«Filius non portabit iniquitatem patris, et pater non portabit iniquitatem filii» (Ezechiele 18,20) «Qui sine peccato est vestrum, primus in illam lapidem mittat» (Giovanni 8,7)
Nel vasto e troppo spesso impietoso teatro dell’opinione pubblica contemporanea, assistiamo, con cadenza ormai allarmante, a un rigurgito di ataviche pulsioni che credevamo definitivamente sepolte sotto le gloriose macerie della storia del diritto e del pensiero politico. La discesa in campo di Ida Cuffaro — giovane professionista e nipote dell’ex Presidente della Regione Siciliana Salvatore Cuffaro — come candidata alla carica di Sindaco nel comune di Raffadali, ha squarciato il velo dell’ipocrisia nazionale. Ha riaperto una voragine etica attorno a un interrogativo antico quanto l’uomo, declinato questa volta nella spietata arena elettorale: le colpe, le ombre o semplicemente le eredità ingombranti dei padri e degli zii debbono, in forza di un oscuro determinismo genetico, annichilire il libero arbitrio dei figli e dei nipoti?
Per tentare una disamina che rifugga dalle urla scomposte delle piazze virtuali, occorre compiere un passo indietro e immergersi nell’abisso della nostra matrice culturale. Dinanzi all’accanimento contro questa giovane donna, accusata dal tribunale degli sguardi di una presunta “appropriazione indebita di consenso popolare” unicamente per via del suo cognome, torna alla mente il monito di Alessandro Manzoni. Nella sua Storia della Colonna Infame, il grande lombardo scolpì parole definitive sul furore giustizialista: «L’opinione d’una folla, quando è furiosa, è una forza cieca che distrugge al buio, e non vede gli ostacoli se non quando vi urta contro per infrangersi». La nostra società odierna somiglia drammaticamente a quella folla manzoniana: sbraita, giudica e condanna in virtù di un albero genealogico, ignorando la sacralità e l’autonomia della persona.
La doppia morale e le dinastie “intoccabili”
Ma vi è un livello ulteriore di analisi che disvela il gretto provincialismo e il farisaismo dei detrattori di Ida Cuffaro. Se volgiamo lo sguardo all’agone politico e istituzionale, l’indignazione a targhe alterne si palesa in tutta la sua grottesca e insopportabile nudità. La storia repubblicana, da Nord a Sud, è costellata di figure, appartenenti a qualsivoglia schieramento politico, che hanno ereditato un immenso “capitale politico” o morale dai propri padri, senza che alcuno osasse mai accusarli di lesa maestà democratica.
Pensiamo alla nobilissima stirpe dei Mattarella: da Bernardo, padre costituente della Democrazia Cristiana, al martire Piersanti, fino all’attuale Capo dello Stato. Pensiamo alla famiglia Berlinguer, con Enrico faro del PCI e i suoi discendenti assurti a ruoli ministeriali o mediatici. E ancora, scorrendo lo spettro politico: i Segni (Antonio Presidente della Repubblica e il figlio Mariotto leader referendario), i Craxi, fino alla contemporanea dinastia dei La Russa a destra, o dei De Mita al centro.
Per queste figure, l’intellighenzia e l’opinione pubblica parlano, giustamente e con toni elegiaci, di “tradizione familiare”, di “impegno civico respirato tra le mura domestiche”, riconoscendo a ciascuno di essi il diritto di essere giudicato per le proprie azioni. Eppure, a latitudini diverse, in nome di quale perversa ermeneutica del diritto e della politica il cognome di Ida Cuffaro a Raffadali dovrebbe trasformarsi in un marchio d’infamia inestinguibile? La verità, cruda e amara, ce la ricorda il grande politologo Gaetano Mosca, il quale avvertiva che le élite tendono sempre a giustificare se stesse e a delegittimare chi non appartiene alla loro consorteria: «Tutte le classi politiche tendono a far credere che il loro potere riposi su basi razionali e morali», mascherando di etica quella che è pura lotta per l’egemonia.
