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Leopardi, nostro contemporaneo: una titanica rilettura teoretica. Recensione a “Dopo Leopardi” edito da Mimesis

Come docente di Lettere, quotidianamente impegnato tra le aule scolastiche della provincia di Agrigento e la febbrile organizzazione di eventi culturali con la mia associazione “Hosàytos”, accolgo la pubblicazione del volume Dopo Leopardi. Rifrazioni contemporanee del leopardismo filosofico (Mimesis) come un evento editoriale di capitale importanza, perfettamente in asse con la rigorosa linea speculativa del Giornale di Metafisica fondato da Michele Federico Sciacca. Nel mio percorso di studioso, costellato dalla promozione di rassegne librarie come “Amor Librorum” e da innumerevoli dibattiti sul crinale tra letteratura, indagine filosofica e impegno civile, ho sempre avvertito l’urgenza di sottrarre Giacomo Leopardi alla mera e riduttiva dimensione idillica per restituirgli, per intero, la statura di pensatore abissale. Curato con impareggiabile acume da Luigi Capitano e Aldo Meccariello, il tomo raccoglie gli atti di un memorabile convegno del Centro per la Filosofia Italiana, sviscerando a fondo il cosiddetto “leopardismo filosofico”. L’opera si articola in diciannove densissimi contributi, ciascuno dei quali scardina incrostazioni esegetiche per proiettare il Recanatese nel cuore vivo e sanguinante della contemporaneità. Di seguito, intendo proporre una disamina analitica di ogni singolo saggio, per dar conto della titanica mole speculativa di questa pubblicazione essenziale.

  1. Antonio Panico (Il fiore e la fiamma. Sui sentieri di Leopardi e Michelstaedter). In questo magistrale saggio, Panico istituisce un confronto vertiginoso tra il poeta recanatese e il tragico pensatore goriziano Carlo Michelstaedter. Entrambi condividono la diagnosi di una natura che coincide con l’infinita, cieca attività del volere, una morsa in cui la vita si consuma in una perenne, inappagabile deficienza. Tuttavia, se per Leopardi l’illusione rappresenta l’unica forza vitale capace di tenere l’uomo ancorato all’esistenza, permettendogli di opporre la “social catena” della Ginestra alla crudeltà cosmica, per Michelstaedter ogni illusione è un vile cedimento alla “rettorica”, un tradimento della fiamma della “persuasione” che esige un possesso assoluto dell’attimo presente, anche a costo della morte. Un’analisi comparata che brilla per lucidità teoretica.

  2. Hervé A. Cavallera (L’interpretazione gentiliana del pensiero di Leopardi). Cavallera ricostruisce con grande precisione storiografica l’atteggiamento di Giovanni Gentile nei confronti della filosofia leopardiana. Il fondatore dell’Attualismo, pur dedicando a Leopardi studi fondamentali, gli negò la qualifica di filosofo sistematico, riducendo le sue meditazioni a un “ingorgo sentimentale” o a “stati d’animo” propri di una vita tormentata. Ciononostante, Cavallera evidenzia come Gentile scorgesse nell’atto stesso del fare poesia un’implicita e possente affermazione della libertà dello Spirito, salvando così, paradossalmente, la positività dell’opera leopardiana attraverso le lenti dell’estetica. Un saggio che illumina le aporie dell’idealismo di fronte al pessimismo radicale.

  3. Corrado Ocone (Croce interprete di Leopardi). Ocone affronta la spinosa e celebre stroncatura di Benedetto Croce contenuta in Poesia e non poesia. Il critico napoletano, armato del suo rigido metodo disgiuntivo, accusò Leopardi di non essersi mai “svolto” umanamente, bollando la sua opera prosastica come didascalica o addirittura “malsana”. Ocone contestualizza brillantemente questa incomprensione all’interno dell’esigenza morale crociana di combattere la decadenza e l’irrazionalismo del primo Novecento, mostrando come il rifiuto di Croce fosse, in fondo, una barriera difensiva e immunitaria contro quel “male del secolo” di cui Leopardi era il massimo e più fine sismografo.

