Dark Mode Light Mode
Francesca Albanese ha scritto sulla piattaforma X
Il “Riscatto” di Nardu. Da festa di paese a pilastro identitario con il REIS. Metamorfosi di un testo teatrale nella “fertilissima anarchia” Sabettese
HOSNEY ABDELATY Appointed to International Position at Leonina Academy

Il “Riscatto” di Nardu. Da festa di paese a pilastro identitario con il REIS. Metamorfosi di un testo teatrale nella “fertilissima anarchia” Sabettese

Il paradosso dell’istituzionalizzazione del caos

Vi è un paradosso vertiginoso nell’atto di iscrivere l’anarchia all’interno di un registro istituzionale. Quando la Regione Siciliana ha apposto il sigillo del REIS (Registro delle Eredità Immateriali della Sicilia) su La Pastorale di Nardu, non ha semplicemente tutelato una “festa di paese”. Ha compiuto, forse inconsapevolmente, un atto di profonda ermeneutica culturale: ha riconosciuto che il disordine, il grottesco, lo scarto e la marginalità possiedono una dignità ontologica tale da costituire il fondamento identitario di un intero popolo. La metamorfosi del testo teatrale di Padre Fedele Tirrito da San Biagio – da dramma sacro-comico settecentesco, sepolto sotto la polvere dell’oblio e il pregiudizio accademico, a rito autopoietico e patrimonio immateriale – trova la sua sublimazione più radicale nella “fertilissima anarchia sabettese”. A Santa Elisabetta, il testo smette di essere inchiostro e si fa carne, strada, fango, maidda e transumanza. “La Pastorale Sabettese” ha assunto nel corso dei secoli una sua indipendenza assoluta nei confronti del testo, pensando sublimamente la fenomenologia di tale riscatto, decostruendo la maschera di Nardu non come semplice residuo folklorico-religioso, ma come l’interfaccia metafisica attraverso cui l’uomo siciliano, “rammendando le origini”, si ricongiunge al Sacro.

L’archeologia di una maschera. Dal manoscritto all’Ur-Nardu

Per comprendere la portata del rito sabettese, è imperativo operare uno scavo archeologico alle radici del testo. Padre Fedele Tirrito (1717-1801), cappuccino dalla complessa levatura intellettuale (scrittore, pittore, pedagogo), concepì La Pastorale in un’epoca in cui la pedagogia della Chiesa necessitava di strumenti capaci di penetrare le spesse cortecce della civiltà contadina. Eppure, relegare l’opera a mero strumento catechistico sarebbe un imperdonabile errore di miopia critica. Come magistralmente evidenziato nei Prolegomena di Vincenzo Marcello La Matina, la Pastorale è stata a lungo vittima di un classismo filologico che l’ha etichettata come “al di sotto del mediocre”. La grande intuizione di La Matina, che trova piena conferma nella praxis di Santa Elisabetta, è stata quella di strappare l’opera alla logica del fabula muta (il presepe silenzioso e borghese) per restituirle il suo statuto di vagito della Storia. Il Verbo non si incarna nel silenzio rarefatto della teologia dogmatica, ma irrompe nel frastuono, nel dialetto, nella fame e nella miseria della condizione pastorale. In questo quadro, Nardu non è un’invenzione ex nihilo di Padre Fedele, ma l’intercettazione di un archetipo ctonio preesistente: un Ur-Nardu. Egli è il giullare sacro, il fool scespiriano declinato nell’arsura agrigentina, colui che porta sulle spalle il peso dell’insensatezza umana per trasmutarla in veicolo di rivelazione.

La “Teologia del fango” e la soteriologia dello scarto

Nel rito di Santa Elisabetta, l’aspetto visivo di Nardu è un manifesto teologico. Il volto imbrattato di bianco, le vesti logere, i gesti scoordinati e i continui fallimenti empirici (non sa cercare la legna, rompe la brocca dell’acqua) delineano una creatura confinata ai margini dell’efficienza produttiva. Nardu è l’anti-eroe per eccellenza. Eppure, è proprio in questa “selvaggihezza” che risiede la sua funzione salvifica. La Pastorale mette in scena quella che potremmo definire una “Teologia del Fango”. La rivelazione apocalittica di Nardu, che afferma di aver visto il Bambino Gesù «ammenzu a li porci», è il fulcro metafisico dell’intera rappresentazione. Il divino non viene a posarsi su troni d’oro, ma precipita vertiginosamente nella materia più greve, pesante e maleodorante. Dio si sporca per “cancellari tutti i piccati”. Nardu, essendo egli stesso fango sociale, scarto e reietto, è l’unico sintonizzato su questa frequenza. La sua sordità al mondo (le orecchie “attuppati”) è la conditio sine qua non per udire l’inaudibile. Mentre i saggi e i potenti sono distratti dall’architettura del potere, lo scansafatiche Nardu inciampa, cade, frantuma la sua brocca (simbolo dello svuotamento dell’ego, la kenosi) e, proprio per questo, giunge per primo alla grotta. È il trionfo escatologico degli ultimi, l’applicazione radicale del discorso delle Beatitudini tradotta nella cruda semantica della strada.

