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La lingua italiana non si comanda: evoluzione spontanea vs imposizione ideologica

Nessuna istituzione può imporre dall’alto l’evoluzione dell’italiano: la lingua vive nell’uso del popolo e muta nella storia, non per decreto ideologico.

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A proposito dei tentativi del politicamente corretto di modificare la lingua con forzature di tipo ideologico e con metodologie e soprattutto fini dal sapore orwelliano.

Sappiamo che una delle prerogative della lingua italiana è quella di essere un idioma regolato da norme descrittive e non prescrittive, in quanto ogni istituto o dizionario può solo registrare le modalità con cui la lingua viene utilizzata senza imporre regole. Anche l’Accademia della Crusca è solo un ente di ricerca puramente descrittivo. Non ha alcun potere prescrittivo ma è prevalentemente di consulenza. Non esiste il principio coercitivo o formativo della lingua, in quanto anche un istituto come l’Accademia della Crusca si deve limitare ad osservare.

L’Accademia fu fondata nel lontano 1582 e solo in origine ebbe uno scopo purista, perché all’epoca esisteva l’esigenza storica di separare la buona lingua, che era il fiorentino del Trecento, dalla crusca degli ancora diffusi gerghi eterogenei. L’Accademia però, una volta che la lingua ha iniziato il suo percorso storico, non può emanare norme vincolanti non avendo poteri normativi. Soprattutto non impone da tempo alcun giudizio se una forma sia oggettivamente giusta o errata. Suggerisce unicamente ciò che è comunemente accettato oppure no.

Le regole non possono essere imposte, ma vengono ratificate solo delle constatazioni di fatto su come coloro che utilizzano la lingua la modificano nel tempo in modo colloquiale oppure letterario. I dizionari moderni si limitano a registrare l’uso attuale senza dare approvazioni alle parole, ma agendo come specchi riflettenti dell’uso parlato e scritto senza ergersi a giudici. Linguisti e grammatici si limitano ad osservare e a registrare il modo in cui quel popolo parla e lo riportano, registrando modifiche se questa muta nel tempo, infatti ogni lingua può evolvere o rischiare addirittura di impoverirsi attraverso la sua storia, essendo qualcosa di vivo che si modifica con lo scorrere del tempo.

Sono modifiche che può apportare solamente il popolo, il quale è sovrano anche nella lingua. I dizionari non devono mai avere un atteggiamento prescrittivo, non è loro compito decidere cosa si può dire, ma includono anche espressioni informali se ormai diffuse in modo generalizzato e da tempo, registrando l’evoluzione della lingua.

Invece, da qualche tempo, è invalsa la tentazione da parte di vari movimenti di tipo progressista, come quelli femministi, le associazioni LGBTQ, i sostenitori dell’ideologia Woke o dei sostenitori dell’oramai onnipresente politicamente corretto, di modificare la lingua con un atto di imperio come ne avessero l’autorità giuridica o morale. Pretendono, ad esempio, di promuovere l’uso dell’asterisco per rendere il linguaggio maggiormente inclusivo, o più neutro, e mirano a modificare la stessa lingua italiana per evitare il predominio del maschile.

Si è arrivati anche a contestare dei termini come umanità perché deriverebbe da uomo e che renderebbero il maschile sovraesteso. Si pretenderebbe imporre l’uso di declinare ogni termine al femminile, anche quelli ritenuti neutri. In pratica si vorrebbe snaturare la lingua italiana e trasformarla con un approccio prescrittivo in cui loro sarebbero l’autorità morale che avrebbe il potere di imporre regole obbligatorie e insegnare cosa è giusto o ingiusto nella nostra lingua.

Come abbiamo visto, nemmeno le accademie possono avere il potere di imporre un modo di parlare ad una comunità linguistica ma hanno sempre solo registrato come spontaneamente il popolo usa parlare attualmente. Oggi invece, si tenta di modificare la lingua per questioni squisitamente ideologiche.

