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Dal nomos all’anomia, ovvero dai costumi di gruppo alla disgregazione sociale

Dalla legge sacra delle civiltà tradizionali all’anomia moderna: una riflessione sul crollo delle norme condivise e sulla fragilità dell’ordine sociale.

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L’ordinamento giuridico di Sparta era basato su un ordinamento sociale, politico e militare attribuito al legislatore Licurgo, una figura mitico-leggendaria al pari di Romolo. Il codice era noto come Grande Rhetra, un insieme di norme dettate dall’oracolo di Delfi, il prestigioso luogo di culto panellenico, consacrato ad Apollo Delfico, dio della luce e della profezia. Il tempio sorgeva sul monte Parnaso, considerato l’Omphalos, l’ombelico del mondo dove il cielo incontra la terra.

Molti popoli dell’antichità avevano norme ritenute di origine divina. Gli Etruschi ebbero come mentore Tagete, il fanciullo divino, nato dalla terra, in possesso della saggezza di un vegliardo, un puer senex che unisce creatività e assetto immutabile, il quale rivelò i fondamenti dell’Etrusca Disciplina ai lucumoni, i magistrati supremi. Era questo un sistema di norme religiose, divinatorie come quelle per la consacrazione di città e templi o dottrine sul viaggio dell’anima dopo la morte. Presso i babilonesi, Hammurabi ricevette le leggi da Shamash, dio del sole e della giustizia; la dea Inanna conferì il potere di governare ai sovrani dei Sumeri consegnando i ME, decreti ed essenze divine che garantivano l’ordine dell’universo, fondamento di ogni civiltà. Numa Pompilio si unì alla ninfa delle fonti Egeria tramite un matrimonio mistico, unione sacra tra la dimensione umana e quella divina. La divinità, in un bosco sacro, illustrò al re di Roma le ritualità, illuminandolo sulla dimensione del sacro.

Ogni civiltà ai propri albori ha avuto una rivelazione riguardante la legge divina, delle peculiari tavole della legge. Un’ulteriore evoluzione avviene quando la norma, in un primo tempo imposta dall’altro, in un secondo momento viene interiorizzata dall’individuo che trasforma la legge, da obbligo, a spinta interiore facendola propria. Nel cristianesimo questo passaggio è rappresentato dalla fase dell’illuminazione dello Spirito Santo.

Tornando alle leggi di Sparta, molti autori hanno trattato delle consuetudini della città e fra questi Plutarco, Aristotele, Erodoto, Tucidide. Apprendiamo che lo spartiate si riteneva libero proprio perché sottomesso solo alla legge ritenuta frutto di un ordine cosmico. Infatti il concetto spartano di libertà era intrinsecamente legato alla sottomissione totale e volontaria alla legge e alle istituzioni della polis. Erodoto descrive la libertà spartana come il privilegio di non avere un padrone umano, bensì solo la legge come “padrone” e questa consapevolezza era ritenuta la massima espressione di virtù. La libertà era intesa come autodisciplina collettiva.

Sappiamo che il mondo islamico ha radici culturali del tutto diverse da quelle dell’antica Sparta che potrebbero apparire diametralmente opposte. Anche per ogni musulmano però la libertà è intesa non come assenza di vincoli, ma come sottomissione volontaria (islam) a Dio, considerata un atto di liberazione dal desiderio e dalla voluttà. Ogni fedele trova la vera libertà nella sottomissione al codice morale che è la legge del Corano. Il termine Islam significa sottomissione, consegna di sé a Dio. Analogamente a tutto il mondo tradizionale la libertà nell’Islam è vissuta attraverso l’adesione ad un ordine superiore dove il fedele trova il senso dell’esistenza che risiede nell’obbedienza a un’autorità divina.

Sappiamo che anche alcuni nativi americani, gli Yanomami, popolo che vive nel folto della foresta amazzonica, si sottomettono volontariamente ad un ordine superiore cosmico che molti osservatori occidentali hanno scambiato per una visione ecologica in modo riduttivo. Davi Kopenawa, uno sciamano di questo popolo, nel suo libro “La caduta del cielo”, scrive: “Se gli spiriti che sostengono il cielo smetteranno di farlo, provocando la caduta del cielo sulla terra… il suo enorme peso ci schiaccerà brutalmente tutti”. Più che un discorso puramente ecologico, percepiamo molto di più. È l’intuizione che se venisse alterato l’ordine cosmico e trasgredita la legge universale, subentrerebbe il caos spirituale oltre che materiale.

Anche i nativi del Nordamerica hanno una concezione analoga e ce ne ha parlato Alce Nero, lo sciamano del popolo Sioux Oglala, nel libro intervista “Alce Nero parla” a cura del poeta John Neihardt. Il saggio sioux racconta la visione spirituale del suo popolo in cui la “legge cosmica” è basata sull’unità di tutte le cose. Lo sciamano Oglala spiega la sua visione dell’armonia cosmica in cui esiste una profonda connessione tra il mondo materiale e quello spirituale. Tutto ciò che vive, umani, animali, piante, sarebbe in comunione col tutto condividendo lo stesso Spirito. In questa cultura non è concepita una separazione netta tra l’uomo e la creazione.

