C’è un certo coraggio intellettuale – o forse una spietata lucidità storiografica – nel presentarsi oggi dinanzi all’opinione pubblica e affermare che il comunismo, lungi dall’essere un reperto da museo del Novecento, possiede «un lungo futuro davanti a sé». È questa la tesi, apparentemente paradossale eppure solidamente argomentata, che il filologo e storico Luciano Canfora pone al centro del suo saggio “Comunismo un’altra storia”. Se il manifesto del 1848 evocava uno “spettro” che si aggirava per l’Europa, l’analisi di Canfora ci suggerisce che quel fantasma ha smesso di infestare i vecchi castelli del Vecchio Continente per incarnarsi, mutando pelle, nelle viscere del mondo globale.
Il capovolgimento geografico e la decolonizzazione
Il punto di rottura, lo spartiacque che ridefinisce il concetto stesso di lotta di classe, è la Grande Guerra. Un conflitto che Canfora, smontando le narrazioni romantiche della Belle Époque, definisce per quello che fu: un brutale scontro imperialistico per la spartizione del mondo, dall’Africa al Medio Oriente. È qui che il comunismo cessa di essere una prerogativa esclusivamente europea (nata con la Congiura degli Eguali di Babeuf e codificata da Marx) e subisce un capovolgimento prospettico fondamentale. La Rivoluzione Russa, spiega Canfora, non ha generato il paradiso in terra, ma ha innescato il più dirompente processo del XX secolo: la decolonizzazione. L’ideale egualitario si è trasferito dal proletariato di fabbrica ai popoli oppressi. Dal Sudafrica – che, sconfitto l’apartheid, si erge oggi a capofila dell’antimperialismo globale – fino alla questione palestinese, dove Canfora traccia un netto e severo parallelismo con il regime segregazionista di Pretoria. Il comunismo, in questa veste, è la grammatica politica dei popoli subalterni che rifiutano di essere tali.
La forza sovversiva della religione
Uno dei passaggi più affascinanti e “inattuali” della disamina di Canfora riguarda il rapporto tra rivoluzione e religione. Contro il laicismo snob e un po’ cieco di certa intellighenzia occidentale, lo storico barese recupera una formidabile intuizione di Lenin del 1913. Il leader bolscevico aveva compreso che le grandi religioni di massa – e in particolare l’Islam indonesiano dell’epoca, sollevatosi contro il colonialismo olandese – possiedono una carica mobilitante ed egualitaria immensa. Le fedi non sono solo “oppio dei popoli”, ma vettori formidabili di riscatto sociale. Ignorare questa leva antropologica, ci ricorda Canfora, è una malattia mentale da cui, per fortuna, i veri storici sono immuni.
Demistificazione di un mito italiano
Nel rileggere la parabola del comunismo, Canfora non risparmia una stoccata demolitrice al mito fondativo della sinistra italiana contemporanea: il famoso “esaurimento della spinta propulsiva” teorizzato da Enrico Berlinguer. Con l’occhio freddo dello scienziato della storia, Canfora bolla quella formula come storicamente e diagnosticamente irrilevante. La verità del PCI era un’altra, più pragmatica e meno romantica: nato con l’illusione di un contagio rivoluzionario imminente, il partito si era già trasformato, all’indomani della Resistenza, in una grande forza socialdemocratica. Tuttavia, il “tempo storico” non coincideva con le necessità emotive e politiche dei militanti. Si viveva una strutturale indicibilità della propria natura, confermata da un illuminante aneddoto personale dell’autore con Alfredo Reichlin nel 1976: «Hai ragione [che siamo la socialdemocrazia italiana], ma non lo possiamo ancora dire».
La giustizia come lotta globale
Che cosa resta, dunque, del comunismo oggi, se gli “esperimenti via via fatti non sono riusciti”? Canfora fa sua una geniale intuizione del filosofo cattolico Augusto Del Noce: la lotta di classe non è morta, si è semplicemente traslata su scala mondiale. Non avviene più all’interno dei singoli Stati, ma tra continenti. Il nuovo scontro globale, che vede l’Occidente a guida statunitense contrapposto al resto del mondo (a partire da quella superpotenza che, non a caso, si chiama Repubblica Popolare Cinese), è in ultima analisi un titanico conflitto per l’uguaglianza. Pur orfano di un’Internazionale centralizzata, il comunismo sopravvive non come dogma applicato, ma come stella polare: l’inesauribile tensione umana verso la sperequazione delle ingiustizie.