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Il tramonto di Machiavelli. Teatrino manicheo ed ipocrisie della Terza Repubblica Italiana

Se c’è un dramma intellettuale, un vero e proprio abisso cognitivo che affligge in modo terminale la nostra contemporaneità politica, esso risiede nell’infantilizzazione assoluta dello scontro pubblico e nella degradazione del pensiero critico a tifo da curva sud. Abbiamo ridotto l’arena politica, che per sua natura dovrebbe essere il luogo della complessità e della mediazione tragica, a un pessimo film per adolescenti: da una parte i “Buoni”, portatori di una luce etica incontaminabile, alfieri di una purezza morale che non ammette macchia; dall’altra i “Cattivi”, mostri cinici, spietati e ontologicamente corrotti. Questo manicheismo da operetta, questa narrazione tossica che divide il mondo in angeli e demoni, è, a ben vedere, il tradimento definitivo e più imperdonabile della lezione di Niccolò Machiavelli. Come ci ha ricordato magistralmente il professor Riccardo Bruscagli, smontando secoli di banali incrostazioni pseudo-filosofiche, il Segretario fiorentino per eccellenza, Machiavelli,  non è mai stato il teorico del ruspante “il fine giustifica i mezzi”. Questa è, a tutti gli effetti, una fake news storica, una semplificazione per menti pigre. Machiavelli è stato, invece, il lucido, implacabile e per questo supremamente scomodo analista della natura intrinsecamente tragica del potere. Egli non giustificava il male, non lo assolveva sull’altare di una superiore “ragion di Stato” (concetto che arriverà solo decenni dopo). Al contrario, ne riconosceva la feroce e ineluttabile necessità. Il Principe, per mantenere lo Stato e salvare la sua comunità dalla rovina, deve “saper entrare nel male necessitato”, mantenendo però intatta la consapevolezza che il bene resta bene e il male resta male. C’è una scissione drammatica, lacerante, tra l’imperativo morale (che non viene mai negato) e l’utile politico. La politica è il luogo in cui l’anima si sporca per garantire l’ordine civile. La politica italiana contemporanea, invece, rifugge questa tragedia con il terrore di un bambino davanti al buio. I nostri sedicenti leader non hanno né lo spessore intellettuale né il coraggio politico di ammettere l’esistenza del “male necessario”: il compromesso al ribasso, la giravolta tattica, il cinismo freddo dell’amministrazione, il sacrificio di un principio sull’altare della realtà. Preferiscono, di gran lunga, ammantare ogni loro azione, anche la più bieca e opportunistica, di un’insopportabile, posticcia e stucchevole purezza morale. Mentono spudoratamente al vulgo, sapendo, machiavellicamente, che il vulgo “ne va sempre preso con quello che pare e con lo evento della cosa”. Basta scorrere la galleria dei protagonisti di questa nostra estenuante transizione politica per smascherare un’ipocrisia strutturale, sistemica, dove la retorica del “Bene Assoluto” serve unicamente a nascondere il più goffo e ruspante tirare a campare.

Partiamo dal vertice, da Giorgia Meloni. La sua irresistibile ascesa a Palazzo Chigi si è fondata per un decennio su una narrazione fieramente, ossessivamente manichea: lei, la patriota pura, la “madre, italiana, cristiana”, ultima baluardo dell’Identità (il Bene) contro il Male assoluto, identificato di volta in volta nell’Europa dei burocrati, nelle élite della finanza globale, nei poteri forti, nel mondialismo sradicante. Ma una volta varcata la soglia del potere, l’urto violentissimo con il principio di realtà l’ha costretta a “entrare nel male necessitato”. E qui scatta la trappola dell’ipocrisia. La colpa di Meloni non risiede nell’aver adottato un pragmatismo di stampo draghiano sui conti pubblici, o nell’aver firmato il nuovo, stringente Patto di Stabilità europeo tradendo le promesse anti-austerity, o ancora nell’aver stretto accordi di crudo realismo con autocrati nordafricani per tamponare (senza risolverla) la questione migratoria. Un vero statista fa i conti con i rapporti di forza. L’ipocrisia, la farsa antitragedia, sta nel compiere questi atti di puro e spietato allineamento atlantico ed europeo continuando a recitare la parte dell’eroina pura e antisistema davanti alla sua audience. Meloni piega la testa alla “fortuna” e alla necessità machiavelliana, ma si rifiuta categoricamente di educare i suoi elettori alla durezza della complessità, nutrendoli ancora con le briciole avvelenate della favola dei patrioti contro i traditori della Nazione.