In ogni civiltà tradizionale la sottomissione è intesa come rispetto delle leggi sacre e degli usi della propria terra. In quasi tutte le tradizioni religiose e filosofiche, il concetto di Dio è associato ad una legge universale, un ordine cosmico che è un ordine morale e naturale. Nell’induismo è il Dharma che è anche dovere etico. Anche nel Taoismo il Tao o Dao è il principio che attraversa ogni cosa e che governa l’universo. Lo stoicismo identificava Dio con il Logos, la ragione universale. I Greci concepivano con l’armonia un equilibrio tra forze opposte che trasformerebbe il caos in cosmos, armonia che significa connessione e legame di elementi contrari. Ricordiamo che la dea Armonia era figlia di Ares e di Afrodite. I Greci concepivano un ordine cosmico che trasgredire sarebbe stato peccato di hybris.

Ma ogni norma che sia etica o sociale viene oscurata e perde efficacia nei periodi di mutamenti sociali o di cruente svolte storiche. È un fenomeno inquietante che ha studiato il sociologo ed antropologo Émile Durkheim nella seconda metà del XIX secolo, il quale ha denominato questo fenomeno anomia che significa appunto senza nomos, assenza di norme. È un disorientamento sociale che può fare la sua comparsa nei momenti di sfaldamento dell’ordinamento sociale a causa dello smarrimento collettivo. L’anomia può essere causa di comportamenti devianti e cagione di maggiore difficoltà nelle relazioni interpersonali.

Durkheim presume che la natura innata dell’uomo abbia tendenze distruttive e al contrario di Rousseau è dell’opinione che l’ordine sociale non è naturale ma presuppone l’esistenza di un fattore esterno che lo imponga e mantenga attraverso norme e tradizioni che modellano gli individui. Il fenomeno della mancanza di determinate norme può provocare tra i membri del corpo sociale episodi di violenza gratuita, perdita di identità e smarrimento, una maggiore difficoltà relazionale e di conseguenza stati ansiosi e bassa autostima. Secondo Durkheim i periodi di anomia possono portare anche ad aumento dei casi di suicidio. Il sociologo francese parla di periodi di totale mancanza di regole. Sono tempi di crisi che producono situazioni abnormi in una situazione di assenza di regole e disgregazione o negazione delle norme sociali che regolano i comportamenti.

Secondo Durkheim, l’anomia, oltre che nei periodi di transizione o rivoluzionari, può verificarsi anche in periodi non solo di grave crisi sociale ma anche di boom economico o di mutamenti sociali rapidi dove le norme della consuetudine non sono riconosciute più valide e le nuove non sono ancora presenti. Un fenomeno del genere si è verificato in Italia al tempo del boom economico italiano degli anni ’60 col cosiddetto “miracolo economico”. Si è verificata una situazione in cui i rapidi mutamenti economici hanno portato alla rottura di molte norme e dei valori condivisi, provocando disorientamento e crisi generazionale. Ogni rivoluzione, oscurando la vecchia struttura sociale, provoca una frattura e di conseguenza gli individui non sanno più distinguere ciò che è lecito o illecito. In ogni mutamento sociale la coesione risulta puntualmente la prima vittima.

Una lucida descrizione di una forma di anomia la troviamo nel film “Rapa Nui” del 1994 di Kevin Reynolds che ha descritto un’immaginaria ricostruzione della misteriosa fine della civiltà dell’isola di Pasqua, di coloro che furono gli artefici delle sculture monolitiche, i famosi moai rappresentanti gli antenati defunti, oggetto di culto. A causa di una crisi, originata da oggettive ragioni di sostenibilità, vediamo rompersi un equilibrio insieme all’armonia che permetteva la convivenza. Viene immaginata una guerra civile fra tribù col crollo di ogni norma sociale e di valori condivisi. Una situazione che provoca il fenomeno dell’anomia con la completa disgregazione della vita comunitaria che cessa di essere una struttura a causa della fine delle convenzioni che permettevano la convivenza.

Viene immaginata la perdita del significato originario dei rituali e delle tradizioni che nell’isola porta ad una regressione con un ritorno agli istinti ferini col riemergere nientemeno che istinti antropofagi. Ad un soggetto con un comportamento fuori da ogni norma viene rimproverato: “Questo non si deve fare”, ma la risposta agghiacciante è di quattro parole: “Chi lo ha detto?”. Si comprende che non viene più riconosciuta l’autorità di alcun legislatore e disconosciuta ogni morale condivisa a causa del crollo di un ordinamento. La fine di ogni rigido ordine sociale appare sempre come un’euforica festa analoga a quella dei Saturnali con illusione di totale libertà.

Il film con la narrazione dell’immaginario declino del popolo polinesiano di Rapa Nui è stato lo strumento del regista Kevin Reynolds per la considerazione che il fenomeno dell’anomia ha trasformato un’occasione di mutamento che avrebbe potuto essere di progresso sociale, nel suo contrario, in una totale involuzione a causa dell’assenza di ogni legge e del disordine che ne consegue: “può provocare la caduta del cielo sulla terra e il suo enorme peso schiaccerà brutalmente tutti”.

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