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La danza dell’anima: bellezza, corpo e sacro nel pensiero di Walter F. Otto

Dialogo con Giovanni Pirari sulla Via Pulchritudinis.
Foto di G. Pirari

Ascolta la versione audio di questo articolo (generata da IA).

«L’uomo non vive soltanto di parole. Egli canta, contempla, crea, danza. E attraverso la bellezza cerca, spesso inconsapevolmente, il volto del Mistero.»

Tra le più affascinanti riscoperte culturali degli ultimi anni figura certamente Il corpo umano e la danza di Walter F. Otto (1874-1958), uno dei più autorevoli studiosi della religione e della spiritualità dell’antica Grecia. Filologo, storico delle religioni e interprete originale del mondo classico, Otto dedicò la sua opera a comprendere come il divino si manifesti nella vita dell’uomo attraverso il mito, la natura, la bellezza e l’arte.

Nel volume recentemente tradotto in italiano da Giovanni Pirari, la danza emerge come qualcosa di molto più profondo di una disciplina artistica o di una forma di intrattenimento. Essa appare come un linguaggio originario dell’umanità, un gesto attraverso il quale il corpo diventa espressione dell’anima e apertura al trascendente.

A guidare il lettore italiano in questo viaggio è Giovanni Pirari, studioso di filosofia, storia delle idee e cultura europea, attento interprete del rapporto tra simbolo, corpo, arte e spiritualità. I suoi interessi spaziano dalla tradizione classica al pensiero religioso dell’Europa orientale, con una particolare attenzione alla cultura russa, nella quale riconosce una delle più profonde testimonianze della ricerca della bellezza come via verso Dio.

Entrato recentemente a far parte dell’Associazione Tota Pulchra, Pirari condivide con il Presidente Mons. Jean Marie Gervais una convinzione fondamentale: la bellezza non rappresenta un semplice valore estetico, ma una vera esperienza spirituale capace di elevare l’uomo, favorire il dialogo tra i popoli e aprire il cuore all’incontro con il divino.

L’amicizia nata tra il giovane studioso e Mons. Gervais si è sviluppata anche attorno a una riflessione comune sul significato del corpo nella vita spirituale. La Sacra Scrittura conosce infatti la danza come espressione della gioia davanti a Dio: Miriam danza dopo il passaggio del Mar Rosso; il re Davide danza con tutte le sue forze davanti all’Arca dell’Alleanza; il Salmista invita a lodare il Signore con canti, strumenti e danze.

Anche la Chiesa, nelle sue molteplici espressioni culturali, conserva questa consapevolezza. In particolare il rito zairese, approvato dalla Santa Sede, testimonia come il ritmo, il movimento e la partecipazione armoniosa del corpo possano accompagnare la preghiera e la lode, manifestando l’unità profonda tra spirito e corporeità.

In questo orizzonte si colloca il dialogo che segue, dedicato alla danza come linguaggio dell’anima, alla bellezza come via di conoscenza e al sacro come dimensione costitutiva dell’esistenza umana.

Giovanni Pirari

Dottor Pirari, che cosa rappresenta oggi l’opera di Walter F. Otto per chi è alla ricerca del significato profondo della bellezza?

Credo che, per chi è immerso nel discorso della contemporaneità, senza aver avuto occasione di conoscere saperi più tradizionali, l’opera di Otto possa avere un effetto provocatorio, persino spiazzante, muovendo a riconsiderare assunti altrimenti dati per scontati. Otto ha imparato a guardare alla vita dal punto di vista della civiltà religiosa greco antica, una civiltà che è all’origine della civiltà europea e insieme radicalmente separata da essa proprio in forza di ciò che segna l’identità della modernità occidentale: ovvero la centralità del soggetto e dell’individuo.

L’esperienza della bellezza descritta da Otto si produce all’interno di una visione del mondo radicalmente non-antropocentrica. La bellezza non è un’invenzione dell’individuo, né ha carattere convenzionale.  La bellezza anzi fonda l’uomo: la sua autocomprensione e la sua civiltà; essa rappresenta l’incontro con l’infinitamente altro che si fa prossimo, illuminando così l’uomo, il suo mondo e la sua storia. In questo incontro con la prossimità del Dio come forma (Gestalt), dunque in questa theophania – che è incontro, perciò presuppone un’apertura da parte umana – l’uomo è afferrato e insieme restituito a un senso che illumina e rende abitabile la sua esistenza.

