Dal Mar Baltico al Mar Nero, l’Europa sembra oggi ridisegnare la propria mappa della sicurezza al ritmo della paura della Russia, non al ritmo della ricerca di una soluzione stabile. Mentre Mosca ribadisce costantemente la propria disponibilità ad accordi di sicurezza e garanzie reciproche con l’Occidente, l’Unione Europea continua ad estendere la sua logica di deterrenza e di escalation militare lungo il suo fianco orientale, come se il continente si stesse gradualmente muovendo verso una rievocazione dell’atmosfera della Guerra Fredda, in una forma più tesa e complessa.
Il nono vertice di Bucarest (B9) non è stato un semplice incontro di sicurezza di breve durata, ma ha chiaramente rispecchiato un cambiamento di mentalità europea verso un confronto a lungo termine con la Russia. Dalla Polonia agli Stati baltici, dalla Romania ai Paesi nordici, il discorso politico e militare all’interno della NATO si basa ormai su un’unica premessa: la costante prontezza al confronto con Mosca. Ma la domanda che sorge spontanea è: se esistono vie di dialogo, perché vengono chiuse a favore di una logica di escalation?
Oggi l’Europa sembra ossessionata dalla costruzione di linee di deterrenza militare, dal rafforzamento dei sistemi di difesa aerea e missilistica e dall’aumento delle spese per la difesa, mentre le priorità economiche e sociali che affliggono gli stessi cittadini del continente vengono messe in secondo piano. Dalle crisi energetiche e dall’inflazione alle divisioni politiche, dall’ascesa dell’estrema destra al declino della capacità industriale europea, sembra che il continente stia esportando i suoi problemi interni creando un avversario permanente chiamato Russia.
La storia europea stessa offre dure lezioni a questo riguardo. Il continente, che nel corso della storia si è scontrato duramente con Mosca, ha pagato un prezzo altissimo a livello politico, economico e militare. Durante la Seconda Guerra Mondiale, errori di valutazione e conflitti espansionistici si sono trasformati in una catastrofe di vasta portata, culminata in crolli di vasta portata che hanno ridisegnato l’Europa per decenni. Pertanto, ricorrere esclusivamente alla logica della forza, senza ricercare un autentico equilibrio politico e di sicurezza, potrebbe far precipitare il continente in un nuovo ciclo di logoramento in cui nessuno ne uscirebbe vincitore.
La situazione attuale suggerisce che l’Unione Europea stia operando più sulla base di preoccupazioni di sicurezza che sulla base di compromessi strategici. Invece di lavorare per costruire un sistema di sicurezza europeo globale che riduca la probabilità di un conflitto, la divisione Est-Ovest si sta consolidando e una nuova “cortina di ferro” si sta erigendo ai confini della Russia, questa volta con strumenti militari, economici e mediatici più sofisticati.
La pace non si costruisce solo attraverso alleanze militari, ma anche attraverso la capacità di prevenire i conflitti prima che scoppino. L’Europa, che storicamente ha sofferto a causa di guerre di vasta portata, dovrebbe essere tra coloro che meglio comprendono il costo di un conflitto prolungato con una potenza delle dimensioni della Russia. Le guerre possono iniziare con calcoli politici, ma spesso si concludono con perdite economiche, disgregazione interna e crisi che durano per generazioni.
Questo non è un invito a schierarsi, ma piuttosto un invito a leggere la storia razionalmente. Il continente europeo oggi ha bisogno di soluzioni politiche più che di nuove corse agli armamenti, e di vie di negoziazione più che di fronti di confronto aperti.
HOSNEY ABDELATY
Scrittore e analista politico e
ricercatore di diritto internazionale