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La fotografia scelta a complemento del titolo di questo articolo è stata scattata al COP 30 di Belém in Brasile, a rappresentare lo slogan: innovazione, ultima speranza per il Pianeta. E in un certo senso la cosa è assolutamente condivisibile e si declina, con numerose implicazioni collaterali per nulla irrilevanti, anche nel mondo dell’impresa.
Ma anche se l’emergenza climatica è un fatto, sta prendendo vita una scettica inquietudine nei confronti del cosiddetto ESG (Environmental, Social, Governance).
Come ben spiegato nell’ultimo saggio di Roger Abravanel e Luca D’Agnese, intitolato “Le grandi ipocrisie sul clima” e vincitore del prestigioso Premio Canova 2025, sul clima stiamo assistendo alla contrapposizione tra “entusiasti e scettici”, tra “burocrati della sostenibilità” che teorizzano il capitalismo “buono” senza affrontare il tema del profitto, e “neo-negazionisti” che sostengono unicamente rimedi di facciata, rimandando il problema sine die; ambedue atteggiamenti molto pericolosi.
Gli autori propongono una soluzione nel cosiddetto “triangolo della sostenibilità”, un triangolo i cui vertici sono le imprese innovative, gli Stati e la società civile. Alla base della soluzione teorizzata c’è, cito, “il recupero dell’idea originaria di sostenibilità, che distingue le vere crisi, che se non affrontate sono destinate a esplodere, dagli altri mille problemi sociali e ambientali del mondo, dei quali le imprese non possono occuparsi”.
La strategia aziendale oggi è di fatto giunta ad un punto di svolta cruciale. Essa non è più solo uno strumento a breve termine per affrontare i mercati e la concorrenza, ma un modo di pensare sistemico che deve confrontarsi con forze strutturali a lungo termine. E il cambiamento climatico non è solo un tema ESG o di responsabilità sociale d’impresa; è una variabile fondamentale che determina realmente la struttura del settore, le curve dei costi e i modelli di business. Di fatto viviamo oggi in un contesto caratterizzato da trasformazioni tecnologiche che si susseguono velocemente e senza soluzione di continuità, in un clima di profonda instabilità geopolitica, di transizione ecologica e ridefinizione dei modelli di consumo. Per questo l’impresa non può più limitarsi a reagire, ma deve al contrario anticipare, interpretare e integrare forze strutturali di lungo periodo che plasmino in profondità il proprio spazio competitivo. Forze economiche, sociali, ma anche forze ambientali e culturali. La strategia dell’impresa deve generare una nuova comprensione del ruolo dell’organizzazione all’interno di sistemi complessi e interconnessi e trasformarsi in quel processo continuo di apprendimento e adattamento in grado di coniugare visione e resilienza, innovazione e sostenibilità. Sostanzialmente, fare strategia non si concretizza più nel solo dedicarsi alla pianificazione pura, bensì alla gestione dell’incertezza e alla costruzione di vantaggi competitivi fondati su competenze distintive, cultura organizzativa e responsabilità verso gli stakeholder, ma anche orientamento al futuro, coerenza sistemica e creazione di valore duraturo. E questo vale per tutti i livelli di pianificazione strategica dell’impresa, dalla “business strategy” che si concentra su come competere in specifici mercati, alla “corporate strategy” che è il vertice della gerarchia strategica e definisce la direzione complessiva dell’azienda nel suo insieme.
In tale contesto, parlare di come il cambiamento climatico oggi abbia un significativo influsso sulla strategia, non significa più solo occuparsi di “sostenibilità” come funzione “per se”, bensì integrare la variabile climatica nel cuore del modello di business. Non stiamo più ragionando di pura gestione del rischio, ma di creazione di valore competitivo. Nel 2026 quindi, il dibattito sui cambiamenti climatici ha superato la fase delle sole promesse per entrare in quella dell’esecuzione pragmatica.
