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“Siamo tutti don Abbondio? Il naufragio della scuola e la salvezza del Manzoni

Un’intervista di Francesco Rizzo a Salvatore Ferlita in vista dell’incontro del 10 giugno ad Agrigento.

Francesco Rizzo: Mercoledì 10 giugno 2026, al Centro Culturale Pier Paolo Pasolini di Agrigento, si terrà un incontro dal titolo emblematico: “Siamo tutti don Abbondio? I promessi sposi e il naufragio della scuola”. L’urgenza di questo appuntamento sembra dettata anche dalle recenti, presunte volontà del Ministero dell’Istruzione di ridimensionare lo studio del capolavoro manzoniano, troppo spesso derubricato a stantio romanzo eticista e provvidenzialistico. Professor Ferlita, di fronte a questo tentativo di marginalizzazione, qual è la sua contromossa?

Salvatore Ferlita: Mi sento di avanzare una modesta proposta: anticipare la lettura dei Promessi sposi, magari a partire dalla scuola primaria. Si tratta di un libro fondamentale, irrinunciabile, ma ho l’impressione che sia in atto il tentativo di rimuoverlo lentamente, di farlo fuoriuscire dal canone.

Francesco Rizzo: Eppure, intere generazioni di studenti sono state allontanate dall’opera proprio a causa di una lettura scolastica asfissiante, tutta incentrata sul trionfo del bene e sull’intervento divino. Se spogliamo il romanzo di questa patina, in cosa risiede la sua “irrinunciabilità”? E chi è, se non l’eroe positivo, il vero fulcro della narrazione?

Salvatore Ferlita: L’irrinunciabilità di questo libro non è ovviamente legata alla Grazia, alla Provvidenza. Oltretutto, a far sparire la Provvidenza dall’orizzonte dello sguardo e dell’ideologia c’aveva pensato Verga, facendola cadere a picco nelle infide acque siciliane. Ma non tutti i docenti se ne sono accorti; obliterata la Provvidenza, rimane la storia terribile che ci racconta Manzoni, una storia disperata, un ritratto attualissimo delle virtù ma soprattutto dei vizi nazionali: lo aveva spiegato in tempi non sospetti forse il più grande studioso del Manzoni, guarda caso dimenticato quasi da tutti, raramente citato nei libri di testo. Sto parlando di Angelandrea Zottoli, che con il suo saggio Il sistema di don Abbondio ha dimostrato che il protagonista assoluto del romanzo è don Abbondio: nella sua apoteosi sono sintetizzati i tic, le aberrazioni, il malcostume, la corruzione, le immoralità degli italiani.

Foto di Angelo Pitrone – Francesco Rizzo e Salvatore Ferlita

Francesco Rizzo: C’è un altro dogma scolastico che viene propinato fin dalle medie: il Manzoni che va a “sciacquare i panni in Arno” come padre della lingua italiana moderna. Anche su questo punto, lei invita a una profonda revisione critica.

Salvatore Ferlita: Esatto. E va sfatato un altro falso mito, quello secondo il quale il romanzo di Manzoni ha unificato linguisticamente il nostro Stivale sgangherato. Altra menzogna del nostro sistema scolastico: ci pensò Artusi a cementare l’Italia con il suo ricettario, un classico ancora oggi ignorato o snobbato. Grazie a La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene l’italiano diventa una koinè. Lo racconta Piero Camporesi nell’introduzione al capolavoro di Artusi, una vera e propria edizione critica che pubblicò Einaudi: peccato che a leggerla siano stati in pochi.

Francesco Rizzo: Dunque, smontati i miti della Provvidenza e della lingua, ci troviamo di fronte a un’opera profondamente oscura. Un pessimismo che la burocrazia scolastica fatica a recepire. A quali modelli dovrebbero guardare oggi gli insegnanti per restituire dignità e attualità allo studio della letteratura?

Salvatore Ferlita: Siam in presenza di un romanzo attraversato da un pessimismo antropologico che è il motore mobile della migliore letteratura: lo aveva capito Sciascia, che dovrebbe essere una bussola irrinunciabile per gli insegnanti, non per la mafiologia ovviamente. Ma per le sue pagine sempre pungenti sui grandi scrittori che ha amato, pagine che stillano umori attualissimi, a differenza delle indicazioni nazionali che, redatte in una sorta di assurdo e respingente burocratese, sviliscono qualsiasi questione, ridicolizzano il sistema letterario, sbeffeggiano il buon senso. Penso che occorrerebbe puntare i riflettori, soprattutto oggi, su quei libri che restituiscono i caratteri italiani: penso ovviamente a Manzoni, ma pure a De Roberto, Tomasi, Brancati, ma non ci sono solo i siciliani; c’è pure il grandissimo Flaiano, destinato però a rimanere in soffitta.

