Nel corso di un’inchiesta per la prima rete televisiva francese sul tema “Il ruolo dei giovani nei possibili cambiamenti nei paesi del blocco orientale”, ho conosciuto à Berlino la giornalista Jacqueline Dubois. Sono stato molto interessato al suo progetto, al quale ho cercato di contribuire dietro le quinte, ma ancora più affascinato dalla sua storia e dalla sua personalità.
Jacqueline Dubois, grande esperta di Cina della televisione francese, dove parlava con un accento inimitabile, era in realtà nata Galia Gourevitch a Mosca. Suo padre, ormai molto anziano, era stato un compagno di Lenin e le sue convinzioni marxiste-leniniste non erano mai state scalfite. Durante il terrore stalinista, sua moglie, le cui condizioni di salute erano disperate ma che aveva conservato tutta la sua lucidità, gli aveva fatto promettere di lasciare il paese con i figli ancora molto piccoli.
La famiglia si era trasferita in Cina dopo una serie di avventure raccontate da Jacqueline Dubois nel libro Le Petit Octobre (Il Piccolo Ottobre). È a T’ien-tsin – dove la vita, diceva, era brillante e facile – che Galia aveva tanto amato e dove aveva incontrato il suo futuro marito, un avvocato francese, che aveva potuto essere una testimone privilegiata della rivoluzione maoista. Era rimasta segnata per sempre da quegli eventi che vivevano ancora in lei e il suo tema preferito era che le rivoluzioni erano sempre pure all’inizio, come le ripeteva suo padre. A T’ien-tsin, i giovani soldati di Mao, provenienti dalla miseria e dal mondo rurale, che dormivano nei giardini delle più belle proprietà delle concessioni, la trattavano con rispetto e si alzavano al suo passaggio, come in un film(…)
Jacqueline Dubois si lasciò coinvolgere dal suo reportage, e anch’io, dietro le quinte, scoprendo una realtà insospettabile e che ancora oggi è difficile immaginare; si recò più volte a Berlino Est con grande audacia, soprattutto per l’epoca. Durante le riprese con la sua troupe al monumento militare sovietico di Treptow, un giorno incontrò un’unità dell’Armata Rossa che riuscì a far sfilare più volte per le esigenze del suo cameraman. Aveva infatti apostrofato nella sua lingua – che era la stessa della sua – l’ufficiale comandante dell’unità chiedendogli da dove venisse. Per un incredibile caso, lui era nato nella sua stessa strada a Mosca e da quel momento tutto era diventato possibile (…)