Sebbene l’obiettivo chiave dell’accordo di Parigi, ovvero quello di limitare il riscaldamento globale a 1,5°C, sia tecnicamente a rischio, l’attenzione si è spostata su come gestire gli impatti attuali attraverso l’adattamento, pur mantenendo alta la pressione sulla decarbonizzazione. Come ben rappresentato nella figura allegata, il cambiamento climatico impone oggi alle aziende una doppia strategia: la mitigazione per ridurre le emissioni di gas serra (causa) e l’adattamento per aumentare la resilienza agli effetti inevitabili (conseguenze). Molte imprese stanno già integrando tali misure per garantire la continuità operativa, trasformando appunto i rischi in opportunità di sostenibilità e competitività.

La mitigazione si propone di ridurre le emissioni alla fonte. Nel 2026, non si parla più solo di “obiettivi 2050”, ma di traguardi intermedi al 2030 e 2035. Molte istituzioni, inclusa la Banca d’Italia, hanno lanciato nuovi piani che prevedono obiettivi drastici, come la riduzione di due terzi delle emissioni dirette entro il 2035. Le tecnologie di punta includono il riciclo avanzato delle batterie al litio e sodio, la cattura diretta del carbonio (DAC) e l’uso dell’Intelligenza Artificiale per ottimizzare le reti elettriche e gestire i picchi di domanda energetica causati proprio dai data center dell’AI. Gli investimenti si stanno spostando dai “progetti visionari” a soluzioni concrete e scalabili, con un focus particolare sull’automazione dei processi industriali e sui trasporti pesanti a zero emissioni.
Quanto all’adattamento, esso riguarda invece la preparazione agli effetti del clima che non possono più essere evitati (ondate di calore, inondazioni, siccità). A questo scopo, dopo la COP30 di Belém, la comunità internazionale si è impegnata a triplicare i finanziamenti per l’adattamento, puntando a 1.300 miliardi di dollari all’anno entro il 2035. In Italia il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC) è ora in fase di attuazione con oltre 360 azioni specifiche. Queste includono interventi “green” (basati sulla natura, come il rimboschimento urbano) e “grey” (infrastrutture fisiche come barriere anti-alluvione). Vale infine la pena menzionare i programmi come “Beat the Heat” che stanno trasformando le città con superfici riflettenti e corridoi verdi per mitigare l’effetto “isola di calore” urbana ai fini di aumentare la resilienza degli individui. E una delle grandi novità del 2026 è l’adozione di 59 indicatori globali definiti durante i recenti vertici ONU. Questi permettono di misurare in modo scientifico sia l’efficacia delle misure di protezione (quante vite e infrastrutture sono state salvate), che la trasparenza dei fondi spesi, evitando il fenomeno del “greenwashing” nell’adattamento.
In conclusione, farò riferimento, anche con diverse citazioni testuali, a un articolo recentemente presentato da Network 360 – Agenda Digitale. Nell’articolo in questione si cita una ricerca McKinsey, secondo la quale nel 2035 gli investimenti annuali in tecnologie pulite potrebbero attestarsi a quota 5 trilioni di euro circa. Ma su quali di queste tecnologie investire dal 2026 per l’energia senza emissioni di CO2? E come intensificare i rimedi per combattere i cambiamenti climatici?

L’anno appena trascorso, il 2025, non ha fatto registrare notizie positive sul clima, con le emissioni globali di gas serra che hanno raggiunto livelli record, senza contare che la più grande economia mondiale ha compiuto una brusca inversione di rotta in materia di politica climatica. Gli Stati Uniti hanno infatti ritirato la loro adesione all’Accordo di Parigi, hanno tagliato i fondi per la ricerca sul clima e hanno eliminato miliardi di dollari di finanziamenti per progetti di tecnologia climatica.