I “Politici di professione” e la pietra dello scandalo
Giungiamo così al paradosso supremo. Chi si straccia le vesti per la candidatura della giovane Cuffaro, gridando allo scandalo del “feudo elettorale”, dimentica troppo spesso chi siede da decenni sugli scranni del potere reale. Chi è senza peccato, scagli la prima pietra.
Osserviamo i nostri Consigli Comunali, le giunte provinciali, i Consigli Regionali e il Parlamento stesso. Le aule pullulano di “politici di professione”. Gente candidata sei, sette, otto volte per lo stesso identico ruolo, aggrappata alla poltrona come un naufrago a un relitto. Individui che hanno trasformato il cursus honorum in un eterno vitalizio, costruendo fortini inespugnabili basati sulla pura rendita di posizione, sull’inerzia dei partiti o su reti clientelari stratificate. Che differenza c’è, ontologicamente, tra costoro e Ida Cuffaro?
La differenza è abissale. I ras di provincia vivono di conservazione parassitaria, blindati nelle liste bloccate. Ida Cuffaro, al contrario, si spoglia di ogni rete di sicurezza e compie l’atto più democratico e rischioso che esista: si mette in gioco per la carica di Sindaco, offrendosi al giudizio diretto e inappellabile dei cittadini di Raffadali, in quella cabina elettorale dove nessuna costrizione può vincere il segreto della matita. Come ammoniva Cesare Beccaria in Dei delitti e delle pene: «Non vi è libertà ogni qual volta le leggi permettono che l’uomo cessi di essere persona e diventi cosa». Ridurre Ida Cuffaro a mero strumento di “appropriazione indebita” della storia dello zio significa reificarla, negarle lo statuto di cittadina libera e pensante.
Dobbiamo ricordarci, con Benedetto Croce, che «la storia è storia della libertà». Questo principio diventa dirimente se lo applichiamo al nostro Meridione. Leonardo Sciascia avvertiva con lucidità chirurgica: «La famiglia è l’unico istituto veramente vitale nella società siciliana… fino a diventare Stato nello Stato». La sfida di un giovane del Sud è proprio dimostrare di poter varcare i confini della famiglia per servire lo Stato e la collettività universale.
Il trionfo dell’individuo sul dogma delle origini
Per comprendere appieno quanto sia barbaro il pregiudizio genetico, dobbiamo volgere lo sguardo a chi, in contesti ben più tragici e sanguinosi della dialettica politica, ha dimostrato che il sangue non è destino. Se noi oggi accettassimo il principio perverso secondo cui Ida è “ostaggio” del cognome Cuffaro, finiremmo per delegittimare i più fulgidi esempi di redenzione della nostra storia.
Come potremmo applaudire Peppino Impastato, nato nelle viscere stesse di Cosa Nostra? Peppino incarnò il monito di Antonio Gramsci, che insegnava come «l’uomo è soprattutto spirito, cioè creazione storica, e non natura», invitandoci a distruggere «il pregiudizio che l’uomo sia un prodotto meccanico del suo ambiente». Pensiamo al coraggio sordo e lancinante di Rita Atria e Piera Aiello, nate in famiglie di boss e divenute eroine dell’antimafia affidandosi allo Stato. Proprio Paolo Borsellino aveva profetizzato: «Se la gioventù le negherà il consenso, anche l’onnipotente mafia svanirà come un incubo». E come non chinare il capo dinanzi a Denise Cosco, figlia di Lea Garofalo, che ha mandato all’ergastolo il proprio padre boss? In lei si inverano le parole di Giovanni Falcone: «La mafia non è affatto invincibile; è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine». A questi giovani, così come a chiunque decida di scrivere la propria storia autonomamente (sia in magistratura che in politica), si applica l’esortazione di Italo Calvino ne Le città invisibili: «L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà… Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo è accettare l’inferno… Il secondo esige apprendimento continuo: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».