Otto afferma che nella danza il corpo non si limita a muoversi, ma manifesta l’essere. In che modo il gesto umano può diventare rivelazione di una realtà invisibile?

Il corpo è già rivelazione del divino. Per Otto il corpo è primo mito. È forma che riflette l’essenza insieme così indeterminata e precisa dell’uomo: essere ponte tra il cielo e la terra: tra l’infinitamente semplice e il molteplice; tra le vette dell’anima e l’abisso.

I piedi sono fatti per stare in contatto sensibile con la terra, e la testa è fatta per ruotare verso l’alto, verso il regno della gratuità, della libertà dello spirito. L’animale, muovendosi lungo l’asse longitudinale del corpo, è sempre orientato verso le cose del bisogno, mentre l’uomo, grazie alla stazione eretta, può orientarsi oltre lo spazio strettamente vitale. In lui l’organo visivo (l’organo della contemplazione!) è sullo stesso piano, o addirittura preminente, rispetto agli organi di contatto più immediati (bocca, grugno, becco). Tutto questo parla di una vocazione alla conoscenza e alla libertà che per Otto sono iscritte nella costituzione fisica e spirituale dell’uomo. Il gesto si fa danza nel momento in cui si libera dall’asservimento a finalità estrinseche per manifestare liberamente sé. È gioco con le proprie possibilità, pura libertà e gioia nell’autopresentazione di sé e della propria forma. Ma non si tratta di un arbitrario esercizio della volontà individuale. Qui Otto è preciso: vera libertà vi è solo in un incontro da cui ci si sente protetti. L’uomo è libero di essere pienamente sé stesso quando non trova nel mondo solo una realtà materiale da dominare o da cui proteggersi, ma lo riscopre come spazio in cui si rivela una prossimità da cui si sente custodito e protetto come un bimbo sotto lo sguardo amorevole della madre.

In una società che spesso riduce il corpo a oggetto o a strumento, quale insegnamento offre la danza come esperienza di unità tra corpo, anima e spirito?

L’insegnamento fondamentale e più incisivo, perfino urgente. L’alienazione dell’uomo moderno, che Otto descrive come l’ «ossessionato servo della finalità», si fa sempre più profonda. L’uomo contemporaneo sembra essere completamente assorbito nel paradigma funzionalista, per il quale essere è essere utile, funzionale. Non collocarsi su un alto gradino di una qualche scala di prestazione, equivale a non essere. Questo è ontologicamente falso, ma la capacità di persuasione di questo paradigma è ora accresciuta dalla “scomparsa del log-out”: sempre on-line, si tende a percepirsi come continuamente sottoposti a una richiesta di prestazione.

Nella visione di Otto la danza rappresenta il modello antropologico opposto: essa viene in essere quando la forma umana gode di sé e delle sue possibilità al di là di ogni fine pratico, quando il corpo si muove non per ottenere qualcosa, ma perché può muoversi e nel movimento gioisce del piacere di essere ciò che é. Anche l’immobilità appartiene alla danza: quando la mente non è disturbata da preoccupazioni ed è specchio calmo della propria presenza, il miracolo dell’unità corpo-mente si rivela nel modo più bello.

La danza svolge di conseguenza un’importante e fin troppo sottovalutata funzione pedagogica. Otto era cosciente dell’urgenza di una pedagogia coreutica nazionale, che potesse correggere, o almento compensare, i danni spirituali e fisici prodotti dall’età della tecnica. L’orazione da me tradotta è stata infatti scritta in occasione della celebrazione della Elisabeth-Duncan-Schule, una scuola di danza fondata in Germania a inizio secolo, improntata a una pedagogia integrale, che si rivolgeva al corpo come a tutte le facoltà spirituali della persona, secondo una visione, ispirata agli antichi greci, che non separava l’arte dalla vita.

Possiamo considerare la danza una forma di contemplazione? Esiste un momento in cui il movimento diventa preghiera e la bellezza diventa esperienza del sacro?

Possiamo considerarla come una contemplazione in cui la vista e ciò che è veduto sono una cosa sola. Una vita non arrestata nella considerazione di sé, ma che vive proseguendo in sé e attraverso sé il movimento proprio della creazione. Pindaro vedeva la generazione delle Muse, e quindi della danza, come il compimento delle creazione, e in questo spirito interpreto Otto quando dice che nella danza l’uomo diventa «compagno delle essenze e delle potenze dell’essere». Parafrasando Rilke, Dio è l’altezza raggiunta dalla propria anima, e in questo senso raccolgo l’insegnamento di Grotowski sull’ arte come veicolo. La grande arte è in fondo questo: nel confronto, finanche nella lotta con la materia ascendere oltre sé; mi pare ovvio che per concepire e realizzare un capolavoro occorra aver attuato in sé quella altezza che la propria arte testimonia. Bach è stato quell’ infinito e struggente amore che sento nelle sue musiche per organo suonate da Albert Schweizer, e quindi anche Schweizer lo era, nel mentre le suonava. Michelangelo è stato la Cappella Sistina, e così via.

