Di HOSNEY ABDELATY
Nel contesto delle rapide trasformazioni che stanno investendo la regione, è chiaro che le politiche perseguite dagli Stati Uniti, insieme al governo israeliano di Benjamin Netanyahu, hanno contribuito direttamente all’escalation delle tensioni e a spingere la regione verso livelli di turbolenza e instabilità senza precedenti.
L’approccio americano, in particolare durante l’amministrazione del presidente Donald Trump, è stato caratterizzato da una tendenza interventista che ha rimodellato gli equilibri di potere in Medio Oriente, esacerbando i conflitti anziché contenerli. La palese propensione verso Israele non ha migliorato le prospettive di un accordo; anzi, ha approfondito la polarizzazione e radicato le divisioni in un momento in cui la regione ha maggiormente bisogno di approcci giusti e globali che tutelino i diritti di tutte le parti.
Il mondo ha seguito con profonda preoccupazione gli eventi di Gaza durante la recente guerra tra Israele e le fazioni palestinesi, dove un gran numero di civili, compresi bambini, sono stati uccisi in scene che hanno sconvolto la coscienza dell’umanità e suscitato diffuse critiche internazionali in merito alla proporzionalità dell’uso della forza e al rispetto delle norme del diritto internazionale umanitario. Questi eventi hanno rafforzato l’impressione che la retorica israeliana dell'”autodifesa” sia accompagnata, sul campo, da pratiche che aggravano il costo umano e ampliano la gamma delle sofferenze.

A livello regionale, l’attuale escalation con l’Iran sembra essere meno il prodotto di un conflitto diretto tra quest’ultimo e gli stati del Golfo, quanto piuttosto il riflesso delle politiche conflittuali e di escalation adottate da Washington e Tel Aviv, che stanno spingendo la regione sull’orlo di un confronto più ampio. La presenza militare americana in alcuni stati del Golfo avrebbe dovuto fungere da deterrente e fattore stabilizzante, ma gli sviluppi successivi hanno rivelato la fragilità di questo equilibrio e la sua suscettibilità a essere scosso da ogni nuova crisi.
Dal punto di vista economico, il settore energetico rimane fondamentale per comprendere il contesto di queste politiche. Con l’apertura degli Stati Uniti al petrolio venezuelano, Washington ha riorganizzato le sue priorità strategiche, il che si è riflesso nella natura delle sue alleanze regionali. Inoltre, le forti fluttuazioni dei mercati petroliferi e l’assenza di sforzi concreti per stabilizzare i prezzi riflettono l’uso della pressione economica per ottenere vantaggi geopolitici che trascendono considerazioni puramente commerciali.
I popoli della regione non sono pedine nel gioco dei conflitti tra grandi potenze, né le loro terre e risorse dovrebbero essere trasformate in arene per regolamenti di conti. Continuare ad adottare politiche basate sull’imposizione dei fatti sul campo con la forza e sulla logica dell’egemonia non farà che portare a ulteriore caos e ad aggravare la fragilità della sicurezza regionale e internazionale.
Pertanto, la comunità internazionale è chiamata ad assumersi le proprie responsabilità morali e legali, lavorando con impegno per fermare l’escalation, garantire la protezione dei civili e avviare un giusto processo politico che garantisca i legittimi diritti del popolo palestinese e preservi la sovranità degli Stati della regione, liberi da interferenze e conflitti per procura.
La vera stabilità non si ottiene con la forza delle armi, ma si costruisce sui fondamenti della giustizia, del rispetto reciproco e di soluzioni politiche sostenibili che difendano la dignità umana e il diritto alla sicurezza e alla dignità.