L’albero-totem e l’ermeneutica della comunità

Il passaggio dalla carta al rito sabettese distrugge i canoni della filologia tradizionale. Se la filologia classica si affida allo stemma codicum – l’albero genealogico rigido che traccia la corruzione del testo dall’originale alle copie – la Pastorale in terra agrigentina esige un cambio di paradigma. Il testo evapora dalla pagina e si fa sangue. Si instaura così la topologia dell’Albero-Totem teorizzata da La Matina. La trasmissione diventa orale, fisica, viscerale. I rapsodi contadini, i padri che insegnano le battute ai figli, diventano essi stessi “testi viventi”. A Santa Elisabetta, la memoria non è archiviata, ma è incarnata. Questo processo trova la sua sintesi plastica nel rito eucaristico-comunitario della maidda. Quando la comunità sabettese si riunisce per consumare la pasta con la ricotta attingendo dalla stessa vasca di legno impiegata per il pane, avviene una sospensione del tempo storico. Attori e spettatori collassano in un’unica entità. La maidda diviene il Graal contadino, l’altare su cui si consuma non solo il nutrimento fisico per combattere la fame atavica, ma il patto identitario di una comunità che riconosce se stessa attraverso la rievocazione del mito.

La fertilissima anarchia Sabettese. Cosmogenesi per via di disordine

Perché definire “fertilissima anarchia” lo scenario di Santa Elisabetta? Perché il rito del 6 gennaio è una destrutturazione sistematica dell’ordine costituito. La transumanza simbolica che attraversa le vie del paese è un fiume in piena che scardina la geometria urbana. I luoghi della quotidianità (la piazza, i vicoli) vengono temporaneamente “saccheggiati” dal rito e riconsacrati come spazi mitici. In questo palcoscenico a cielo aperto, le provocazioni di Nardu, il suo importunare le donne, il suo sperpero del cibo, non sono atti di semplice vandalismo teatrale. Sono la rappresentazione del Caos primordiale (il Tohu wa-bohu biblico) che deve necessariamente precedere ogni nuova Creazione. Affinché il cosmo possa rigenerarsi con la nascita del Verbo, l’ordine vecchio, stantio e oppressivo deve essere deriso e smantellato. A mediare tra questo caos e l’ordine divino interviene la figura del Ciaramiddraru. Il suono ininterrotto della zampogna (il pneuma universale) funge da asse del mondo. Con quel suono antico, come recita il testo, si “arripezza l’origini”. La musica rammenda lo strappo ontologico causato dal peccato e dalla caduta, offrendo a Nardu – e tramite lui a tutta la comunità sabettese – la scala per ascendere al Mistero. L’anarchia, dunque, non è distruttiva, ma supremamente fertile: ara il terreno duro dell’anima collettiva per prepararlo ad accogliere il seme dell’epifania.

Il Sigillo del REIS. Paradossi e orizzonti di un patrimonio

L’ingresso de La Pastorale di Nardu nel REIS non è un punto di arrivo, ma un cruciale punto di snodo. Questo riconoscimento istituzionale porta con sé una doppia valenza. Da un lato, compie una giustizia storica fondamentale: certifica che la cultura subalterna siciliana possiede una densità filosofica e antropologica pari, se non superiore, a quella dei circuiti accademici “ufficiali”. Salva la maschera dall’oblio dello spopolamento delle aree interne e la consegna alla dignità di patrimonio. Dall’altro lato, il REIS impone una sfida titanica: come si musealizza il vento? Come si istituzionalizza l’anarchia senza ucciderne lo spirito eversivo? Il rischio intrinseco in ogni operazione di salvaguardia è la “mummificazione folklorica”, la trasformazione di un rito vitale, ruvido e fangoso in una recita addomesticata ad uso e consumo del turismo di passaggio.

La salvezza da questo pericolo risiede proprio nella tenuta della comunità sabettese.  Dalla caparbietà del Sindaco Avv. Liborio Gaziano, che ha creduto fortemente in questo riconoscimento, grazie a tutti i sacrifici dei volontari (Il regista Peppe Fragapane su tutti) che nei decenni si sono succeduti. Finché ci sarà un Nardu disposto a sporcarsi il volto, finché il testo verrà tramandato a voce non come un copione teatrale ma come una preghiera sovversiva, e finché la pasta verrà condivisa nella maidda con mani ruvide e cuori aperti, il rito manterrà intatta la sua potenza autopoietica.

L’avanguardia degli ultimi

Il “Riscatto” di Nardu è, in definitiva, il riscatto di ogni siciliano che ha vissuto ai margini della Storia. Quando, nel finale della rappresentazione, Nardu si ritrova al cospetto del Bambino “ammenzu a li porci” battendo sul tempo i sfarzosi Re Magi, assistiamo al più grande capovolgimento prospettico della letteratura popolare. I potenti arrivano sempre in ritardo all’appuntamento con la Verità. È il folle, lo straccione, l’anarchico che, guidato solo dal battito irregolare del proprio cuore e rammendato dalla musica cosmica del ciaramiddraru, comprende l’essenza dell’Incarnazione. La Pastorale di Santa Elisabetta, ora iscritta a pieno titolo tra le Eredità Immateriali della Sicilia, non è dunque la memoria di un passato che scompare, ma la prefigurazione di una promessa eterna: che l’anima del mondo, alla fine, parlerà sempre attraverso la voce sguaiata, pura e irriducibile degli ultimi.

Ed io, da ultimo dei Sabettesi, sono davvero grato di tutto questo fertilissimo evangelico e civilissimo disordine.

Previous Post

Francesca Albanese ha scritto sulla piattaforma X

Next Post

HOSNEY ABDELATY Appointed to International Position at Leonina Academy