Il bacillo che non muore mai
C’è un ammonimento immortale che chiude La Peste di Albert Camus, un monito che la civiltà occidentale ha deciso colpevolmente di derubricare a mera letteratura, dimenticandone la valenza di cruda profezia politica: «Il bacillo della peste non muore né scompare mai, può restare per decenni addormentato nei mobili e nella biancheria, aspetta pazientemente nelle camere, nelle cantine, nelle valigie, nei fazzoletti e nelle scartoffie, e forse verrebbe il giorno in cui, per sventura e insegnamento agli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi topi per mandarli a morire in una città felice». Dopo aver studiato a fondo, assimilato e fatto visceramente mie le analisi, le inchieste e le disamine di Tonia Mastrobuoni – di cui condivido senza la minima riserva ogni singola virgola, ogni preoccupazione, ogni urgenza narrativa – appare drammaticamente chiaro che in Germania i topi hanno ricominciato a correre. E non corrono più nelle fogne della Storia, ma alla luce del sole, nei campi coltivati, nelle piazze, nei parlamenti regionali, nei tribunali, fino a lambire le stanze dei bottoni del Bundestag. L’urgenza di questo saggio nasce dalla consapevolezza che il lavoro di Mastrobuoni non è un semplice reportage giornalistico, ma una vera e propria autopsia del nostro presente. La tesi centrale, che faccio orgogliosamente mia in questa sede, è che l’Europa sta subendo una metamorfosi regressiva di proporzioni inaudite, e la Germania, cuore pulsante ed economico del continente, nonché terra che più di ogni altra aveva fatto dell’elaborazione della colpa (Vergangenheitsbewältigung) una religione civile, rappresenta il laboratorio avanzato di questa mutazione. Il titolo di questa riflessione, Prevedere il passato, non è un ossimoro, ma l’unico imperativo categorico rimasto a chi ha a cuore la tenuta democratica. Non dobbiamo sforzarci di immaginare un futuro distopico da fantascienza; dobbiamo riconoscere i pattern, le parole, i gesti e le strategie di un passato oscurantista che si sta riorganizzando per riprendersi il futuro.
L’inganno pastorale e l’insidia Völkisch
Il merito più grande dell’inchiesta di Mastrobuoni, che abbraccio totalmente, è aver squarciato il velo di ipocrisia e di cecità su un fenomeno che l’establishment politico ha sottovalutato per troppo tempo: il ritorno del movimento völkisch. Per decenni abbiamo associato l’estremismo di destra al teppismo da stadio, ai Glatzen (teste rasate) degli anni ’90 a Rostock o a Hoyerswerda, a una violenza urbana, estetica, sguaiata. La peste di oggi, invece, ha un volto rassicurante, bucolico, persino ecologista. Nelle campagne della Pomerania, della Sassonia, dell’Assia e della Baviera, si sono insediate migliaia di famiglie che praticano un ritorno alla terra che non ha nulla a che vedere con il progressismo verde, ma affonda le sue radici marce nell’ideologia del Blut und Boden, il sangue e il suolo. È la normalizzazione del male attraverso il mito della purezza. Questi “coloni di destra” (völkische Siedler) praticano l’agricoltura biologica, rifiutano i pesticidi, difendono l’artigianato locale, ma parallelamente rifiutano lo Stato liberale, la democrazia costituzionale e, soprattutto, l’eterogeneità etnica. Condivido con l’autrice il terrore per ciò che avviene nelle loro fattorie isolate: qui, intere generazioni di bambini vengono sottratte all’educazione civica e democratica. Vengono cresciuti nell’odio per la Repubblica, istruiti in campi estivi gestiti da paramilitari o da vecchi arnesi del neonazismo, educati al mito dell’Arianesimo e della gerarchia biologica tra esseri umani. Si travestono da artigiani, da ostetriche, da maestri di pedagogia Waldorf alternativa, tessendo una tela che infiltra il tessuto sociale delle piccole comunità. Quando lo Stato si accorge della loro presenza, è spesso troppo tardi: sono diventati i pompieri volontari del villaggio, gli animatori sociali, le figure di riferimento. Hanno sostituito le istituzioni latitanti, creando feudi in cui la Costituzione tedesca è di fatto sospesa.