Che questa sia una forzatura ideologica e non una naturale evoluzione lo sappiamo, conoscendo le teorie di due pensatori teorici della relatività linguistica. Sono due linguisti e antropologi statunitensi dei primi decenni del Novecento, Edward Sapir e Benjamin Lee Whorf, i quali hanno voluto applicare alla linguistica il metodo che è alla base dell’antropologia culturale della scuola Franz Boas, che ha introdotto l’idea che ogni cultura, avendo un suo ciclo storico, non può essere valutata secondo una scelta evolutiva. In questa disciplina delle scienze sociali, a ogni cultura è riconosciuta una propria dignità e una propria storia in quanto rispondente ai bisogni del gruppo sociale che la esprime. Boas ha introdotto l’idea che ogni cultura ha una sua unicità e non può essere valutata secondo una scala evolutiva universale, cioè non esistono culture “superiori”.

I due antropologi, essendo anche linguisti, hanno applicato alla linguistica un principio analogo a quello che Boas aveva applicato all’antropologia culturale. Un’interpretazione che è stata definita relativista e antirazzista. Però proprio perché ad ogni cultura era riconosciuta una propria dignità, l’antropologia raccomandava di difenderla e cercare di conservarla come patrimonio dell’umanità.

Coloro che oggi si rifanno alla teoria del relativismo linguistico, vicini alle ideologie Woke, al contrario, sentono la necessità di modificare la lingua per modificare il pensiero, ad intere comunità. In tal modo, la tacita regola che a determinare l’evolversi della lingua debba essere unicamente il popolo e non una direttiva accademica, verrebbe violata con una forzatura autoritaria di tipo ideologico e non sarebbe una naturale evoluzione culturale ma un fattore coercitivo, in quanto si baserebbe solo sulla teoria di alcuni pensatori, teoria che, come tutte le ipotesi, è destinata ad essere superata da altre teorie elaborate successivamente.

Ogni lingua è il frutto di una storia, di una cultura, di una spiritualità, una saggezza popolare, come ci insegna la moderna antropologia culturale. La lingua è anche il mezzo con cui sono state elaborate filosofie, che ci ha dato la letteratura e la poesia, le quali sono coerenti con quella determinata lingua. Possiamo affermare che ogni lingua possiede un’anima e che riflette gli archetipi di un popolo e che è la mentalità collettiva e rifletterebbe la Volksseele, l’anima del popolo.

Il popolo che quella lingua utilizza e che l’ha concepita spontaneamente in modo corale come da sempre. Con le lingue sono stati tramandati e sono stati diffusi sapienza popolare, leggende, fiabe, proverbi, credenze, tradizioni come le feste stagionali e le danze popolari di corteggiamento che talvolta rappresentano l’approccio amoroso anche con sguardi, avvicinamenti e allontanamenti, mimando schermaglie, alternando desiderio e pudore come in un gioco. Anche questo fa parte del linguaggio, anche se non verbale.

Infatti il linguaggio forse ancora più profondo ed arcaico è proprio quello non verbale che consiste in espressioni, posture, toni della voce che comunicano emozioni anche intense ed hanno valore relazionale importante quanto la lingua parlata. La stessa distanza fra persone, sappiamo, comunica molte cose, come ha dimostrato lo studioso Edward T. Hall che ha fatto importanti ricerche sulla prossemica, la scienza che studia l’uso dello spazio fisico del corpo nella comunicazione. È una comunicazione che, come la lingua parlata, muta da una cultura all’altra.

Attualmente, per una ragione tutta ideologica e politica, qualcuno vorrebbe smantellare un grande patrimonio culturale che avrebbe come ultimo risultato la disarticolazione della comunicazione. Anche l’arte, possiamo affermare, è un linguaggio che comunica concetti ed emozioni attraverso le immagini e forme che durano nel tempo e attraversano generazioni. Tutto ha un proprio linguaggio, una propria logica e filosofia di vita e ogni cosa comunica un’idea.

Anche un semplice campanile con la sua verticalità, la sua centralità, la sua voce, la mistica che esprime, possiede per la comunità il valore di comunicazione di concetti profondi perché parla a una dimensione ancora più remota. Non è modificando delle parole che si distrugge un edificio culturale. Perché questo è il solo scopo, il non detto, di certi esperimenti tendenti ad alterare le culture con lo stesso metodo con cui un progresso volgare e mal gestito ha distrutto e banalizzato culture millenarie.

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