Editoriale di Francesco Rizzo
Vi è una dimensione della letteratura civile che trascende la semplice e fredda cronaca giudiziaria per elevarsi a vera e propria liturgia della memoria collettiva. Il romanzo biografico di Simone Di Paola, Un segugio nell’ombra, edito da Aulino Editore nel 2026, si incastona esattamente in questo prezioso filone letterario, compiendo un’operazione di salvataggio storico ed emotivo di proporzioni vastissime. L’opera si prefigge il gravoso ma necessario compito di strappare alla polvere degli archivi e al fango della diffamazione la figura di Calogero Zucchetto, per tutti “Lillo”, Agente Scelto della Squadra Mobile di Palermo, trucidato dalla ferocia mafiosa il 14 novembre 1982 all’età di soli ventisette anni. In questa analisi, sviscereremo ogni singolo strato narrativo, sociologico e psicologico che l’autore ha sapientemente edificato, per restituire al lettore la maestosità di un sacrificio che, come ammonisce la postfazione del libro, non ammette l’ignobile categorizzazione in vittime di “serie A” e “serie B”.
I. L’inquadramento istituzionale e l’intento autoriale
L’opera si apre con una densa prefazione a firma dell’On. Antonello Cracolici, Presidente della Commissione parlamentare antimafia dell’A.R.S., la quale fornisce immediatamente la corretta chiave di lettura istituzionale. Cracolici evidenzia come la Sicilia abbia un “grande debito” verso uomini come Zucchetto, le cui intuizioni sopperirono alla cronica mancanza di strumenti investigativi efficaci di quell’epoca. L’Agente Scelto è descritto come un uomo capace di “comporre una mappa invisibile della città”, rintracciando fili e parentele che avrebbero costituito la spina dorsale del celebre rapporto “Greco Michele + 161”, redatto dal commissario Ninni Cassarà, autentica pietra angolare del futuro Maxiprocesso. Cracolici ci ricorda che fare memoria, a decenni di distanza da quegli omicidi e dalle stragi, rappresenta un vero “atto di resistenza” contro la pervasiva borghesia mafiosa. A questa introduzione istituzionale fa eco la vibrante prefazione dell’autore. Simone Di Paola dichiara apertamente il suo intento: sottrarre l’eroe alla freddezza delle statistiche per restituirlo alla narrazione umana. L’autore individua tre simboli tangibili e tragicamente reali su cui poggia l’intera architettura romanzata del testo:
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La Vespa 50: Il vero “ufficio” di Lillo, il mezzo con cui si inabissava nei quartieri più impenetrabili.
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Il rapporto dei “162”: Il pilastro giuridico costruito pezzo dopo pezzo grazie alle intuizioni del segugio.
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L’abito blu: Il dettaglio più straziante, il vestito nuziale rimasto per sempre nell’armadio, assurto a simbolo di un futuro barbaramente reciso dai Corleonesi.
L’autore chiarisce che il testo, pur essendo una libera ricostruzione romanzata nei dialoghi e nelle sfumature intime, è rigorosamente ancorato alla cruda realtà dei fatti storici, concepito non come saggio accademico, ma come atto di amore e monito perenne.
II. La geografia morale. La purezza di Sutera e il fango di Palermo
La narrazione di Di Paola si struttura su un continuo, lacerante contrasto geografico che assume immediatamente i contorni di un dualismo etico e spirituale. Da un lato vi è Sutera, il borgo natale di Lillo, descritto con toni di lirismo ancestrale. Sutera è un “presepe di pietra calcarea sospeso tra le nuvole e il grano”, dominato dalla presenza imponente e protettiva della Rocca del Monte Paolino. Qui, nel quartiere di origine araba del Rabato, il piccolo Lillo forgia la sua tempra morale. L’autore utilizza il profumo del pane cotto a legna e le mani nodose e infarinate dei vecchi contadini per simboleggiare la “liturgia dell’onestà”, una dignità rurale che non conosce la sottomissione al prepotente di turno. È da questa altezza geografica e morale che Lillo matura la sua visione assoluta della giustizia, imparando a tenere la “schiena dritta” come un fuso.
