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Il peso sconvolgente del nostro doppio: “Il Nemico Identico” di Alfonso Sciara. Intervista esclusiva all’artista

Un editoriale ed intervista di Francesco Rizzo

Siamo sprofondati in un’epoca di asfissiante, insopportabile leggerezza. Viviamo immersi in una società liquida, perennemente connessa ma disperatamente isolata, dove tutto scorre, muta, si dissolve e svanisce nel vuoto cosmico di uno spazio digitale misurabile solo in battiti di ciglia e scorrimenti di pollici. Abbiamo smarrito la gravità delle cose, il senso del peso, la consistenza tattile della fatica. Eppure, in questo deserto di simulacri immateriali, c’è ancora chi ha l’ardire, il fegato e il talento di appesantire la realtà. Di ancorarla ferocemente al suolo. C’è chi usa le mani per forgiare la materia, costringendoci a fermarci, a respirare, a fare i conti con la nostra ombra più oscura e ingombrante. Alfonso Sciara, un vero e proprio scultore non solo di materia ma di abissi psicologici, si prepara a scuotere fin dalle fondamenta la scena artistica contemporanea. E lo fa con un’opera che non è semplicemente da guardare, ma da subire. La sua ultima creazione è stata ufficialmente selezionata per la prestigiosa IX Edizione della Biennale di Chianciano, un appuntamento imperdibile che si terrà a Chianciano Terme, nel cuore pulsante della Toscana, dal 15 al 29 agosto 2026. Sciara approda a questo appuntamento con un’opera che rappresenta un autentico, violento pugno allo stomaco filosofico: Il Nemico Identico. L’ispirazione viscerale per questa scultura magistrale affonda le sue radici direttamente nel pensiero titanico di Friedrich Nietzsche, prefiggendosi l’arduo compito di dare una forma visiva, tangibile e drammatica a una delle riflessioni più scomode, taglienti e ineludibili del filosofo tedesco. Si tratta dell’idea folgorante secondo cui il pericolo più grande, letale e insidioso per ognuno di noi non provenga quasi mai dall’esterno, dal mondo ostile o dagli altri individui, ma si annidi, silenzioso e spietato, dentro i meandri della nostra stessa mente. Come ci ricorda la celebre e spietata massima nietzschiana posta a fondamento dell’opera: “Il peggiore nemico che puoi incontrare, sarai sempre tu per te stesso”. Con questa sentenza, il filosofo ci sbatte in faccia un’amara verità: siamo perennemente noi i primi, e spesso gli unici, a ostacolarci, paralizzati e sabotati attraverso le nostre paure più inconfessabili e le nostre insicurezze più profonde.

 