E se a destra si piange, dall’altra parte della barricata, lo specchio riflette l’immagine altrettanto contraddittoria di Elly Schlein. Anche qui, il manicheismo regna sovrano e indisturbato: il Partito Democratico si auto-rappresenta come l’unica zattera salvifica del Bene (i diritti civili, la transizione ecologica, l’antifascismo in servizio permanente effettivo) contro le orde barbariche della destra illiberale. Ma questa etica assoluta, declamata nei salotti e nelle piazze, si schianta quotidianamente contro le miserie inenarrabili del principato locale. La Schlein proclama la purezza morale, l’alterità antropologica della sinistra, ma deve poi governare un partito fatto di cacicchi inossidabili, correnti spietate, signori delle tessere e potentati regionali spesso avvolti in zone d’ombra in cui l’etica scompare del tutto. È costretta a votare, giustamente, l’invio di armi all’Ucraina (un tragico “male necessario” della geopolitica contemporanea per difendere la libertà), ma lo fa sussurrando, nascondendosi, cercando goffamente di non scontentare la rumorosa piazza pacifista che vive di slogan vuoti. La sua è una leadership paralizzata dall’incapacità di ammettere che per governare i processi storici bisogna necessariamente sporcarsi le mani con la creta della realtà; Schlein preferisce l’estetica della purezza (fino alla scelta dell’armocromista per le interviste) all’etica machiavelliana della responsabilità.

Se ci spostiamo a sinistra, troviamo l’apoteosi del manicheismo paralizzante in Angelo Bonelli e nel suo ambientalismo escatologico. Qui il racconto si fa quasi religioso: i Verdi sono i “Puri”, gli unici difensori di un pianeta morente, contrapposti alle forze demoniache dell’industria, del capitale e dello sviluppo (il Male). Ma l’ipocrisia di questo ecologismo da salotto è devastante: in nome della salvezza futura, si paralizza il presente. Bonelli e i suoi dicono sistematicamente “no” a tutto ciò che è infrastruttura, dai termovalorizzatori ai rigassificatori, necessari per sganciarci dalla dipendenza energetica (una necessità di sopravvivenza vitale, squisitamente machiavelliana).  Al nucleare, l’energia in termini assoluti con il minore impatto ambietale almeno per il prossimo secolo. Si crogiolano nella purezza dell’ideale, ignorando i costi sociali, economici e geopolitici di una transizione ecologica non governata ma subita, scaricando i costi della loro pretesa integrità morale sulle spalle delle classi lavoratrici che dicono di voler difendere.

Il trasformismo, invece, raggiunge vette di virtuosismo tattico che avrebbero fatto impallidire i cortigiani rinascimentali con Giuseppe Conte. L'”Avvocato del Popolo” è nato politicamente sulla base della retorica più ferocemente manichea dell’ultimo trentennio: i cittadini onesti, dotati di virtù infusa (i Cinque Stelle), contro la casta corrotta, putrescente e malvagia (tutti gli altri). Eppure, Conte ha dimostrato una plasticità opportunistica senza precedenti. Ha governato prima con l’estrema destra sovranista di Salvini, controfirmando i Decreti Sicurezza e bloccando le navi ONG; poi, con uno schiocco di dita, è passato a governare con la sinistra progressista smantellando quelle stesse politiche. Il tutto senza mai battere ciglio, giustificando ogni acrobazia non come un brutale calcolo politico per la mera conservazione del potere (cosa che Machiavelli avrebbe perfino compreso e studiato), ma ammantando ogni piroetta di una finta, posticcia necessità morale per “il bene superiore del Paese”. In Conte, il cinismo non si assume la responsabilità di se stesso, ma si maschera costantemente da candore evangelico: è l’ipocrisia elevata a sistema, il vuoto pneumatico travestito da statista.