  4. Valerio Meattini (L’altra faccia della ragione. Hegel Croce Leopardi). Meattini ci consegna una riflessione teoreticamente densissima, in cui l’ontologia leopardiana del nulla e dell’infinita possibilità viene contrapposta al panlogismo di Hegel e allo storicismo assoluto di Croce. Mentre i due giganti dell’idealismo pretendono di redimere il male e l’errore sussumendoli nella marcia trionfale dello Spirito e della Ragione (identificando il reale con il razionale), Leopardi ha il coraggio di guardare in faccia la nuda, incomprensibile fattualità e insensatezza delle cose. Meattini dimostra come l’assenza di un fondamento metafisico provvidenziale in Leopardi costituisca “l’altra faccia della ragione”, una prospettiva che si rivela filosoficamente ben più onesta delle teodicee moderne.

  5. Aldo Meccariello (Note di gioventù. Carlo Diano legge Leopardi). Meccariello esplora la suggestiva tesi di laurea che il giovane Carlo Diano, futuro grandissimo filologo, dedicò a Leopardi nel 1923. In questa esegesi giovanile, influenzata da De Sanctis e Gentile, la teoresi leopardiana viene subordinata alla “storia di un’anima”, letta quasi in chiave psicoanalitica e junghiana ante litteram. Meccariello mostra come Diano proiettasse sul Recanatese la propria personale “metafisica della gioventù”, leggendo i Canti e le Operette come un drammatico romanzo di formazione interiore in cui si consuma la perdita irrevocabile delle illusioni e l’inevitabile approdo al deserto dell’età adulta.

  6. Rodolfo Sideri (Leopardi intero. Lettura leopardiana di Lorenzo Giusso). Sideri riporta giustamente alla luce la figura, colpevolmente trascurata, di Lorenzo Giusso e il suo coraggioso tentativo di restituirci un “Leopardi intero”, sfuggendo alle forbici inibitorie crociane. Per Giusso, Leopardi non è affatto un poeta frammentario, ma un pensatore lacerato tra due ideologie titaniche, pienamente immerso nelle turbolente temperie europee del suo tempo. Sideri argomenta come la lettura di Giusso abbia il merito formidabile di scardinare l’immagine del poeta puramente idillico, riconoscendo l’immensa profondità della speculazione leopardiana e anticipando letture esistenzialistiche posteriori.

  7. Giuseppe D’Acunto (Scettico e pessimista insieme. Rensi interprete di Leopardi). Il saggio di D’Acunto esplora la profonda affinità elettiva tra Giacomo Leopardi e Giuseppe Rensi, il quale non esitò mai a definire il Recanatese “il nostro maggiore filosofo”. Attraverso una puntuale disamina, D’Acunto evidenzia come Rensi abbia utilizzato Leopardi per fondare la propria apologia dello scetticismo e dell’irrazionalismo, individuando nello Zibaldone la distruzione scientifica di ogni ordine provvidenziale e l’affermazione dell’assurdità dell’esistere. Leopardi diviene così per Rensi il vero precursore del nichilismo contemporaneo, alleato nella battaglia contro gli ottimismi di stampo hegeliano.

  8. Salvatore Presti (Leopardi o del rovesciamento. Alcune osservazioni sul leopardismo di Giovanni Amelotti). Presti si sofferma sull’acuta opera giovanile di Giovanni Amelotti, allievo di Rensi, che lesse Leopardi come l’artefice di un radicale “rovesciamento” della logica classica. Amelotti accosta in modo avanguardistico l’angoscia (Angst) e il senso del Niente heideggeriano alla noia e al nichilismo cosmico leopardiano. Presti sottolinea come Amelotti riconoscesse a Leopardi la capacità di penetrare nel baratro della pura possibilità e del non-essere, fondando un’ontologia negativa che si sbarazza di ogni teologia consolatoria per affrontare la finitezza umana.

  9. Marta Vitola (Leopardi filosofo nell’interpretazione di Adriano Tilgher). Vitola ci guida attraverso l’opera di Adriano Tilgher, autore nel 1940 di un fondamentale “lessico” filosofico leopardiano. Spirito orgogliosamente antiaccademico e anti-idealista, Tilgher difese vigorosamente la stretta sistematicità del pensiero leopardiano, interpretandolo come un blocco unitario dominato dall’antiprogressismo, dall’antistoricismo e dal relativismo contingente. Vitola mette in luce come Tilgher abbia rifiutato di suddividere Leopardi in “fasi” evolutive, scorgendo piuttosto in lui una coerente irrazionalità che anticipa lo scetticismo assoluto della crisi del Novecento.