Ida Cuffaro ha il sacrosanto e inviolabile diritto di dimostrare alla sua comunità di non essere “inferno”, di avere un programma, una visione, una competenza propria. Se i guardiani della morale le rinfacciassero perennemente il cognome, darebbero tragicamente ragione a Corrado Alvaro, che ci metteva in guardia dal cinismo sociale: «La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere rettamente sia inutile». E qui risiede l’essenza stessa della nostra architettura costituzionale. Come amava ripetere Piero Calamandrei, la Repubblica vive solo se animata dal coraggio dei singoli: «La Costituzione non è una macchina che va da sé… perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci l’impegno, lo spirito». Sottoporsi al vaglio del voto popolare in una piccola comunità, affrontando a viso aperto pregiudizi e attacchi pretestuosi, significa mettere quel combustibile nel motore della democrazia. A chi oggi punta il dito, ergendosi a inappellabile giudice genealogico dai salotti televisivi, rispondo con Norberto Bobbio: «I diritti dell’uomo sono nati in certe circostanze, contrassegnate da lotte in difesa di nuove libertà contro vecchi poteri». La libertà di autodeterminarsi politicamente, sfuggendo al marchio del patriarcato o dello ziotaggio genetico, è l’apice della democrazia. Saranno i cittadini di Raffadali, e solo loro, a pesare il suo valore. Perché nessuna colpa è genetica, nessun consenso è ereditario, e in democrazia l’unico vero sovrano non è il cognome, ma la Croce tracciata liberamente su una scheda elettorale.
P.S. Sine Ira et Studio
Come postilla doverosa a queste mie riflessioni, ritengo irrinunciabile, per quel sacro vincolo di onestà intellettuale e trasparenza che deve sempre legare chi scrive a chi legge, palesare in modo cristallino le mie personali coordinate di partenza. Chi redige queste righe ha ricoperto, con orgoglio, passione e militanza, il ruolo di Segretario cittadino del Partito Democratico nella vicina Santa Elisabetta. Una provenienza e una formazione politica, dunque, che mi collocano organicamente agli antipodi – per storia, per cultura, per prassi e per visione della res publica – rispetto all’universo della attuale Democrazia Cristiana e all’orizzonte ideologico di cui la famiglia Cuffaro è storicamente portatrice. Tra il mio percorso e il loro si frappone una palese distanza assiologica. Eppure, è proprio in virtù di questa incolmabile lontananza politica che ho avvertito l’urgenza morale di intervenire. Il grande storico Tacito, in apertura dei suoi Annales, ci ha consegnato un imperativo metodologico ed etico a cui ogni mente libera dovrebbe votarsi: analizzare le vicende umane sine ira et studio, senza rancore e senza partigianeria. Se il campo progressista e democratico, a cui sento di appartenere, cedesse alla lusinga avvelenata di attaccare un’avversaria – perché Ida Cuffaro, a Raffadali, rappresenta a tutti gli effetti un’avversaria politica – brandendo come arma contundente il suo certificato di nascita e il suo albero genealogico, anziché smontarne eventualmente, se necessario, punto per punto il programma amministrativo, firmerebbe la propria definitiva bancarotta culturale. La nobile dialettica democratica si nutre dello scontro, anche aspro e radicale, sulle visioni, sulle alleanze, sulle ricette per lo sviluppo di un territorio complesso come il nostro. Ma nel preciso istante in cui l’argomentazione politica abdica ai temi per degradare in attacco genetico, la democrazia cessa di esistere e degenera in scontro tribale.
Che la dottoressa Cuffaro la si contrasti, duramente e lealmente, nell’agone elettorale. Che il PD e le forze alternative la sconfiggano nelle urne, proponendo argomenti più solidi, candidati più convincenti e un’idea di Raffadali più luminosa. Che le si contestino le scelte urbanistiche, le politiche sociali, le declinazioni del bilancio comunale. Ma guai a noi se, assuefatti alla pigrizia del pregiudizio e ammantati da una presunta (e farisaica) superiorità morale, dimenticassimo che il rispetto per l’individuo e per il suo inviolabile libero arbitrio è la precondizione, la condicio sine qua non, di ogni civiltà politica. Essere fieri avversari significa sfidarsi a viso aperto guardando al futuro di una comunità, non lapidarsi reciprocamente usando come pietre le ombre di un passato che non appartiene a chi oggi, legittimamente, chiede la fiducia dei propri concittadini.