Al centro dello schieramento, dove la moderazione dovrebbe farla da padrona, il panorama non è meno desolante. Carlo Calenda incarna il manicheismo della competenza: lui e il suo ristretto circolo rappresentano i “Razionali”, i colti, i pragmatici (il Bene), circondati da un mare di barbari populisti e incompetenti (il Male). Ma la sua arroganza intellettuale si scontra con un’incapacità cronica di tradurre la teoria in prassi machiavelliana. La sua ipocrisia sta nel predicare la realpolitik per poi agire, nella realtà, in preda a convulsioni emotive e umorali, mandando all’aria alleanze strategiche con il PD di Letta nel giro di 48 ore per un tweet, o distruggendo il progetto del Terzo Polo per liti da condominio. Calenda invoca il pragmatismo, ma si rivela il più velleitario degli idealisti, prigioniero di un ego smisurato che gli impedisce di comprendere che in politica la competenza senza la capacità di tessere alleanze e sopportare il compromesso è solo sterile accademia.

Poco distante troviamo Antonio Tajani, l’incarnazione del burocratismo manicheo. Egli si vende come il “Moderato”, l’istituzionale, l’europeista responsabile (il Bene), contrapposto agli estremismi (il Male). Ma la sua è una gigantesca ipocrisia istituzionale: Tajani usa la foglia di fico dell’appartenenza al Partito Popolare Europeo per coprire il vuoto cosmico di idee di Forza Italia post-Berlusconi, e soprattutto per sdoganare e mantenere al governo forze dichiaratamente antieuropeiste e nazionaliste. È la maschera del perbenismo borghese che accetta qualsiasi compromesso pur di restare seduto al tavolo, scambiando il quieto vivere per arte di governo.

E poi c’è la Lega, dove se Machiavelli scriveva che “nel mondo non è se non vulgo”, Matteo Salvini ha costruito un’intera carriera lisciando ossessivamente il pelo a questa amara constatazione. Il leader leghista vive solo di apparenze, di performance social e di nemici da esibire quotidianamente alla folla: i clandestini, i burocrati europei, i magistrati politicizzati. Salvini non cerca mai di affrontare e risolvere il problema strutturale (il male politico), ma ne crea una rappresentazione teatrale permanente, utile solo a raccattare un pugno di voti in più. La sua ipocrisia esplode nei fatti: dal secessionismo padano al nazionalismo tricolore spinto, dalla crociata anti-Euro all’ingresso silenzioso nel governo del banchiere centrale Mario Draghi. Il suo fine (la mera sopravvivenza nei sondaggi) produce mezzi sempre mutevoli (le felpe, i rosari baciati in piazza, i decreti propagandistici poi smontati dalla Consulta). Non c’è traccia, in lui, di quella grandezza tragica del Principe che costruisce uno Stato; c’è solo la perenne, estenuante campagna elettorale di un perenne oppositore di sé stesso.

In questo quadro di desolante vuoto culturale a destra fa la sua comparsa anche il fenomeno Roberto Vannacci. Egli rappresenta l’ultimo stadio del manicheismo: quello reazionario e biologico. Il mondo diviso non più tra idee, ma tra “Normali” (il Bene, la tradizione, l’identità immutabile) e “Anormali” (il Male, le minoranze, i diritti civili, la fluidità moderna). La politica viene ridotta a rissa da osteria, a sfogatoio dei peggiori istinti repressi della nazione. L’ipocrisia suprema di Vannacci sta nel presentarsi come il fiero oppositore del Sistema, l’uomo che sfida il pensiero unico a costo della carriera, per poi farsi candidare e accomodarsi comodamente sulle poltrone del Parlamento Europeo, incassando i lauti assegni di quelle stesse istituzioni sovranazionali che disprezza profondamente. Il generale scopre che la ribellione è, oggi, il prodotto più facile da monetizzare sul mercato elettorale.