Dall’altro lato vi è Palermo, la metropoli che accoglie il giovane poliziotto e che si rivela subito come un teatro di guerra spietato. La Palermo degli anni Ottanta descritta da Di Paola è un organismo infetto, una città che annega sotto piogge torrenziali che non riescono a lavarne il marciume. L’autore non si limita a descrivere la violenza dei vicoli, ma scaglia un atto d’accusa potentissimo contro i “salotti buoni” dell’alta borghesia. In un capitolo magistrale, Di Paola descrive l’ipocrisia delle ville Liberty di via Libertà e di Villa Malfitano, dove professionisti in smoking impeccabile e signore ingioiellate sorseggiano caffè e discutono delle stragi di mafia con colpevole distacco, come se si trattasse di un fastidio estetico o di questioni tra “bestie”. Questa borghesia compiacente, complice silenziosa del mostruoso “Sacco di Palermo” che sostituiva le bellezze architettoniche con alveari grigi di cemento abusivo, è indicata come il vero “lubrificante sociale” che permetteva alla macchina corleonese di prosperare. Lillo, osservando queste maschere di perfezione oltre i cancelli dorati, avverte il peso di un isolamento totale, consapevole che il suo sacrificio sarebbe stato pianto con retorica ipocrisia proprio da chi ne ostacolava il lavoro.
III. L’estetica dell’invisibilità e il “Metodo Zucchetto”
Il nucleo investigativo e professionale del romanzo ruota attorno a quello che potremmo definire l’epica della normalità. Lillo Zucchetto non è descritto con i crismi del supereroe da film poliziesco; non possiede una mascella squadrata né ostenta occhiali scuri. La sua arma più devastante è la sua apparente ordinarietà, che gli garantisce l’arte dell’invisibilità. Dapprima deriso bonariamente dai colleghi più anziani come un “topo d’archivio” per la sua ossessione nello studiare faldoni, verbali e persino multe per divieto di sosta, Lillo comprende che la mafia è una rete di nomi ricorrenti e parentele incrociate. Ma è sulla strada che il suo genio esplode. A bordo della sua Vespa azzurra con marmitta Polini, Lillo penetra nei feudi più impermeabili di Cosa Nostra, come la Kalsa, Brancaccio e, soprattutto, Ciaculli, la roccaforte di Michele Greco.
Di Paola descrive con tensione palpabile il “pedinamento empatico” e la tecnica della “distanza elastica” praticata dal poliziotto. Lillo diventa un fantasma: finge di leggere il giornale, aspetta una fidanzata immaginaria, ascolta il silenzio innaturale dei cani da guardia per intuire la presenza di un boss. La sua prodigiosa memoria fotografica registra ogni targa, ogni cicatrice, ogni sguardo di sottomissione. Questi frammenti di verità, appuntati frettolosamente su “pizzini” improvvisati come tovaglioli unti, margini di giornale e pacchetti svuotati di sigarette MS, diventano la linfa vitale per il suo superiore, il brillante Commissario Ninni Cassarà. Insieme, l’uomo colto e carismatico e il giovane dal fiuto assoluto, scardinano il dogma dell’omertà, costruendo l’impalcatura che porterà alla più vasta retata di quegli anni.
IV. La tragedia incompiuta. Il venerdì di novembre e l’abito blu
La maestria narrativa di Simone Di Paola tocca vertici di lirismo doloroso nel racconto dell’omicidio. L’autore rifugge la mera freddezza del verbale di polizia per concentrarsi sul dramma umano, sulla giovinezza recisa. Il venerdì 14 novembre 1982 è una giornata di pioggia spietata su Palermo. Lillo, solitamente dedito unicamente al lavoro, si concede una parentesi di pura umanità: l’ultima prova del suo abito da sposo in una modesta sartoria napoletana nei pressi del Malaspina. L’autore insiste profondamente sul significato di questo gesto: in una città oppressa dalla morte, scegliere di sposarsi e sognare una famiglia è “un atto di resistenza civile”, una scommessa gioiosa contro il cancro mafioso. L’abito blu sartoriale, che cade perfettamente sul corpo esile del poliziotto solitamente abituato ai jeans, è un'”armatura di speranza” e un “vessillo di normalità”.
