Introduzione
L’università è spesso raccontata come il tempo delle opportunità, delle scelte decisive e della costruzione del futuro. Ma accanto allo studio e alla vita sociale, molti giovani vivono anche un’intensa esperienza interiore, fatta di domande, paure e ricerca di senso. Non sempre queste dimensioni trovano spazio nel racconto pubblico della vita universitaria. Per questo abbiamo incontrato Padre Fabio, cappellano dell’Università di Salerno e punto di riferimento per tanti studenti. Attraverso il suo ascolto e la sua esperienza, ci ha aiutato a entrare nel cuore dei giovani di oggi, tra ansie, solitudini, desiderio di autenticità e domande profonde sul senso della vita.
Qual è la fatica interiore più comune che vede nei giovani universitari oggi?
Secondo Padre Fabio la fatica più grande è senza dubbio la gestione dell’ansia. Un’ansia che nasce dal continuo confronto con standard molto alti, spesso irrealistici, e con ciò che li circonda, sia nella vita reale sia in quella virtuale. I social amplificano questo confronto costante, generando una pressione che impedisce ai ragazzi di concentrarsi sul proprio percorso personale, fatto anche di rallentamenti, pause e momenti di riposo. Invece di rispettare i propri tempi, molti giovani si sentono costretti a tenere il passo degli altri, vivendo un’ansia profonda e persistente.
Di cosa hanno più paura gli studenti, anche quando all’esterno sembrano sicuri?
La paura più grande è quella di fallire. Fallire un esame, una relazione, un percorso di vita, o persino rispetto agli standard che loro stessi si impongono. All’esterno questa paura si manifesta spesso come una continua ricerca di sicurezze, ma dentro restano forti insicurezze. Padre Fabio sottolinea come accettare le proprie fragilità sia invece una ricchezza: tutti, anche gli adulti, i professionisti, i professori e persino i sacerdoti, convivono con le proprie insicurezze. Capirlo aiuta i giovani a essere più leggeri e più misericordiosi verso se stessi.
Nota più solitudine o più confusione nei giovani che incontra?
La solitudine sembra prevalere sulla confusione. Molti ragazzi faticano a incontrarsi davvero, a condividere spazi e tempi reali. Spesso cercano di colmare questo vuoto attraverso i social, le chat o le videochiamate, ma questi strumenti non sostituiscono un incontro autentico, fatto di condivisione anche delle fatiche quotidiane, come lo studio o le difficoltà personali. Anche chi appare più sicuro e “spedito” nel proprio percorso, spesso vive una solitudine profonda.
Quanto pesa l’ansia da prestazione nella vita interiore degli studenti?
L’ansia da prestazione ha un peso enorme e, secondo Padre Fabio, può essere addirittura distruttiva. Tutto viene vissuto in chiave performativa: l’esame non è più un’occasione di crescita personale, ma solo un risultato da dimostrare agli altri, ai genitori, agli amici. Il voto diventa più importante di ciò che realmente resta di un percorso di studio. Questo atteggiamento impoverisce la crescita personale e rende lo studio una fonte continua di pressione.
Qual è la domanda su Dio o sul senso della vita che sente ripetere più spesso?
Oggi raramente i giovani pongono subito una domanda diretta su Dio. Prima emergono domande su se stessi: “Dove sto andando?”, “Cosa sto facendo della mia vita?”, “Che senso ha questo momento che sto vivendo?”. Solo attraversando queste domande più profonde e personali, lentamente, si arriva anche a una domanda su Dio. È un cammino graduale, non immediato.
Cosa cercano davvero i giovani nelle relazioni affettive e nelle amicizie?
Ciò che cercano più di tutto è la condivisione. Tuttavia, costruire una vera condivisione è faticoso, perché non riguarda solo i momenti belli e spensierati, ma anche quelli difficili e scomodi. Spesso, quando le relazioni diventano più profonde, nasce la paura di un’eccessiva vicinanza e molti preferiscono allontanarsi, limitandosi a condividere solo ciò che è leggero e positivo.
Quando uno studente si sente perso o senza direzione, qual è il primo passo per ritrovarsi?
Il primo passo è parlare. La parola è una luce: permette di fare chiarezza, di capire dove si è e cosa si sta vivendo. Il rischio più grande, invece, è l’isolamento, la convinzione che non ci sia nessuno disposto ad ascoltare davvero. Ciò di cui i giovani hanno bisogno è un ascolto autentico, gratuito, senza giudizio e senza secondi fini, che faccia sentire la persona accolta e voluta bene.
Cosa ha imparato dai giovani in questi anni che non si aspettava?
Padre Fabio ha scoperto che, nonostante vivano momenti di divertimento, i giovani non sono leggeri: portano molti pesi interiori già a vent’anni. Faticano a vivere con serenità anche gli insuccessi, come un esame andato male, che invece fa parte del percorso. Cercano spesso di fuggire da questo peso attraverso il divertimento o lo “staccare il cervello”, ma questo non li rende davvero più leggeri. La vera leggerezza non significa evitare i problemi, ma affrontarli con uno spirito più creativo e meno rigido, senza fissarsi eccessivamente sugli errori.
C’è qualcosa che vorrebbe dire a tutti gli studenti, ma che pochi hanno il coraggio di chiedere?
Padre Fabio invita i giovani a imparare ad amarsi, a volersi bene prima di tutto per quello che sono. E a non avere pregiudizi nei confronti di Dio, perché conoscerlo davvero aiuta ad amare se stessi e gli altri in modo autentico, senza modelli imposti o ideologici. Dio, sottolinea, non giudica né impone, ma parla per il bene della persona, per aiutarla a vivere in modo più consapevole e profondo. Riprendendo le parole di Pier Giorgio Frassati, conclude con un invito forte: “vivere e non vivacchiare”, accogliendo ogni stagione della vita con pienezza e verità.
Conclusione
L’incontro con Padre Fabio restituisce un’immagine dei giovani universitari lontana dagli stereotipi di superficialità e leggerezza. Dietro i successi, i sorrisi e le vite apparentemente sicure, emergono ansie profonde, paure di fallire e un forte bisogno di essere ascoltati senza giudizio. È un mondo interiore spesso silenzioso, che fatica a trovare spazio, ma che chiede attenzione e cura.
Dalle parole di Padre Fabio emerge un invito chiaro: rallentare, accettare i propri limiti, concedersi il diritto di sbagliare e, soprattutto, non affrontare da soli le proprie fatiche. Parlare, condividere, lasciarsi accompagnare diventano passi fondamentali per ritrovare direzione e senso. In questo cammino, anche la dimensione spirituale non appare come un’imposizione, ma come una possibilità di conoscersi più a fondo e di imparare ad amare se stessi e gli altri.
Questa intervista ci ricorda che l’università non è solo un luogo di formazione accademica, ma anche uno spazio di crescita umana e interiore. Un tempo prezioso in cui imparare, come suggerisce Padre Fabio, a vivere davvero e non semplicemente “vivacchiare”, affrontando ogni stagione della vita con consapevolezza, verità e un po’ più di leggerezza.
Esposito Santolo Simone