L’eccezione

In questo sterminato cimitero di maschere ipocrite e di manicheismi d’accatto, emerge una figura che, pur con tutti i suoi limiti e i suoi marchiani errori tattici, si distingue per essere l’unico vero lettore della lezione machiavelliana nel teatro italiano contemporaneo: Matteo Renzi. Non si tratta di farne un santino – operazione che peraltro ripugnerebbe a lui per primo – ma di riconoscerne la funzione di “catalizzatore oggettivo” delle dinamiche di potere. Renzi è l’antitesi esatta dell’ipocrisia manichea: non si è mai venduto come moralmente superiore, non ha mai diviso il mondo in puri e impuri. Ha concepito la politica esclusivamente come meccanica pura, come esercizio crudo e brutale della virtù contro i capricci della fortuna. La coerenza di Renzi è rintracciabile proprio nell’applicazione spietata di questo metodo, tanto al governo quanto all’opposizione. Quando è stato a Palazzo Chigi, non ha ceduto alla tentazione mortale del populismo: non ha mai retrocesso per favorire il “consenso al ribasso”. Pur di governare – inteso come incidere sulla carne viva del Paese – ha imposto riforme strutturali che sapeva essere impopolari ma che riteneva “mali necessari” per la modernizzazione dell’Italia. Il Jobs Act, Industria 4.0, le unioni civili (pur essendo un cattolico convinto.. ha giurato sulla Laicissima costituzione, non sul vangelo), fino al tragico (per lui) referendum costituzionale del 2016. Ha sfidato il vulgo, ha forzato la mano, ha cercato di piegare le istituzioni alla sua volontà riformatrice, rifiutandosi di vivacchiare e di galleggiare sui sondaggi come i suoi predecessori e successori. Ha giocato d’azzardo, alla maniera del Principe che tenta di dominare i fiumi in piena della storia, e ha perso tutto. Ma l’oggettività del suo metodo si è manifestata con ancora maggiore spietatezza una volta passato all’opposizione o ai margini della maggioranza parlamentare. Mantenendo le stesse identiche prerogative, scevro da ogni zavorra ideologica e da ogni ridicolo moralismo manicheo, Renzi ha continuato a fungere da motore immobile della politica italiana. È lui che, calcolando i rapporti di forza con freddezza geometrica, ha prima portato il PD al governo con i 5 Stelle per sbarrare la strada a Salvini (del quale aveva fiutato l’ubriacatura del Papeete), e poi, con un capolavoro di spregiudicatezza machiavelliana, ha affossato il governo Conte II, aprendo la crisi al buio per imporre l’unica figura in grado di gestire la pandemia e i fondi europei: Mario Draghi. Renzi non cerca di essere amato (sa bene di essere profondamente odiato da gran parte dell’elettorato), cerca di essere efficace. Non mente sulla sua natura: fa politica per esercitare il potere e indirizzare i processi. È il politico meno ipocrita della Terza Repubblica perché è l’unico che accetta pubblicamente la natura cinica, spietata e conflittuale della contesa, rifiutando la melassa del “siamo tutti buoni” o peggio ancora “tutto sommato siamo meglio noi”. Si parla solo di fatti e riforme. Zero chiacchiere e zero formalismi. Ha giurato sulla costituzione non sul Vangelo.

Per concludere e non

In questo orizzonte, l’insegnamento di Niccolò Machiavelli non è solo un esercizio accademico per aule universitarie, ma è una terapia d’urto essenziale, una medicina amara ma vitale. Smettere di dividere la politica in buoni e cattivi, in santi e demoni, è il primo, fondamentale passo per uscire dalla minorità civile in cui l’Italia è precipitata. Dobbiamo smettere di chiedere ai nostri leader di essere santi immacolati – perché nel momento in cui ce lo promettono, ci stanno già inevitabilmente mentendo – e cominciare a valutarli per la loro capacità di gestire il peso schiacciante delle scelte tragiche, per la loro aderenza alla realtà e per la loro competenza nella spietata meccanica del potere. La politica non è, e non sarà mai, una crociata morale per redimere l’anima degli uomini; è il duro, ingrato, sporco mestiere di organizzare la convivenza umana, la sicurezza dello Stato e la prosperità dei cittadini all’interno di limiti fisici, economici e storici spietati. Finché giudicheremo Meloni, Conte, Schlein, Salvini, Vannacci, Bonelli o Calenda in base al loro grado di “bontà” apparente, al calore delle loro rassicurazioni o alla veemenza delle loro invettive morali, invece che misurarli sulla coerenza, sulla visione e sull’efficacia della loro grammatica del potere, saremo condannati a rimanere eternamente quel vulgo di cui parlava il Segretario fiorentino. Un popolo bambino che guarda alle apparenze, che si fa incantare dall’esito effimero delle cose, che applaude il teatrino della farsa ignorando di essere la vera vittima di una tragedia che si consuma ogni giorno alle sue spalle.

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