  10. Corrado Pestelli (Su Luporini e Timpanaro lettori di Leopardi). Pestelli traccia l’imprescindibile parabola della ricezione marxista e materialista, che ha cambiato per sempre il volto degli studi leopardiani. L’autore analizza il celeberrimo “Leopardi progressivo” (1947) di Cesare Luporini, che rivalutò il pessimismo come formidabile strumento demistificante, e la rigorosa lettura di Sebastiano Timpanaro, che insistette sul “pessimismo eroico” e sul materialismo integrale del poeta. Pestelli mostra come queste interpretazioni abbiano definitivamente riscattato Leopardi dal lamento vittimistico, consegnandoci un intellettuale laico, combattivo e proteso alla solidarietà.

  11. Ludovica Boi, Giulio M. Cavalli (La ragione come “strumento di distruzione”: Leopardi e Colli). In questo originalissimo saggio a quattro mani, viene istituito un fecondo parallelismo tra la critica leopardiana alla razionalità dogmatica e l’opera di Giorgio Colli. Entrambi condannano l’uso “costruttivo” e meramente tecnico-scientifico della ragione tipico della modernità. Tuttavia, come ben illustrano gli autori, se per Leopardi la ragione “distruttiva” serve a smascherare le illusioni lasciando l’uomo nell’aridità del nulla, per Colli l’autodistruzione del Logos logico è il passaggio catartico necessario per recuperare il contatto ineffabile con l’immediato e con l’essenza dionisiaca della vita.

  12. Luca Costa (L’esistenzialismo di Leopardi e l’essenzialismo estremo di Severino). Costa indaga il serrato, quasi ossessivo confronto filosofico di Emanuele Severino con il pensiero leopardiano. Per Severino, Leopardi non è solo un sommo poeta, ma il pensatore che ha portato a compimento estremo l’essenza nichilistica dell’Occidente, teorizzando con radicale coerenza il divenire inesorabile delle cose e il loro sprofondare nel nulla. Costa evidenzia lo scontro epocale tra l’esistenzialismo leopardiano, che constata la caducità, e l’ontologia “neoparmenidea” di Severino, che invece nega il divenire affermando l’eternità inalienabile di ogni singolo essente.

  13. Giuseppe Abbonizio (La metafilosofia di Leopardi. Realtà e immaginazione nelle riflessioni di Massimo Cacciari). Abbonizio esplora l’intensa ermeneutica di Massimo Cacciari, che iscrive Leopardi nella nobile tradizione del “platonismo disperato” e dell’Umanesimo tragico. Cacciari insiste sulla dialettica insanabile tra l’intelletto calcolante, che certifica il vuoto e l’effettualità del nulla, e la virtù del “caro immaginar”, che, pure consapevole di essere solo finzione, non rinuncia a misurarsi con lo sgomento dell’infinito. Abbonizio mostra come per Cacciari il vero naufragio leopardiano risieda nell’impossibilità di conciliare l’ardente anelito metafisico dell’anima con i confini caduchi dell’esistenza materiale.

  14. Novella Bellucci (Il difficile percorso del libro “tutto filosofico e metafisico” di Giacomo Leopardi). Bellucci affronta con saldo piglio filologico il sogno, a lungo accarezzato da Leopardi fin dalla giovinezza, di scrivere un grande trattato filosofico sistematico. Analizzando i fitti carteggi e le dichiarazioni d’intenti, l’autrice ricostruisce l’evoluzione teoretica del poeta e la sua graduale consapevolezza che la forma chiusa del trattato tradizionale non poteva contenere la portata deflagrante del suo pensiero. Il saggio dimostra mirabilmente come la forma ibrida dello Zibaldone e l’invenzione letteraria delle Operette morali siano la suprema incarnazione formale di una filosofia del limite e del disincanto.