Per plasmare questa vertigine identitaria, Sciara compie una scelta materica che è tutt’altro che casuale o puramente estetica: l’utilizzo dell’ottone lucido. Questa decisione è concettualmente perfetta per narrare un simile dramma interiore, perché la superficie metallica, levigata fino all’ossessione, riflette e contemporaneamente deforma la luce circostante e lo spazio. Si tratta di una metafora materica potentissima: esattamente come l’ottone piega i raggi luminosi, i nostri pensieri ossessivi e le nostre paranoie finiscono inesorabilmente per deformare la realtà oggettiva che ci circonda. Piazzandosi davanti all’opera, si viene immediatamente investiti da una rivelazione: si coglie subito, con un brivido freddo lungo la schiena, che la possente figura umana ritratta non sta affatto ingaggiando una lotta epica con il resto del mondo, né con dei nemici esterni. Al contrario, la figura sta consumando un enorme, logorante sforzo fisico e mentale nel disperato tentativo di sorreggere un peso spaventoso che, tragicamente, ha creato da sola: il peso opprimente, schiacciante e letale dei propri dubbi. Il vero colpo di genio, l’apice del disorientamento concettuale che l’artista ci regala, risiede però nella diabolica illusione ottica generata dalla maschera. Quando ci si pone di fronte alla scultura, osservandola frontalmente, quel volto teso sembra essere a tutti gli effetti la vera faccia dell’uomo, ma si tratta di un sublime e doloroso inganno. Questo dettaglio cruciale e perturbante rappresenta visivamente la nostra più profonda e insanabile scissione interiore. La faccia rivolta orgogliosamente in avanti, quella che si offre allo sguardo, è semplicemente l’immagine pubblica, la facciata rassicurante e costruita che mostriamo quotidianamente alla società. Di contro, la faccia speculare, quella rivolta all’indietro e fusa nella stessa prigione metallica, incarna il volto nascosto, intimo e sofferente che ci tormenta spietatamente quando cala il sipario e rimaniamo soli con noi stessi. L’autore ci suggerisce, con una brutalità quasi poetica, che arriviamo a identificarci in modo così totale e patologico con le nostre maschere, con le finzioni che mettiamo in scena e con i limiti che ci auto-imponiamo, da dimenticare drammaticamente chi siamo davvero sotto quella superficie lucida. L’immobilismo innaturale delle braccia tese della statua urla silenziosamente tutta la fatica spaventosa di questo scontro intimo e perenne. L’opera certifica che siamo inesorabilmente costretti a convivere ogni singolo giorno con questo “nemico identico” a noi stessi, un parassita dell’anima che porta il nostro stesso nome. Eppure, dal fondo di questa disperazione d’ottone, emerge un potente messaggio di speranza: l’unico modo per essere davvero liberi dalle nostre catene, per ritrovare l’essenza perduta di se stessi e accettarsi pienamente, è smettere di correre, smettere di fuggire, e trovare finalmente il coraggio titanico di guardare in faccia, senza sconti, le nostre fragilità. Per tentare di comprendere cosa si agiti realmente sotto la superficie specchiante di quel metallo, ho voluto incontrare di persona Alfonso Sciara. Volevo guardarlo negli occhi e affrontare con lui, senza filtri o convenevoli, i demoni che animano il suo complesso processo creativo.

A Tu per Tu con il “Nemico”. L’intervista ad Alfonso Sciara

Rizzo: Sciara, mettiamo subito le carte in tavola. Guardando la tensione muscolare del suo Nemico Identico, si avverte una spossatezza che trascende la filosofia. Si percepisce una lotta estenuante, un corpo a corpo barbaro, non solo sul piano concettuale, ma disperatamente fisico con il materiale che lei ha scelto di dominare, o forse da cui si fa dominare. Che rapporto c’è, nel fondo della sua anima di scultore, tra l’impenetrabilità della materia e il dramma stesso dell’esistenza?

Sciara: “Il metallo, il vetro non sono mai neutri. Hanno una memoria propria, vengono dal fuoco, dalla terra, dalla mano dell’uomo e portano il peso del passato, quello che erano. Quando lavoro il metallo o il vetro, non sto semplicemente dando forma a un’idea: sto interrogando la materia sulla sua resistenza all’oblio, a diventare altro. L’esistenzialismo mi ha insegnato che l’uomo è gettato nel mondo senza un senso prestabilito. La materia è la stessa cosa: è lì, grezza, indifferente. Il senso lo costruiamo noi, nel corpo a corpo con essa.”

Rizzo: Costruire senso in un mondo che sembra godere della sua totale indifferenza è un fardello, una responsabilità enorme per un artista contemporaneo. Lei scolpisce. In un mondo che cancella, lei incide. In un mondo che dimentica, lei fissa nel metallo. Come vive il momento esatto, l’istante fatale della creazione? È un atto di suprema liberazione narcisistica o una condanna senza appello a dover giustificare il proprio passaggio su questa terra?