D’altro canto, secondo un’analisi pubblicata su Carbon Brief, la Cina, ovvero il Paese che produce più CO2 al mondo, posizionandosi saldamente al primo posto per emissioni annuali, è riuscita a mantenere stabili le emissioni di anidride carbonica nell’ultimo anno e mezzo, producendo la maggior parte delle tecnologie energetiche pulite a livello mondiale, fornendo un modello per rendere sostenibili le economie industriali senza sacrificare la propria prosperità economica e ponendo le basi per un progresso più rapido in materia di clima nei prossimi anni. L’Europa dal canto suo sembra ben posizionata per assicurarsi un futuro di leadership globale nel settore delle tecnologie green. Nel vecchio continente l’impegno politico a raggiungere gli obiettivi di zero emissioni nette rimane forte, sostenuto da importanti iniziative politiche come il Clean Industrial Deal della Commissione europea. Ma vigilare è d’obbligo, poiché secondo uno studio sulla competitività europea redatto da Mario Draghi, ex Presidente della Banca centrale europea, la quota di veicoli elettrici (EV) di fabbricazione cinese nel mercato europeo è passata dal 5% nel 2015 a quasi il 15% nel 2023, mentre la quota dei protagonisti europei dell’Automotive è scesa dall’80% al 60%.
E cosa dire sul fronte tecnologico?
Le fonti energetiche rinnovabili, in testa il fotovoltaico, hanno superato per la prima volta il carbone nel paniere energetico a livello globale. L’eolico, il fotovoltaico, la geotermia e le batterie per stoccaggio rappresentano le tecnologie più promettenti per decarbonizzare la produzione energetica nel 2026. Ma per la transizione energetica passa anche dallo stoccaggio della CO2, dal nucleare e perfino dal GNL (anche se fossile). Inoltre, nell’affrontare l’influenza dei cambiamenti climatici sulle strategie aziendali, non è possibile trascurare il boom dell’Intelligenza Artificiale, che complica notevolmente il nostro sistema energetico. L”AI è una delle principali cause dell’aumento della domanda di elettricità, per cui la quantità di energia fornita dalle utility ai data center statunitensi raddoppierà entro il 2030.
E l’AI sarà in certi ambiti proprio il “motore” della transizione energetica, nell’ambito della manutenzione predittiva, nella previsione della produzione, nell’ottimizzazione della resa energetica e nella progettazione automatica.
Di converso, l’AI sta stimolando un rinnovato interesse e investimenti nelle tecnologie energetiche di prossima generazione. Se nel breve termine, gran parte dell’energia necessaria per i data center, compresi quelli che alimentano l’AI, proverrà probabilmente dai combustibili fossili, in particolare dalle nuove centrali a gas naturale, tuttavia giganti tecnologici come Google, Microsoft e Meta hanno tutti obiettivi dichiarati di riduzione delle emissioni di gas serra e sono quindi alla ricerca di alternative. Microsoft ha stretto uno storico accordo con Constellation Energy per riattivare l’Unità 1 della centrale nucleare di Three Mile Island in Pennsylvania, al fine di alimentare con energia pulita i propri data center AI. Analogamente Google ha firmato un accordo che contribuirà alla riapertura del Duane Arnold Energy Center in Iowa, una centrale nucleare precedentemente chiusa. L’energia nucleare potrebbe davvero essere l’elemento chiave della rete elettrica del futuro, in quanto in grado di fornire energia pulita in modo diverso dall’energia eolica e solare, poiché in grado di garantire il famoso baseload, quanto mai necessario in sempre più numerosi contesti. L’utilizzo dell’energia nucleare potrebbe fare la differenza nella strategia di molte imprese, e invero, secondo l’AIEA, registrerà un aumento di due volte e mezzo entro il 2030, e si quadruplicherà nel 2050. Al lavoro in questa direzione, dunque, come nel potenziamento delle rinnovabili!
“Perché le guerre passano, ma i problemi del clima restano” (Roger Abravanel).
Nuclear Engineer, SDA Bocconi Senior Executive Fellow