L’Egemonia culturale e il laboratorio di Schnellroda
Questa peste, tuttavia, non sarebbe così pericolosa se fosse rimasta confinata nelle campagne. Il capolavoro strategico della Nuova Destra tedesca, puntualmente decostruito da Mastrobuoni, è l’aver compreso la lezione di Antonio Gramsci ribaltandola: la conquista del potere politico deve essere preceduta dalla conquista dell’egemonia culturale. E qui il mio pensiero si salda a doppio filo con le denunce dell’autrice. Il vero motore intellettuale di questa eversione si trova nel maniero di Schnellroda, dove Götz Kubitschek, l’oscuro ideologo dell’estrema destra, ha fondato l’Istituto per la Politica di Stato (IfS). Kubitschek non veste uniformi brune; veste in tweed, cita i filosofi conservatori della Repubblica di Weimar (come Carl Schmitt e Arthur Moeller van den Bruck), e lavora metodicamente a quello che i francesi chiamano “metapolitica”. L’obiettivo, spaventosamente vicino al suo compimento, è spostare la Finestra di Overton: rendere dicibile l’indicibile. Attraverso case editrici, riviste intellettuali e think-tank, Kubitschek e i suoi accoliti hanno fornito un vocabolario colto al razzismo da osteria. Hanno sdoganato termini come “sostituzione etnica” (Großer Austausch), hanno riabilitato il concetto di identità etnica e hanno delegittimato sistematicamente la stampa libera, bollata come Lügenpresse (stampa bugiarda, termine tristemente in voga negli anni ’30). La riflessione che scaturisce dalle inchieste di Mastrobuoni, e che mi trova concorde fino allo spasimo, è che abbiamo colpevolmente deriso questi intellettuali, considerandoli dei folli marginali, senza capire che stavano fornendo le munizioni ideologiche per l’assalto alle istituzioni democratiche.

Alternative für Deutschland come braccio armato politico
Tutto questo humus culturale ed eversivo ha trovato il suo vettore perfetto, il suo cavallo di Troia parlamentare: il partito Alternative für Deutschland (AfD). Ripercorrendo le analisi dell’autrice, è affascinante e al contempo terrificante osservare la mutazione genetica di questo partito. Nato nel 2013 come un raggruppamento di professori di economia euroscettici, contrari ai salvataggi della Grecia, l’AfD ha subìto una darwiniana selezione al contrario: ogni leader moderato è stato fagocitato e sputato dall’ala più radicale, in un crescendo di estremismo. Da Bernd Lucke a Frauke Petry, fino alla leadership bicefala odierna che deve costantemente scendere a patti con l’ala dichiaratamente fascista del partito, un tempo riunita formalmente sotto l’etichetta Der Flügel (L’Ala). Ed è qui che emerge la figura più inquietante del panorama politico europeo, quel Björn Höcke che Mastrobuoni ha saputo raccontare in tutta la sua pericolosità. Höcke, ex insegnante di storia, è l’uomo che ha osato definire il Memoriale dell’Olocausto a Berlino un “monumento della vergogna”, auspicando una “svolta di 180 gradi nella politica della memoria” tedesca. Condivido appieno il senso di sconcerto e di rabbia dell’autrice di fronte alla normalizzazione di un personaggio simile. Höcke non è un gaffeur; le sue parole sono calibrate al millimetro, studiate per provocare, scioccare e poi stabilizzare un nuovo livello di brutalità nel discorso pubblico. Quando Höcke utilizza termini nazionalsocialisti, non lo fa per ignoranza, ma per una precisa strategia di riabilitazione del linguaggio del Terzo Reich. L’AfD è diventata il crocevia dove il neonazismo rurale dei Völkisch, il suprematismo intellettuale di Schnellroda e la frustrazione economica convergono in un’unica offerta politica formidabile. Il fatto che l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione (i servizi segreti interni tedeschi, BfV) classifichi sezioni dell’AfD, e le sue giovanili (Junge Alternative), come “sospetti casi di estremismo di destra” o “estremisti accertati”, non è più sufficiente a fermarne l’avanzata elettorale.