Amo l’arte in sé, ma ancor più quella particolare regione dell’essere dove l’arte mi conduce, una forma di oblio che è insieme attingimento di senso e partecipazione a una vita più piena.

Credo che fede sia anzitutto un’apertura dell’anima, una disponibilità ad accogliere la rivelazione del senso. Quel particolare movimento del corpo che è insieme porsi in ascolto nell’incontro col senso, è, credo, preghiera.

Nel pensiero di Otto la bellezza sembra possedere una funzione quasi teofanica, come manifestazione di una presenza superiore. Questa intuizione può ancora parlare all’uomo contemporaneo?

Credo di sì, e forse è perfino l’unica voce che può raggiungerlo e smuovere qualcosa in lui. Per Kafka l’arte era come una piccozza per rompere il muro di ghiaccio che è in noi. Dostoevskij vedeva nella bellezza il campo il cui Dio e il Diavolo si contendono l’anima dell’uomo. Così credo anch’io. Viviamo nella società dello spettacolo, dove tutto è cosmesi e rappresentazione. Le immagini che ci vengono proposte sono studiate per suscitare desiderio, solleticare le nostre facoltà più basse e produrre attaccamento, dunque alienazione. Ma ancora si incontrano immagini – naturali, musicali, artistiche, o anche uno sguardo amico e sincero –che interrompono il meccanismo sordo del quotidiano, così che, come diceva Campana, «del tempo fu sospeso il corso». Come fatta per un momento diafana, la realtà mostra allora l’altro lato, quello del senso, della bellezza, dell’amore, e chiama sulla via del ritorno.

Mons. Jean Marie Gervais ama ricordare la danza di Davide davanti all’Arca dell’Alleanza come immagine della gioia dell’uomo davanti a Dio. Quali punti di incontro vede tra la sapienza biblica e la riflessione di Otto?

La danza di Davide davanti all’Arca è un gesto gratuito di gioia e di lode davanti alla presenza di Dio. In questo senso vi è un punto di contatto profondo con Otto, per il quale la danza è in origine, dunque in essenza, un comportamento di tale natura.

Il pensiero di Otto è in sé distante dalla sapienza veterotestamentaria. Ma lo considero una lettura importante e rivelativa per un cristiano che viva la fede come un cammino autenticamente spirituale. Per molte ragioni, ma in particolare per l’accento che Otto mette su quel pregiudizio utilitaristico che condiziona l’uomo moderno, rendendolo incapace di riconoscere valore a ciò che non produce alcun vantaggio.

È lo stesso pregiudizio con cui Darwin ritrae la vita biologica: ragione dell’essere è la funzionalità, suo scopo la sopravvivenza. Una tale visione del mondo cancella Dio ed è il risultato della sua cancellazione. Secondo Dostoevskij tutto ciò conduce al cannibalismo. È il modello antropologico in cui è catturato il povero Raskolnikov, la cui esperienza più alta, nella sua febbricitante confusione, è «l’euforia dell’autoconservazione».

Il mondo della lotta per l’autoconservazione mi pare essere l’esatto opposto della vita spirituale. Credo quindi che dal confronto con lo sguardo critico di Otto, così permeato di un senso della divinità della vita e della prossimità del divino, possa trarre beneficio chiunque abbia interesse nella vita spirituale.

Nella tradizione cristiana il Verbo si è fatto carne. Come può il mistero dell’Incarnazione aiutare a comprendere la dignità spirituale del corpo umano e delle sue espressioni artistiche?