Tuttavia, la città oscura ha già emesso la sua sentenza inappellabile. Pino Greco “Scarpuzzedda”, il feroce killer dei Corleonesi, braccato dalle indagini e pedinato per mesi, sa che l’eliminazione dell’archivio vivente chiamato Lillo è l’unica via per salvare l’impunità della cupola. Quando Lillo posteggia la sua Vespa davanti al bar Collica in via Notarbartolo, due colpi a bruciapelo spengono per sempre il suo sorriso timido. Lillo si accascia sul manubrio in una posa di stanchezza infinita, mentre il pacco prezioso contenente l’abito blu scivola miseramente nel fango e nell’acqua della strada, macchiandosi per sempre. Il silenzio terrorizzato e omertoso che cala immediatamente tra gli avventori del bar è l’ennesima riprova di un popolo sottomesso, incapace di ribellarsi alla violenza che gli si consuma davanti agli occhi.
V. La trasfigurazione del dolore. Il blitz e la genesi del maxiprocesso
Il romanzo non si abbandona alla sola elegia funebre, ma si trasforma in una vibrante cronaca di riscatto istituzionale. La notizia della morte di Lillo colpisce la Squadra Mobile in piazza della Vittoria come una bomba invisibile. Il volto di Ninni Cassarà, un tempo rassicurante, si trasforma in una maschera di marmo di fronte allo sgomento dei suoi uomini. Entrato nell’ufficio ormai vuoto del ragazzo, tra faldoni disordinati e i cartoncini degli inviti di nozze mai spediti, Cassarà raccoglie i “pizzini” azzurri lasciati da Lillo. È in questo momento che il dolore si cristallizza in azione. La Mobile palermitana si unisce in un “giuramento di sangue” laico. Quella stessa notte, ignorando la stanchezza e lo strazio, Cassarà e Beppe Montana guidano un blitz silenzioso e letale nei santuari di Ciaculli e del Borgo Vecchio. Guidati dagli appunti postumi di Lillo, abbattono porte di ville sfarzose, scovano arsenali di kalashnikov ed eroina, e arrestano vecchi boss in pigiama di seta. Cassarà, affrontando lo sguardo carico di superbia di un capomafia, gli sbatte in faccia una fotografia di Lillo sorridente, intimandogli che è stato proprio quel ragazzo morto a catturarli e che “il vento è cambiato, per sempre”.
Il sacrificio di Zucchetto diventa il carburante morale e tecnico dell’azione giudiziaria. In una scena di profonda intensità, Cassarà consegna il “Rapporto dei 162” e i pizzini originali di Lillo al Giudice Giovanni Falcone in una stanza satura di fumo al Palazzo di Giustizia. Falcone comprende immediatamente l’enorme portata di quelle indagini fatte di polvere e coraggio, dichiarando che Lillo ha “squarciato il velo del tempio” smontando la bugia dei due mondi separati. Quelle carte disordinate diventeranno l’architrave del bunker del Maxiprocesso, mutando i silenzi del giovane poliziotto in grida di condanna per Cosa Nostra.
VI. Il ritorno alla madreterra e la prosecuzione della guerra
Il lungo viaggio del feretro verso Sutera è descritto con toni da epopea classica. Il carro funebre che risale i tornanti dell’entroterra siciliano è accolto non da omertà, ma da un dolore dignitoso e arcaico. I pastori abbandonano le greggi e i contadini spengono i trattori per rendere omaggio a un figlio che ha difeso l’onestà di tutti. L’assenza di retorica nel dolore della madre di Lillo e l’abbraccio dell’intera comunità sanciscono la definitiva elevazione di Zucchetto a martire civile. Quando Cassarà, mesi dopo, tornerà in quella casa, il suo sguardo cadrà sull’abito blu protetto dal cellophane, scatenando in lui la dolorosa consapevolezza della propria solitudine di comandante destinato a perdere i suoi soldati migliori. Ed è proprio la solitudine a prendere il sopravvento negli anni successivi. Di Paola ricostruisce l’estate di sangue del 1985, un momento in cui la mafia tenta di cancellare definitivamente l’eredità intellettuale di Lillo. La morte a Porticello di Beppe Montana, l’ufficiale innamorato del mare che aveva trasformato il metodo Zucchetto in una caccia spietata, e il successivo e feroce agguato in via Croce Rossa contro lo stesso Ninni Cassarà e il devoto agente Roberto Antiochia, testimoniano la spietata volontà dei Corleonesi di estirpare l’intera “Scuola di Palermo”. Ma, come rileva acutamente l’autore, la criminalità organizzata commette un errore fatale: credendo di piegare lo Stato eliminando i suoi uomini migliori, trasforma quegli uomini in simboli inestirpabili, in “santi laici” capaci di ispirare migliaia di nuove vocazioni.
