In un tempo che sembra aver smarrito il senso della misura, la figura di Pietro Parolin si staglia con la sobrietà dei grandi servitori della Chiesa e con la fermezza dei veri uomini delle istituzioni. Segretario di Stato dal 2013, formatosi nel servizio diplomatico della Santa Sede e impegnato per anni nei dossier più delicati della politica internazionale, Parolin rappresenta una delle ultime grandi figure della diplomazia vaticana: non un uomo di clamore, ma un uomo di peso; non un protagonista della scena, ma uno di coloro che ne impediscono il collasso.
In lui colpisce soprattutto il connubio raro fra decisione e misura, fra senso del reale e apertura alla trascendenza. Parolin non incarna l’equilibrio opaco di chi teme di scegliere, ma quello alto e difficile di chi sa discernere. In un mondo caotico, dove l’urlo prende spesso il posto della ragione e l’istinto quello del giudizio, egli appare come un uomo di sano equilibrio: capace di reggere la complessità senza cedere né all’improvvisazione né all’inerzia, tenendo insieme governo e ascolto, prudenza e coraggio, responsabilità e ispirazione dello Spirito Santo.
Per questo la parola che forse meglio ne illumina il profilo è una parola antica e severa: kathekon. Nella tradizione teologico-politica ripresa da Carl Schmitt, il katechon è ciò che trattiene il caos, ciò che frena la disgregazione, ciò che si oppone alla deriva distruttiva del mondo. Schmitt ne fa la figura del “restrainer”, del principio che contiene il disordine e rende ancora possibile una storia abitabile. Applicata a Parolin, questa immagine acquista una forza sorprendente: egli appare come l’argine che non lascia tracimare il caos, l’ago della bilancia che impedisce agli estremi di impadronirsi del tutto dello spazio politico e spirituale. Fonte
Parolin è, in questo senso, una presenza ordinatrice. Non perché cerchi il compromesso a ogni costo, ma perché sa distinguere l’essenziale dal secondario, il principio dal rumore, la fedeltà dalla fazione. In un mondo in fiamme, egli non alimenta il rogo: lo attraversa con passo fermo, con quella disciplina interiore che appartiene solo agli uomini davvero liberi. La sua forza non è quella del gesto teatrale, ma quella della continuità; non è l’energia esplosiva del tribuno, ma la tenacia composta del custode.
Ecco perché il suo encomio non è adulazione, ma riconoscimento. In tempi di vertigine, la Chiesa e il mondo hanno ancora bisogno di figure che non inseguano il disordine ma lo contengano; che non sacrifichino la verità alla propaganda; che non confondano la prudenza con la debolezza.
“Pietro Parolin appartiene a questa schiera sempre più rara. È l’ultimo grande diplomatico della Santa Sede, uomo di sano equilibrio in un mondo caotico, unione di decisione e ascolto dello Spirito, ago della bilancia in un tempo incendiato, kathekon discreto ma decisivo contro la deriva”