Sciara: “Ogni scultura nasce da una scelta radicale: potrei non farla. Questa consapevolezza non mi paralizza, al contrario, mi responsabilizza. Sartre diceva che siamo condannati ad essere liberi. Io aggiungerei: e condannati a lasciare traccia. La scultura è la mia risposta all’angoscia dell’esistenza: non la nega, la abita. Ogni colpo, ogni saldatura, ogni superficie è una decisione che non posso delegare a nessuno, lascio al caso “all’imponderabile” regalare un ulteriore segno a cui dare significato.”

Rizzo: Parlare di “lasciare traccia”, al giorno d’oggi, suona quasi come un atto eversivo, una bestemmia nel tempio del consumo rapido. Il tempo, oggi, è una belva feroce che divora ogni cosa. La sua scultura andrà a Chianciano, sfiderà i secoli futuri con la prepotenza del suo ottone, mentre noi là fuori continuiamo a bruciare le nostre vite in istanti privi di valore. Qual è il senso profondo, la vera utilità della permanenza di un’opera d’arte nell’era della disintegrazione dell’attenzione?

Sciara: “Viviamo in un’epoca ossessionata dall’effimero, immagini che durano secondi, attenzione che si misura in scroll. Il metallo e il vetro sono la mia risposta silenziosa a tutto questo. Durano secoli. Ma non per sfidare il tempo ma per dialogarci. Le mie opere non vogliono essere monumenti, vogliono essere domande congelate nella materia. Domande sull’essere qui, adesso, in questo corpo, in questo momento storico.”

Rizzo: “Domande congelate”. Un’immagine superba. Ma le domande impongono delle risposte, o quantomeno il tormento del dubbio, a chi osserva e deve in qualche modo sciogliere quel ghiaccio mentale. O forse no, forse il tormento basta a se stesso. Mi dica la verità: cosa pretende, in fondo, cosa esige da chi si troverà di fronte al suo inganno di maschere, al suo “Nemico Identico”, passeggiando per i padiglioni di Chianciano Terme?

Sciara: “Non mi interessa che il pubblico ‘capisca’ le mie opere nel senso intellettuale del termine. Mi interessa che le senta, che si trovi davanti a qualcosa che lo costringe a fermarsi, a fare i conti con la propria presenza fisica nello spazio. La scultura occupa il mondo come lo occupiamo noi: ha volume, peso, ombra. Quando una persona si muove attorno a un mio lavoro, sta compiendo un atto esistenziale senza saperlo.”

Appunti imprescindibili per la visione

Per chiunque, tra i lettori, si sentisse pronto a compiere questo doloroso ma necessario “atto esistenziale” di persona, abbandonando le comodità rassicuranti dello schermo per affrontare il peso opprimente della verità materica, ecco le coordinate esatte. Segnatele. Andate a confrontarvi con i vostri fantasmi di ottone lucido:

  • L’Artista: Il demiurgo di questa visione è Alfonso Sciara, le cui opere e riflessioni sono ulteriormente esplorabili visitando il sito www.alfonsosciara.com.

  • L’Opera in Mostra: Il capolavoro che vi costringerà a distogliere lo sguardo per l’imbarazzo e poi a fissarlo di nuovo: Il Nemico Identico.

  • L’Evento Ospitante: La prestigiosa e irrinunciabile IX Edizione della Biennale di Chianciano.

  • Il Luogo: La cittadina di Chianciano Terme, incastonata nei paesaggi della Toscana.

  • Il Periodo: Un pellegrinaggio d’arte da compiere rigorosamente dal 15 al 29 agosto 2026.

Un atto esistenziale. Forse è esattamente e disperatamente questo ciò che ci manca in modo cronico, mentre scivoliamo compulsivamente, anestetizzati e ciechi, sulle superfici piatte e sterili dei nostri innumerevoli display. Ci manca il coraggio di fermarci. Di soppesare la gravità del nostro spazio nel mondo. E magari, se ne avremo la forza, di trovare il fegato necessario per svelare l’inganno e guardare dritto negli occhi il mostro che respira nascosto dietro la nostra inossidabile, pesantissima maschera.

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