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Fabio Bagnasco, sulle tracce di Battiato Il cinema come meditazione tra tempo, silenzio e anima

Fabio Bagnasco è un autore e regista che fa del cinema un luogo di attraversamento interiore, dove il visibile si apre costantemente a una dimensione più profonda, fragile e spirituale. Nei suoi lavori il tempo non è semplice scansione narrativa, ma materia viva, esperienza dell’anima, interrogazione sul senso del passaggio umano. Tra memoria, attesa, silenzio e inquietudine contemporanea, il suo sguardo unisce tensione filosofica e sensibilità poetica, restituendo immagini capaci di sostare oltre la superficie del reale. Con Un giorno in più e con i progetti annunciati, La macchina del tempo e Il triplice abbraccio, Bagnasco conferma una ricerca artistica coerente e personale, sospesa tra contemplazione, emozione e desiderio di assoluto.

In “Un giorno in più” il tempo sembra diventare quasi un personaggio spirituale: quanto della sua esperienza personale ha influenzato questa visione così intima e sospesa dell’esistenza?

Direi moltissimo, forse più di quanto immaginassi mentre scrivevo il film. Con il tempo ho capito che il tempo stesso non è semplicemente una misura, ma una presenza che modifica il nostro modo di percepire la vita. In “Un giorno in più” ho cercato di raccontare proprio questa dimensione: il tempo come esperienza interiore, quasi spirituale, non soltanto cronologica.

Ci sono momenti della vita in cui un’ora può sembrare eterna e anni interi possono invece dissolversi nella memoria. Questa sensazione mi ha sempre colpito profondamente. Credo che il film nasca anche da una riflessione personale sulla fragilità dell’esistenza, sulla paura della perdita e sul desiderio umano di trattenere ciò che inevitabilmente sfugge.

Viviamo in una società che ci costringe continuamente a correre, a produrre, a consumare esperienze senza davvero abitarle. Io invece volevo fermarmi, osservare il silenzio, dare spazio all’attesa, all’inquietudine, persino alla contemplazione. In questo senso il tempo nel film diventa quasi un interlocutore invisibile del protagonista, una presenza che lo accompagna e lo costringe a guardarsi dentro.

Penso che ogni opera artistica, quando è sincera, finisca inevitabilmente per raccontare anche il vissuto di chi la crea. E “Un giorno in più” è probabilmente il mio modo di interrogarmi sul senso del passaggio umano dentro qualcosa di infinitamente più grande di noi.

 

Il film richiama liberamente il De brevitate vitae di Seneca e rende omaggio a Franco Battiato: come ha costruito l’equilibrio tra filosofia classica, spiritualità contemporanea e linguaggio cinematografico?

La sfida più grande era evitare che questi riferimenti diventassero qualcosa di didascalico o intellettuale in modo sterile. Non volevo “citare” Seneca o Battiato per costruire un esercizio culturale, ma lasciare che il loro pensiero attraversasse il film in maniera organica, quasi invisibile.

Il De brevitate vitae mi ha accompagnato per molto tempo. In Seneca trovo una lucidità impressionante: l’idea che la vita non sia breve in sé, ma che siamo noi a disperderla inseguendo cose inutili. È un pensiero antico eppure terribilmente contemporaneo. Mi sembrava molto vicino alla crisi spirituale dell’uomo moderno, che spesso ha perso il rapporto con il silenzio, con il tempo interiore e persino con sé stesso.

Franco Battiato invece rappresenta per me una figura unica perché è riuscito a portare nel linguaggio artistico una ricerca spirituale autentica, mai dogmatica. Nelle sue opere convivono filosofia, musica, misticismo, ironia e leggerezza. C’era sempre una tensione verso l’alto, verso qualcosa che trascende il quotidiano. Questo mi ha influenzato molto anche dal punto di vista cinematografico.

Ho cercato quindi di tradurre tutto questo non attraverso spiegazioni verbali, ma tramite immagini, pause, luce, composizione dell’inquadratura e ritmo narrativo. Mi interessa un cinema che suggerisca più che affermare, che lasci spazio allo spettatore di entrare nel film con la propria sensibilità.

Credo che oggi ci sia bisogno di opere che abbiano il coraggio della profondità senza diventare chiuse o elitarie. E il cinema può ancora essere un ponte tra pensiero filosofico, emozione e spiritualità.

 

Il Mirabile Dictu International Catholic Film Festival promuove opere legate ai valori universali e alla riflessione spirituale: secondo lei oggi il cinema riesce ancora a interrogare profondamente l’anima dello spettatore?