«Tutti i tuoi capelli sono contati» questo passo dai Vangeli è la miglior risposta. Per quando siano facili a diffondersi le tentazioni nichiliste, il corpo è testimonianza di un’intelligenza in atto che trascende l’intelligenza e la volontà individuali. Nessuno di noi conosce il numero dei propri capelli, eppure essi hanno un numero, né pensato né stabilito da noi. Noi non ci siamo voluti, ma siamo venuti alla vita, procedendo da una sapienza che ci precede, ci oltrepassa e ci innerva. Il mistero trinitario è il mistero della vita di ognuno di noi e insieme il movimento ontologico da cui procede la nostra vita. Questo mistero non si risolve, ma si può vivere in certi momenti di abbandono in cui cede lo scrutinio della volontà e il corpo incarna quel che doveva essere. Si è allora come una vela piena del suo vento, nulla in eccesso, nulla in difetto. Sono momenti di grazia, cui nulla sembra resistere, come se d’un tratto il mondo si fosse fatto una cosa sola. Nell’accadere di questi gesti si ha la sensazione di un completo accordo della capacità umana con una volontà che la precede e la muove dal di dentro, colmandola e illuminandola di spirito vitale. «Sia fatta la tua volontà», appunto.

Lei ha approfondito il patrimonio spirituale della Russia e dell’Europa orientale. Quale ruolo assume la bellezza nella tradizione delle icone, della liturgia e dell’arte sacra orientale?

Ha un ruolo fondamentale e fondante. La bellezza è testimonianza di verità.

La Cronaca degli anni passati (Povest’ vremennych let) racconta che quando il principe Vladimir era in cerca di una fede sotto cui riunire il popolo della Rus’, esaminò la religione musulmana, quella ebrea, la cristiana cattolica e quella ortodossa bizantina, e scelse di battezzare la Rus’ secondo quest’ultima per la bellezza dei suoi riti, testimonianza che «là [a Bisanzio] Dio con l’uomo coesiste».

Nel Settimo Sigillo di Bergman risuona la domanda «è possibile percepire Dio con i sensi»? Ecco, mi sembra che per l’Oriente cristiano la risposta sia sì. Fin dalla mia prima visita al Monte Athos, quando ero ragazzo, rimasi colpito e affascinato dalla differente presenza fisica del rituale ortodosso: l’incenso, il continuo movimento, circolare, in ogni direzione, fuori e dentro la chiesa, i canti meravigliosi, la simbologia teatrale della processione del Verbo dall’iconostasi, i fedeli che toccano e baciano le icone e i santi affrescati. Mi attrasse questa relazione quasi sensuale con il sacro, il rapporto fisico con la sua presenza.

In Russia mi hanno talvolta offerto da bere dell’acqua consacrata. Suona curioso, ma nelle chiese si trovano a volte colonnine di bicchieri di carta, per farsene un goccetto, durante la visita. Non c’è contraddizione tra il corpo e il sacro: in un corpo lo si incontra, attraverso il corpo, col corpo si ascende ad esso e con esso si mantiene il contatto.

L’icona è poi il segno per eccellenza della concezione ortodossa della bellezza come presenza del divino. Qui l’Ortodossia si fa custode di una sapienza greca altrimenti perduta in Occidente, ovvero che la bellezza sia manifestazione sensibile di una realtà oggettiva. È il riflesso sensibile di una realtà oggettiva non temporale, non la creazione di un artista individuale; non chiede consenso, non la attesta il mercato, essa è.

In un mondo segnato da conflitti, divisioni e smarrimento culturale, la bellezza può ancora diventare una lingua universale capace di unire gli uomini?

La bellezza è l’apparire dell’universale in forma sensibile. Unisce e chiama a sé come il primo tepore del sole alla fine di un inverno.

Come scrive Giordano Bruno negli Eroici furori, la luce della bellezza «sempre batte a porte de nostri sensi et altre potenze appercettive». Nella più completa distopia del romanzo 1984, le forze più sovversive rimangono l’amore e la percezione della bellezza. Sono esse, nonostante le privazioni materiali e spirituali, a conservare e custodire la dignità dell’uomo, la scintilla divina presente in lui, se vogliamo.

Anche sui fianchi bruciati di lava del vulcano fiorisce la ginestra. Dante comincia il suo cammino di rivelazione smarrendosi. L’Italia ha dato i frutti più superlativi del suo genio artistico in epoche di feroci scontri e tirannidi, e spesso le vite dei suoi grandi artisti, filosofi e poeti sono state segnate da emarginazione, persecuzioni, miseria e anche delitti.

La sofferenza, le difficoltà, sono spesso momento di rivelazione. A ogni epoca le sue sfide e le sue difficoltà, a ognuno il suo punto di partenza.

Menade danzante, copia romana in marmo da un originale di Skopas (ca. 330 a.C.), Albertinum, Staatliche Kunstsammlungen, Dresda.