Francesco Rizzo: Per concludere, Professore. Come si traduce tutto questo in prassi didattica? Qual è la chiave di volta per far leggere i Promessi Sposi ai ragazzi di oggi in modo che formi davvero una coscienza critica e non sia solo un esercizio mnemonico?

Salvatore Ferlita: Per avvicinarsi all’universo manzoniano, scongiurando il ciarpame di banalità e pressappochismo che la scuola ha finora custodito e tramandato (parlo in generale, so bene che ci sono docenti, pochi però, armati sino ai denti in grado di far bene oltre le più rosee previsioni), si potrebbero prendere le mosse dal Novecento. Conoscere la letteratura del secolo scorso e servirsene come se fosse un grimaldello è fondamentale, un passaggio obbligato per leggere in un’ottica nuova gli autori del passato. Penso che in questo modo, attraverso la consapevolezza delle domande attuali da porre ai testi e alla tradizione che essi rappresentano, la coscienza di chi legge può diventare più forte e più critica.

Francesco Rizzo: Dalle sue parole, professore, emerge chiaramente la necessità di un vero e proprio ribaltamento di prospettiva. Abbandonare la retorica provvidenzialistica e il falso mito dell’unificazione linguistica significa smettere di edulcorare la nostra storia e la nostra didattica. Anzi, ascoltandola, viene da pensare che quella stessa patina provvidenzialistica e rassicurante sia stata, in origine, uno schermo. Un velo posato ad arte dallo stesso Manzoni per dissimulare, nell’Italia opprimente della Restaurazione, le finalità più profonde e dirompenti della sua opera. Animato da un profondo spirito riformista di matrice rosminiana, lo scrittore avvertiva l’urgenza di denunciare le storture del potere, le disuguaglianze sistemiche e, non ultimo, le miserie di una Chiesa troppo spesso mondana, complice e pavida. Non potendo esplicitare un manifesto politico e morale così radicale, Manzoni ha nascosto questa sua spinta al rinnovamento tra le maglie di un romanzo storico all’apparenza ortodosso. Ecco allora che il “sistema di don Abbondio”, specchio spietato dei nostri vizi nazionali, si rivela non come un semplice espediente narrativo, ma come il nucleo di quella denuncia dissimulata. Leggere oggi i Promessi sposi con le lenti del Novecento – affiancandolo a voci come quelle di Sciascia, Flaiano, Tomasi e De Roberto, autori che questo “inganno” letterario lo avevano smascherato e compreso benissimo – ci permette di guardare in faccia il nostro strutturale “pessimismo antropologico”. La sua proposta, in fondo, non è solo una difesa dell’opera contro l’appiattimento di un certo burocratese ministeriale, ma un invito a usare la letteratura come un vero e proprio “grimaldello”. Solo spogliando i testi dal ciarpame delle banalità e ponendo loro le domande urgenti del nostro presente, magari partendo proprio dai banchi della scuola primaria, potremo sperare di formare cittadini dotati di una coscienza più forte e critica, pronti a sopravvivere al “naufragio” del nostro tempo. Grazie, professor Ferlita, per averci fornito queste preziose chiavi di lettura.

Grazie di cuore professore per questa intervista. Quando in Italia, e all’estero, mi chiedono perché sono fiero di essere Agrigentino, tra le primissime cose che vanto c’è anche la sua ricerca e l’amore che mette nella sua  vis divulgativa gratuita per il bene comune.

Grazie, grazie, grazie.

Foto di Angelo Pitrone – Biblioteca Comunale “Maria Messina” di Santa Elisabetta

Salvatore Ferlita (Palermo 1974) è professore ordinario di Letteratura italiana contemporanea presso l’Università degli studi di Enna Kore. Critico letterario e saggista, collabora a «la Repubblica» (edizione siciliana) e dirige diverse collane editoriali. Ha pubblicato, tra l’altro, I soliti ignoti (2005), Contro l’espressionismo. Dimenticare Gadda e la sua eterna funzione (2011), Le arance non raccolte. Scrittori siciliani del Novecento (2011), Non per viltade. Papi sull’orlo di una crisi (2013), Palermo di carta. Guida letteraria della città (2013, 2019) e Harry Potter, il mago di carta. Itinerari letterari nel mondo di Hogwarts (2023, scritto con Alessandro Cutrona). Con questa casa editrice Sperimentalismo e avanguardia (2008) e Pirandello di sbieco (2024).

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