Io credo di sì, anche se oggi il cinema si trova in una condizione molto diversa rispetto al passato. Viviamo immersi in un flusso continuo di immagini, contenuti e stimoli che vengono consumati con estrema rapidità. Questo inevitabilmente modifica anche il nostro modo di guardare. Spesso non osserviamo più davvero le immagini: le attraversiamo.

Proprio per questo penso che il cinema abbia oggi una responsabilità ancora più importante. Quando un film riesce a creare uno spazio di silenzio interiore, quando costringe lo spettatore a rallentare e a confrontarsi con domande profonde, allora accade qualcosa di raro.

Per me il cinema spirituale non coincide necessariamente con un cinema religioso. La spiritualità può emergere anche attraverso il racconto della fragilità umana, della sofferenza, della ricerca di senso, del rapporto con la morte o con la memoria. Sono temi universali che appartengono a tutti, indipendentemente dalla fede.

Credo che il pubblico abbia ancora bisogno di opere capaci di lasciare una traccia emotiva e interiore. Magari non sono i film più rumorosi o più commerciali, ma spesso sono quelli che restano dentro più a lungo. Quando uno spettatore esce da una sala con una domanda in più invece che con una risposta già confezionata, secondo me il cinema ha ancora compiuto il suo miracolo.

 

Nei suoi lavori ritorna spesso il tema della memoria e del tempo che sfugge: pensa che il cinema possa diventare una forma di “resistenza” contro la superficialità e la velocità del nostro tempo?

Assolutamente sì. Anzi, credo che oggi il cinema abbia quasi il dovere di diventare una forma di resistenza culturale ed emotiva. Viviamo in un’epoca dominata dalla velocità, dove tutto sembra dover essere immediatamente consumabile e dimenticabile. Anche le emozioni spesso vengono vissute in maniera rapida, superficiale.

Il cinema invece ha ancora la possibilità di fermare il tempo. Può soffermarsi su uno sguardo, su un silenzio, su una presenza umana, restituendo profondità a ciò che normalmente ignoriamo. È un gesto quasi politico, nel senso più poetico del termine.

La memoria per me è centrale perché senza memoria perdiamo la nostra identità. Non esiste futuro senza coscienza del passato. Nei miei lavori il tempo che sfugge non è soltanto nostalgia: è la consapevolezza della precarietà dell’esistenza. Sapere che tutto è destinato a passare rende ogni istante più fragile ma anche più prezioso.

Mi interessa un cinema che non abbia paura della lentezza, perché la lentezza può diventare uno spazio di ascolto. Oggi rallentare è quasi un atto rivoluzionario. Credo che l’arte debba ancora offrirci la possibilità di contemplare, di riflettere, di entrare in contatto con la nostra parte più umana e vulnerabile.

 

Dopo il riconoscimento ottenuto al Mirabile Dictu e i nuovi progetti già annunciati, come “La macchina del tempo” e “Il triplice abbraccio”, quale direzione sente di voler dare oggi alla sua ricerca artistica e spirituale?

Sento il desiderio di proseguire un percorso sempre più essenziale e autentico. Mi interessa continuare a esplorare il rapporto tra realtà visibile e dimensione interiore, tra materia e trascendenza. Penso che il cinema possa ancora essere uno strumento di ricerca spirituale, non nel senso dogmatico del termine, ma come possibilità di interrogare il mistero dell’esistenza umana.

“La macchina del tempo” e “Il triplice abbraccio” saranno progetti diversi, ma avranno entrambi questa tensione verso ciò che normalmente non riusciamo a vedere. Mi interessa raccontare personaggi sospesi, fragili, esseri umani che cercano un senso dentro un mondo sempre più rumoroso e disorientato.

Vorrei continuare a costruire un cinema capace di unire poesia e inquietudine, spiritualità e carne, silenzio e memoria. Credo che oggi l’arte rischi spesso di diventare solo intrattenimento o provocazione immediata. Io invece sento l’esigenza di tornare a un cinema che abbia anche il coraggio della meditazione e della profondità emotiva.

Non cerco verità assolute, perché penso che l’arte non debba dare sentenze. Mi interessa piuttosto aprire spazi interiori, creare immagini che possano accompagnare lo spettatore anche dopo la visione. Se i miei film riescono a lasciare una domanda, una inquietudine o persino un momento di silenzio dentro chi guarda, allora credo di essere sulla strada che sento più vera per me oggi.

 

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