VII. L’orizzonte contemporaneo. Stefano, Luca e la memoria attiva
La parte più innovativa e sociologicamente rilevante del romanzo di Simone Di Paola è il superamento del limite temporale e geografico della tragedia. L’autore ci trasporta nel futuro e sposta l’asse narrativo sulle rive dell’Adriatico, a Civitanova Marche. In questa città lontana dai miasmi palermitani, un parco pubblico è stato intitolato proprio a Calogero “Lillo” Zucchetto. Qui facciamo la conoscenza di Marco, un padre che passeggiando racconta al giovane figlio Stefano la storia del ragazzo sulla Vespa azzurra. Marco spiega a Stefano che il coraggio non conosce confini e che quel parco verde e rigoglioso è la risposta più potente della società al deserto di paura auspicato dalla mafia. Contemporaneamente, a Palermo, sotto il sole del tramonto in via Notarbartolo, un altro padre poliziotto racconta la medesima storia a suo figlio Luca, davanti alla lapide commemorativa. Il destino, magistralmente orchestrato dalla penna dell’autore, farà incontrare i due giovani, ormai cresciuti, nel piazzale grigio della Scuola Allievi Agenti della Polizia di Stato di Spoleto. Durante una lezione in Aula Magna, di fronte a una diapositiva che ritrae Lillo e la sua Vespa, i due ragazzi incrociano i propri destini. Scoprono di essere accomunati dalla medesima spinta etica: sono i “figli spirituali” di Zucchetto. Il ragazzo del Nord e quello del Sud trasformano il loro addestramento in una vocazione condivisa, sorreggendosi a vicenda nei momenti di stanchezza col ricordo della Vespa azzurra. Il giorno del giuramento alla Repubblica, il loro grido è una promessa di sangue e vento.
La narrazione raggiunge il suo climax operativo quando Stefano e Luca, ormai esperti ispettori della Squadra Mobile e della Sezione Catturandi, si ritrovano a operare congiuntamente a Palermo. Sventano una rete di riciclaggio e arrestano un pericoloso colletto bianco proprio a pochi isolati da via Notarbartolo. Al momento dell’arresto, il suono scoppiettante di una vecchia Vespa azzurra di passaggio suona per loro come un applauso dal passato. È la prova tangibile che il sacrificio non è stato vano: Lillo ha continuato a lottare attraverso le gambe, l’intelligenza e il coraggio di due ragazzi ispirati dal suo mito. L’epilogo del romanzo è un potente affresco di pace e continuità. Le famiglie di Stefano e Luca si ritrovano nel Parco Zucchetto a Civitanova Marche. Il piccolo Calogero (figlio di Luca) e la piccola Livia giocano spensierati sotto le querce. Alla domanda ingenua del bambino se Lillo corresse per scappare, Stefano consegna la sintesi definitiva dell’opera: “No, Calogero. Non correva per scappare. Correva per raggiungerli. Correva perché voleva che nessuno in Italia dovesse più correre per la paura”.
VIII. La postfazione. Un monito contro l’oblio e le classifiche del dolore
Il testo si conclude con una postfazione che assume i connotati di un manifesto politico, etico e civile di primaria grandezza. Simone Di Paola si rivolge direttamente alla coscienza del lettore e alle storture della storiografia ufficiale. L’autore denuncia con forza una “distinzione crudele” e cinica perpetrata dalla società: quella di dividere le vittime di mafia tra nomi eccellenti, celebrati con monumenti e discorsi istituzionali, e “invisibili”, agenti e uomini di scorta lasciati sbiadire nel colpevole oblio di pochi intimi. Di Paola tuona contro questa logica: sull’altare del sacrificio “non possono e non devono esistere gerarchie del dolore” e “non esistono morti di serie A e morti di serie B”. Il sangue versato dall’autista o dall’agente di pattuglia ha la medesima densità morale e lo stesso peso specifico di quello versato dal generale o dal grande magistrato. Ricordare il sacrificio dell’uomo semplice, che non godeva delle luci della ribalta ma operava nel silenzio ostile dei vicoli, diventa l’atto di resistenza più alto contro una mafia che si nutre proprio del vuoto della memoria.
