo è il motivo per cui il territorio non può essere considerato soltanto il luogo nel quale distribuire prodotti finanziari.
Può diventare il luogo nel quale capire se quei prodotti stanno effettivamente svolgendo la funzione economica per cui esistono.
Il paradosso del credito al consumo
Una delle questioni più delicate riguarda il credito destinato ai consumi.
Anche qui sarebbe semplicistico assumere una posizione ideologica.
Il consumo è parte dell’economia.
Permettere a una famiglia di acquistare un’automobile necessaria per lavorare, sostituire un elettrodomestico indispensabile o affrontare una spesa importante può avere un valore concreto.
Ma esiste una domanda che il sistema potrebbe porsi con maggiore frequenza:
quando il credito sostiene un bisogno temporaneo e quando invece sta semplicemente compensando una fragilità strutturale del reddito?
La differenza è enorme.
Un finanziamento può essere uno strumento di libertà.
Ma può anche diventare uno strumento attraverso cui una persona anticipa oggi una capacità di spesa che domani potrebbe non avere.
La diffusione del Buy Now Pay Later rende questa domanda particolarmente attuale.
Un’analisi di Banca d’Italia pubblicata nel 2026 segnala una forte crescita dell’utilizzo del BNPL in Italia negli ultimi anni e richiama l’attenzione sulla maggiore presenza del prodotto tra alcune fasce economicamente più fragili e già indebitate, sottolineando l’importanza di valutazioni adeguate del merito creditizio e di una maggiore trasparenza.
Il dato non dimostra che il BNPL sia “cattivo”.
Dimostra qualcosa di più interessante:
quando un nuovo strumento di credito entra rapidamente nella vita quotidiana delle persone, il modo in cui lo valutiamo diventa una questione sociale oltre che finanziaria.
Il credito può generare capitale, oppure soltanto consumo
Forse la distinzione fondamentale è questa.
Non tutto il credito deve produrre valore nello stesso modo.
Ma possiamo iniziare a distinguere tra credito che consuma capacità futura e credito che costruisce capacità futura.
Un investimento in formazione può aumentare il capitale umano.
Un macchinario può aumentare la produttività.
Un investimento digitale può ridurre i costi.
Una ristrutturazione energetica può modificare i costi futuri di una famiglia.
Un finanziamento per avviare un’attività può creare reddito e occupazione.
Un mutuo può costruire stabilità patrimoniale.
Altre forme di credito possono invece limitarsi ad anticipare al presente una spesa senza modificare la capacità futura del debitore.
Ancora una volta, non c’è necessariamente un giudizio morale.
C’è una differenza economica.
E questa differenza potrebbe diventare sempre più importante.
La finanza sostenibile ha già iniziato a porsi una domanda simile
Questa prospettiva non nasce dal nulla.
A livello europeo, la finanza sostenibile ha già introdotto una riflessione sul rapporto tra attività finanziaria, rischi ambientali, sociali e di governance e sostenibilità di lungo periodo.
L’European Banking Authority sottolinea la necessità per gli intermediari di identificare, misurare, gestire e monitorare i rischi ESG e di considerarne la dimensione di lungo periodo. Le linee guida EBA sulla gestione dei rischi ESG sono entrate nella fase applicativa dal gennaio 2026, con tempistiche differenziate per le istituzioni più piccole e non complesse.
Ma possiamo spingerci ancora oltre.
La domanda non dovrebbe riguardare soltanto:
“Quali rischi ESG produce questa attività finanziata?”
Potremmo iniziare a chiederci anche:
“Quale capacità economica e sociale contribuisce a costruire questo finanziamento?”
È una domanda diversa.
Ed è potenzialmente molto più ampia.
Un nuovo possibile indicatore: il valore generato
Immaginiamo, per un momento, che ogni finanziamento avesse due livelli di valutazione.
Il primo sarebbe quello tradizionale:
rischio;
tasso;
durata;
garanzie;
probabilità di insolvenza;
redditività;
capitale assorbito.
Il secondo potrebbe riguardare il valore generato:
produttività;
capitale umano;
resilienza finanziaria;
innovazione;
sostenibilità;
occupazione;
capacità futura di reddito;
rafforzamento del territorio.
Non sarebbe necessario trasformare tutto immediatamente in un unico numero.
Anzi, forse sarebbe un errore.
Potremmo iniziare semplicemente raccogliendo informazioni.
Perché ciò che oggi non misuriamo difficilmente può diventare una variabile strategica.
La vera innovazione potrebbe essere metodologica
Siamo abituati a parlare di innovazione finanziaria pensando alla tecnologia.
Intelligenza artificiale.
Blockchain.
Open banking.
App.
Pagamenti digitali.
Automazione.
Algoritmi.
Sono trasformazioni importanti.
Ma esiste un’altra forma di innovazione:
cambiare le domande alle quali il sistema cerca di rispondere.
L’intelligenza artificiale può permettere di analizzare milioni di informazioni.
Ma prima bisogna decidere quali informazioni osservare.
Un algoritmo può diventare straordinariamente preciso nel prevedere il rischio.
Ma se gli chiediamo soltanto di prevedere il rischio, continuerà a rispondere alla domanda che gli abbiamo posto.
Non a quella che non gli abbiamo ancora posto.
È qui che la tecnologia incontra la filosofia.