Il crollo dell’est e il fallimento del cordone sanitario
Un altro punto cruciale su cui la mia riflessione si allinea perfettamente alle indagini di Tonia Mastrobuoni è l’analisi geopolitica e psicologica di ciò che sta accadendo nei Länder dell’Est, l’ex Germania Orientale. È in Turingia, Sassonia, Sassonia-Anhalt, Meclemburgo-Pomerania Anteriore e Brandeburgo che l’AfD raggiunge percentuali bulgare, superando stabilmente il 30%. Perché? L’autrice lo spiega magistralmente, e io non posso che amplificare questo concetto: l’Est è una terra di traumi non elaborati. Alla dittatura nazista è seguita la dittatura comunista della DDR, e a quest’ultima è seguita la brutale transizione al capitalismo orchestrata dalla Treuhandanstalt, che ha liquidato o svenduto l’industria di Stato orientale, spogliando milioni di cittadini della loro dignità lavorativa e identitaria. L’AfD prospera su questo risentimento storico, proponendosi subdolamente come il nuovo difensore dei “veri tedeschi” contro l’élite di Berlino e i migranti. In questo contesto, l’AfD ha di fatto sostituito la Die Linke come partito di protesta anti-sistema. Ma la responsabilità – ed è una constatazione amara che faccio mia – ricade anche sui partiti tradizionali, in primis sulla CDU (l’Unione Cristiano-Democratica). Il cosiddetto Brandmauer, il “cordone sanitario” o muro di fuoco che i partiti democratici avevano giurato di mantenere contro l’estrema destra, sta scricchiolando paurosamente. A livello comunale e provinciale, la collaborazione sotterranea o palese con l’AfD è già una realtà. E come la storia ci insegna, il momento in cui la destra conservatrice tradizionale pensa di poter “addomesticare” o usare l’estrema destra per governare, è il momento in cui la democrazia firma la sua condanna a morte. Franz von Papen pensava di poter controllare Hitler nel 1933; oggi, gli eredi di Adenauer rischiano di commettere, con fattezze diverse, un errore di presunzione fatale.
Complottismo, Querdenker e il terrorismo dei Reichsbürger
C’è un ultimo, terrificante anello in questa catena del contagio che le inchieste citate svelano in tutta la sua drammaticità: il passaggio dall’azione politica all’eversione armata. Mastrobuoni ha documentato con precisione chirurgica il fenomeno dei Reichsbürger (i Cittadini del Reich), individui che non riconoscono la legittimità della Repubblica Federale Tedesca, considerandola un’entità corporativa illegittima imposta dagli Alleati. Quelli che per anni sono stati derisi come folli stravaganti che stampavano patenti e passaporti finti dell’Impero Prussiano, si sono rivelati un esercito ombra. Il tentato colpo di Stato sventato recentemente, guidato dal delirante Principe Enrico XIII di Reuss insieme a ex militari delle forze speciali (KSK), magistrati ed esponenti dell’AfD, è la prova provata che la peste è pronta a versare sangue. A fare da acceleratore a questo brodo primordiale di eversione è stata la pandemia di Covid-19. Il movimento dei Querdenker (i pensatori laterali, i negazionisti del virus), che scendevano in piazza contro le restrizioni sanitarie, è stato il bacino di reclutamento perfetto per la destra eversiva. In quelle piazze si sono fusi in un abbraccio mortale le paure della classe media, le teorie del complotto alla QAnon, l’antisemitismo viscerale (palesatosi con le abominevoli stelle di David gialle con su scritto “non vaccinato”) e l’odio per lo Stato. L’AfD, ancora una volta, ha surfato su questa follia, soffiando sul fuoco della polarizzazione sociale.