L’invito finale dell’autore è un passaggio di testimone vibrante: la lotta non si è conclusa in via Notarbartolo. Spetta a ciascuno di noi, nelle scelte quotidiane e nel rifiuto del compromesso, mantenere vivo il ricordo. Solo preservando l’integrità di questa memoria attiva potremo essere certi che, lassù, nell’eternità dei giusti, Lillo ha finalmente saldato il suo debito col sarto napoletano e sta ballando, sereno, avvolto nel suo splendido abito blu, consapevole che la sua Vespa azzurra non smetterà mai di correre libera nel vento della nostra libertà.
Apertura critica
Un segugio nell’ombra di Simone Di Paola è un trionfo della letteratura d’impegno civile. Utilizzando una prosa materica, ricca di suggestioni olfattive (la pioggia, l’incenso, il mare, il gasolio) e una calibrata architettura temporale, l’autore riesce nel duplice intento di emozionare profondamente il lettore e di fornirgli un’analisi spietata e rigorosa della metastasi mafiosa degli anni Ottanta. Non c’è compiacimento nel dolore, ma una trasmutazione alchemica della morte in rinascita civile. Un capolavoro di scavo interiore e denuncia pubblica, una lettura imprescindibile per chiunque voglia comprendere non solo da dove veniamo, ma, soprattutto, grazie al sangue di chi possiamo ancora permetterci di camminare a testa alta.
DICHIARAZIONE DELL’AUTORE AI NOSTRI MICROFONI:
Quando Falcone e Borsellino sono stati uccisi dalla mafia, ero ancora un ragazzo e quella vicenda, così cruenta, mi ha segnato il percorso di vita, sollecitandoni a saperne di più, ad approfondire e conoscere il fenomeno in tutte le sue sfaccettature.
Ed è in questo percorso di conoscenza e di approfondimento che mi sono imbattuto nella figura di Calogero “Lillo” Zucchetto; di lui mi ha colpito il genio investigativo, la sua capacità di intuire prima degli altri che all’interno della mafia vi era una parte perdente, che voleva parlare, che voleva uscire fuori dall’ombra oscura dell’omertà e rompere il muro del silenzio, la sua grande capacità di camuffarsi, quasi come fosse un’ombra, nei quartieri ad alta densità mafiosa, osservando, ascoltando, percependo ogni minimo segnale che potesse essere utile nel suo lavoro; poi ne ho conosciuto anche il lato umano e ciò che ho scoperto mi ha suscitato emozioni altrettanto forti.
Per questo che ho voluto approfondire la sua storia e scrivere di lui della sua vita e del suo sacrificio, affinché le nuove generazioni potessero conoscere una personalità così importante, affinché la sua vita e il suo sacrificio, al pari di tanti altri martiri uccisi dalla mafia ed oggi dimenticati, non cadessero nell’oblio, provando a trasmettere, nel mio piccolo, un messaggio importante: è cioè che non esistono morti di serie A e morti di serie B, ma che Chiunque abbia combattuto e sia caduto in questa lotta contro la mafia va ricordato e va onorato come merita.
Le parole di Di Paola suggellano l’essenza dell’opera: un inno all’uguaglianza della memoria. Trasformando il trauma delle stragi nel motore del proprio impegno, l’autore eleva Lillo Zucchetto a simbolo di un’antimafia silenziosa. Il messaggio è un monito potente: il sacrificio per la giustizia non ammette gerarchie. Ricordare gli “invisibili” è l’unico modo per onorare lo Stato, ribadendo con forza che non esistono caduti di serie B.
Malerba 12 anni dopo. Una lettura talmente contro da essere per