Quali prospettive di collaborazione culturale e spirituale l’hanno spinta ad aderire all’Associazione Tota Pulchra? Quale contributo desidera offrire alla missione di Tota Pulchra nel promuovere la Via Pulchritudinis come cammino di dialogo, evangelizzazione e fraternità tra i popoli?

Sento molto vicino il tema del valore spirituale dell’arte e della bellezza. Questo rappresenta una tradizione che ha sostenuto a lungo la storia artistica dell’Europa e non solo, ma negli ultimi anni, nell’epoca della “dittatura della luce piatta di Netflix”, mi sembra venga dimenticata. È questa l’epoca in cui il poeta ha perso l’aureola, come lamentava il grande Baudelaire. Ma sono convinto che sotto le ceneri dell’iperindividualismo e iperrealismo, che a null’altro rimandano se non a se stessi, vi sia ancora la brace del senso per il bello, la capacità di cogliere quelle «piaghe di eternità» (Giordano Bruno) che risvegliano nell’uomo il desiderio e la capacità di andare oltre sé. Se insieme a Tota Pulchra potrò talvolta soffiare su queste braci, per manterle vive (a cominciare da me stesso!), ne sarei onorato.

Come descriverebbe il suo incontro con Mons. Jean Marie Gervais e il dialogo nato attorno ai temi della bellezza, della cultura e della dimensione spirituale dell’arte?

Ho trovato in Mons. Gervais una personalità aperta e originale. Abbiamo passato molte ore a conversare, nelle quali ha condiviso generosamente il suo punto di vista su molti aspetti della vita spirituale, sociale e politica, nonché sul valore fondante dell’esperienza del bello. Custodisco la sua fiducia e questa condivisione, per le quali ancora lo ringrazio.

Quale messaggio desidera rivolgere ai giovani artisti che cercano, attraverso la loro creatività, di rendere visibile l’invisibile e di trasformare la bellezza in servizio all’uomo?

Anzitutto, porsi in ascolto della propria voce interiore. C’è. Anche se coperta da assordanti rumori mentali, preoccupazioni e affetti di ogni sorta, c’è, ed è ciò che definisce l’individualità del proprio cammino. Anche quando urla dal di dentro, la sua voce risuona flebile, appena percettibile, ma è la più sicura guida che conosca.

Credo sia importante anche lavorare alla propria opera custodendone il motivo iniziale di fatto personale, vocazione che chiama al compito disinteressato di costruire la persona che già si è. «Come si diventa ciò che si è», è il sottotitolo di una grande opera di Nietzsche. Carmelo Bene parlò di «reclamare se stessi». «Non lasciarti mai intralciare da preoccupazioni artistiche» è il consiglio che Bruce Chatwin ricevette in gioventù. Ovvero non lasciare che le aspettative altrui o le regole esteriori di una qualche poetica soffochino il soffio creativo che opera in noi, come «la forza che nella verde miccia spinge il fiore» (Dylan Thomas)

Dunque custodire sempre l’aspetto disinteressato del fare creativo, anche quando fatto per ineludibili finalità pratiche. Un grande poeta, il regista Andrej Tarkovskij scrisse: «Il senso dell’attività umana non consiste forse nella creazione dell’opera d’arte, nell’atto creativo, insensato e disinteressato? Non è forse anche questa una prova che siamo stati creati a immagine e somiglianza di Dio, ossia atti alla creazione?»

La storia della civiltà insegna che le grandi culture nascono quando l’uomo alza lo sguardo oltre sé stesso. La bellezza autentica compie precisamente questo miracolo: ci strappa alla superficialità, ci invita alla contemplazione e ci conduce verso ciò che è più grande di noi.

Tota Pulchra continua il proprio cammino nella convinzione che la Via Pulchritudinis sia una delle strade più feconde per il nostro tempo. In un mondo spesso dominato dalla fretta, dal rumore e dalla frammentazione, la bellezza restituisce unità, armonia e speranza.

Anche la danza, quando nasce dalla verità del cuore e dalla dignità della persona, torna ad essere ciò che era alle sue origini: un linguaggio universale dell’anima, un canto silenzioso del corpo, una celebrazione della vita e, talvolta, una misteriosa anticipazione dell’incontro con il divino.

Perché là dove il bello si manifesta nella sua autenticità, il cuore umano percepisce che esiste una realtà più alta da cercare, da amare e da contemplare. Ed è proprio in questo spazio di stupore che l’arte, la cultura e la fede possono nuovamente incontrarsi.

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