Il futuro del credito potrebbe essere una questione di responsabilità

Ogni epoca finanziaria ha avuto la propria idea di successo.
In una determinata fase storica il problema era aumentare l’accesso.
In un’altra aumentare l’efficienza.
In un’altra ancora ridurre il rischio.
Oggi potremmo trovarci davanti a una nuova esigenza:
rendere il credito maggiormente coerente con il futuro economico delle persone e delle comunità che finanzia.
Questo non significa chiedere alle banche di diventare enti assistenziali.
Al contrario.
Una banca sana, efficiente e redditizia rimane indispensabile.
Ma proprio perché il credito è un’attività economica così potente, è legittimo chiedersi se la sua efficienza debba essere misurata esclusivamente dalla capacità di generare redditività per chi lo distribuisce.
O se debba essere osservata anche attraverso il valore che contribuisce a generare per chi lo riceve.
Dal cliente al percorso
Forse il cambiamento più profondo riguarda proprio il concetto di cliente.
Il cliente non è soltanto colui che acquista un prodotto finanziario.
È una persona che attraversa una sequenza di decisioni.
Oggi può chiedere un prestito.
Domani un mutuo.
Dopodomani può avere bisogno di ristrutturare casa.
Tra cinque anni potrebbe voler avviare un’attività.
La relazione finanziaria non è una fotografia. È un percorso.
E se il sistema riesce a osservare quel percorso, può forse comprendere meglio quando il credito sta costruendo autonomia e quando invece rischia di alimentare dipendenza.
Questa è, a mio avviso, una delle frontiere più interessanti del credito del futuro.
La domanda che dovremmo lasciare aperta
Non credo che oggi esista una risposta definitiva.
E forse sarebbe sbagliato pretendere di averla.
Ma possiamo formulare una domanda.
Una domanda semplice, ma capace di modificare profondamente la prospettiva:
> Se due finanziamenti hanno lo stesso rischio, la stessa durata e la stessa redditività, ma producono effetti molto diversi sulla capacità futura delle persone e delle imprese, possiamo davvero considerarli equivalenti?
Se la risposta fosse no, allora avremmo bisogno di costruire nuovi strumenti per osservare questa differenza.
Nuovi dati.
Nuovi indicatori.
Nuovi modelli di relazione.
Nuovi criteri di valutazione.
E forse persino una nuova idea di successo finanziario.
La seconda vita della parola “credito”
La parola credito deriva dal latino credĭtum, legato a credere: affidare qualcosa confidando nella capacità dell’altro.
Ma forse nel credito esiste anche un significato più profondo.
Quando finanziamo una persona, un’impresa o una famiglia, non stiamo soltanto trasferendo denaro.
Stiamo, in qualche misura, scommettendo sulla possibilità che il futuro di quella persona o di quell’impresa sia migliore del presente.
Il credito contiene quindi una forma di fiducia.
E la fiducia, per sua natura, non può essere misurata soltanto attraverso un bilancio.
Un sistema finanziario può essere efficiente e contemporaneamente interrogarsi sulla qualità delle conseguenze delle proprie decisioni.
Può essere tecnologicamente avanzato e contemporaneamente chiedersi se conosce davvero le persone che finanzia.
Può essere prudente nel rischio e contemporaneamente più ambizioso nel misurare il valore.
È qui che, forse, la filosofia del credito può incontrare l’etica.
Non come contrapposizione all’economia.
Come sua evoluzione.
Dalla quantità alla qualità
La prossima rivoluzione del credito potrebbe quindi non essere soltanto digitale.
Potrebbe essere culturale.
Potrebbe portarci progressivamente da una concezione nella quale il credito viene valutato prevalentemente attraverso quanto denaro viene erogato a una concezione nella quale diventa importante comprendere anche che cosa quel denaro rende possibile.
Non significa smettere di misurare i volumi.
Significa aggiungere una domanda.
Non soltanto:
Quanto abbiamo finanziato?
Ma:
Che cosa abbiamo contribuito a costruire?
E ancora:
Quel credito ha aumentato la capacità futura di chi lo ha ricevuto?
Ha rafforzato una famiglia?
Ha reso più produttiva un’impresa?
Ha creato capitale umano?
Ha sostenuto innovazione?
Ha aumentato la resilienza di un territorio?
Queste domande potrebbero sembrare, oggi, difficili da trasformare in indicatori.
Ma quasi ogni grande trasformazione metodologica nasce così.
Prima arriva una domanda.
Poi arriva la necessità di raccogliere nuovi dati.
Poi nasce un metodo.
Poi un indicatore.
E infine, lentamente, cambia il modo nel quale un sistema interpreta se stesso.
Forse il futuro del credito non sarà deciso da quanto denaro riusciremo a muovere
Potrebbe essere deciso da qualcosa di molto più difficile da misurare.
La qualità del futuro che quel denaro avrà contribuito a rendere possibile.
È una prospettiva che non pretende di sostituire la tradizionale cultura del rischio, della redditività e della solidità.
La completa.
Perché un credito può essere finanziariamente sostenibile.
Ma la domanda successiva è ancora tutta da esplorare:
sostenibile per chi, utile per cosa e capace di costruire quale futuro?
Forse la nuova filosofia del credito comincia proprio da qui.
Non quando smettiamo di contare.
Quando decidiamo di contare anche ciò che finora abbiamo lasciato fuori dal conto.
Stefano Giuntoli
Previous Post

VINCENZO CAPUTO, QUANDO LA CUCINA DIVENTA CULTURA

Next Post

RECUPERATI I TRE CAPOLAVORI RUBATI ALLA FONDAZIONE MAGNANI-ROCCA