La responsabilità di ascoltare l’allarme
Scrivere questa pseudo-recensione, ripercorrendo le orme intellettuali e le inchieste sul campo di Tonia Mastrobuoni, non è un esercizio di stile, ma un atto di resistenza civile. Condivido totalmente l’ansia, la determinazione e la necessità di denuncia dell’autrice, perché leggere il suo libro o ascoltare i suoi interventi significa scendere nelle catacombe del nostro continente e vedere da vicino i mostri che si stanno preparando a uscire. Quello che accade in Germania non resterà confinato in Germania. Se cede la principale economia europea, se cede il Paese che ha fatto del “Mai più” (Nie wieder) la sua ragion d’essere, l’intero castello europeo è destinato a collassare. La retorica del “prima i nostri”, la demonizzazione delle minoranze, lo smantellamento dei contrappesi costituzionali, la riscrittura della storia per riabilitare il fascismo: sono tutti virus della stessa peste che lambisce anche le nostre coste e le nostre piazze, Italia compresa. Prevedere il passato significa smettere di sperare in un radioso futuro automatico. Significa sporcarsi le mani nella comprensione delle dinamiche sociali, combattere palmo a palmo per l’egemonia culturale, presidiare i territori abbandonati dallo Stato, difendere le scuole dall’oscurantismo, e non cedere di un millimetro di fronte alla normalizzazione dell’intolleranza. Domani, nella Sala Caduti di Nassirya del Senato, le parole di Tonia Mastrobuoni, di Mario Monti e di Nathalie Tocci non saranno solo la presentazione di un libro brillante, ma un consiglio di guerra in difesa della democrazia europea. La storia, a dispetto di quanto pensano gli ottimisti miopi, non è un binario dritto verso il progresso; è una foresta buia. E come insegna Mastrobuoni, là fuori ci sono persone che lavorano metodicamente, 24 ore su 24, per riportarci in quell’oscurità, costruendo consenso, sradicando i diritti e sognando la notte della ragione. Noi non possiamo permetterci il lusso dell’indifferenza. Dobbiamo imparare a riconoscere la peste sotto la maschera dell’agricoltura biologica, sotto la giacca e la cravatta dei parlamentari neofascisti, nei meandri dei social media e nei silenzi colpevoli delle piazze borghesi. Solo guardando in faccia questo passato che ritorna, avremo una flebile, preziosissima speranza di salvare il nostro futuro.
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Non si tratterà di un monologo accademico, ma di una polifonia di voci autorevoli chiamate a dissezionare questa “peste” contemporanea in un momento in cui l’Europa trattiene il fiato. L’iniziativa, nata su forte impulso del Sen. Enrico Borghi(Vicepresidente di Italia Viva e Presidente dell’Institute of European Democrats), ci offre un panel di relatori eccezionale per decodificare il pericolo:
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Tonia Mastrobuoni, la cui coraggiosa inchiesta sul campo (La Peste, Feltrinelli) ci fornisce gli anticorpi necessari contro la disinformazione;
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Sen. Mario Monti, Senatore a vita, la cui immensa lucidità sulle dinamiche strutturali dell’Unione Europea è imprescindibile per capire cosa rischiamo se la Germania cede all’estremismo;
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Dott.ssa Nathalie Tocci, Direttrice dello IAI (Istituto Affari Internazionali), che inquadrerà il contagio della destra radicale nel più ampio e volatile scacchiere geopolitico globale.
A tenere le fila di questo indispensabile dibattito sarà la precisione e l’esperienza della giornalista de La Repubblica, Giovanna Vitale.
Perché vi sto chiedendo di non mancare? Perché il tempo di voltarsi dall’altra parte è scaduto. Discutere di questi temi all’interno delle istituzioni significa accendere un faro potentissimo contro l’oscurità che avanza. Ascoltare domani queste testimonianze servirà a dotarci di quegli strumenti critici che ci permettono, per l’appunto, di “prevedere il passato” prima che esso travolga il nostro futuro. Sarà l’occasione per guardare in faccia la minaccia e per capire come arginarla prima che il cordone sanitario democratico collassi del tutto.