  15. Vincenzo Guarracino (“Il tempo del settentrione” … Rileggendo il Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani). Guarracino ci regala una rilettura acutissima del celebre Discorso leopardiano, esaltandone la straordinaria valenza antropologica e la modernità sociologica. Leopardi seziona spietatamente il cinismo e la cronica mancanza di una vera “società stretta” in Italia, confrontandola impietosamente con il mondo del “settentrione” europeo, dove si formano opinioni pubbliche e costumi solidi. Guarracino sottolinea come la diagnosi di Leopardi, che scorge negli italiani un individualismo basato sul riso distruttivo, costituisca una radiografia morale di allarmante, intatta attualità.

  16. Fabiana Cacciapuoti (L’idea di sistema nella forma di scrittura dello Zibaldone di pensieri). La massima esperta mondiale delle carte leopardiane smonta definitivamente il vieto pregiudizio dello Zibaldone come caotico accumulo di appunti frammentari. Cacciapuoti illustra come l’opera immensa sia, in realtà, un vero e proprio ipertesto ante litteram, governato da un rigoroso sistema interno di rinvii, richiami e lemmatizzazioni che rispondono al principio della “liaison des idées”. L’autrice dimostra come Leopardi abbia costruito un’architettura genetica che obbliga il lettore a una fruizione trasversale, sancendo l’insuperabile coerenza sistematica del suo sterminato filosofare.

  17. Orlando Franceschelli (Leopardi e il principio natura). Franceschelli indaga con perizia la dirompente portata del materialismo leopardiano, centrato su una “materia-physis” autarchica che si emancipa per sempre da ogni principio creazionista e da ogni superbo antropocentrismo. Leopardi ci pone di fronte a un universo spietatamente indifferente, dove l’uomo non gode di alcun privilegio. Eppure, argomenta Franceschelli, proprio questa cruda consapevolezza della nostra comune fragilità cosmica diviene nel poeta il vero fondamento per una nuova “etica della felicità possibile” e per una solidarietà compassionevole, essenziale per l’attuale epoca di violenta crisi ecologica.

  18. Luigi Capitano (Leopardi alle soglie del pensiero contemporaneo). In qualità di curatore, Capitano offre un saggio denso e programmatico che colloca Leopardi non tra i malinconici romantici, ma tra i limpidi profeti del pensiero post-moderno. Attraverso l’elaborazione di una “ultrafilosofia” e lo smascheramento della ragione strumentale, Leopardi anticipa il crollo degli assoluti, la “morte di Dio” e l’avvento del nichilismo. Capitano argomenta, con straordinaria veemenza, che il Recanatese aveva già diagnosticato i mali della globalizzazione e della tecnica alienante, rendendolo l’interlocutore imprescindibile per decifrare l’assurdo della nostra contemporaneità.

  19. Gaspare Polizzi (“La scienza della natura non è che scienza di rapporti”…). A chiudere il volume è un saggio affascinantissimo di Polizzi, che indaga la profonda competenza epistemologica di Leopardi. Il poeta, lettore instancabile della scienza a lui contemporanea, intuisce rapidamente l’insufficienza del meccanicismo lineare e sviluppa un’idea di natura come inestricabile rete di relazioni complesse e “infinite diversità di effetti”. Polizzi dimostra rigorosamente come Leopardi abbia genialmente precorso temi che oggi appartengono in pieno alla teoria del caos e alla scienza dei sistemi complessi, attestando un pensiero scientificamente preveggente.

In qualità di uomo e insegnante calato nella complessa e vibrante realtà siciliana, costantemente alla ricerca di paradigmi teoretici capaci di scuotere le coscienze dei miei studenti e dei concittadini, ritengo che Dopo Leopardi sia un’opera dirimente. I curatori e i prestigiosi autori hanno saputo infrangere secolari e stantie barriere idealistiche, restituendoci un Giacomo Leopardi non solo intero, ma intellettualmente ciclopico: uno scettico combattivo, un materialista disperato ma eticamente solidale, un teorico della verità in grado di fronteggiare le derive del nichilismo e della Tecnica. Le diciannove indagini qui condotte ci dimostrano che interrogare oggi lo Zibaldone e le Operette moralinon significa volgere malinconicamente lo sguardo al passato, bensì armarsi degli strumenti cognitivi più affilati per interpretare e sopravvivere alla paurosa complessità del nostro presente. È un testo speculativo capitale che, spero, accenderà nuovi e fruttuosi dibattiti all’interno della comunità filosofica e civile.

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