Un percorso artistico nato dalla fotografia analogica, sviluppato attraverso la ricerca geometrica, il collage e la fotopittura dinamica, e arricchito da esperienze familiari, formative e spirituali. In questa intervista Andrea Bevilacqua ripercorre le tappe principali della sua attività, soffermandosi sulle influenze ricevute, sui temi delle sue opere e sul rapporto tra tecnica, memoria e visione interiore.
1. Come è iniziata l’attività artistica di Andrea Bevilacqua?
Già durante gli anni della scuola media avevo organizzato in cantina la mia prima camera oscura fotografica, acquistando al mercato di Porta Portese un primordiale ingranditore fotografico russo “a cipolla”. In seguito mio padre, l’architetto Giovanni Bevilacqua, mi aiutò fornendomi varia attrezzatura, come filtri per obiettivi, esposimetri e vaschette per le emulsioni della carta fotografica.
La mia prima macchina fotografica fu una Praktica VLC 2 a pozzetto verticale, della fabbrica tedesco-orientale Pentacon. Dal dopoguerra, infatti, gli obiettivi con ottica Zeiss erano costruiti nelle fabbriche tedesche occidentali. I miei genitori mi procurarono così alcuni obiettivi Vivitar e due grandangoli da 28 mm e 20 mm.
In seguito acquistai un potente ingranditore DURST 605 per stampe in bianco e nero, costruito in Alto Adige, nella fabbrica di Bressanone. Attualmente utilizzo anche il programma Photoshop, ma non c’è paragone con i rendimenti tonali delle tecniche tradizionali.
2. Quale ruolo ha avuto il Pantheon nella formazione della sua ricerca geometrica?
Forse bisognerebbe dire: quale ruolo ha avuto mio padre, l’architetto Giovanni Bevilacqua, nella formazione della mia ricerca geometrica? Mio padre era professore universitario e insegnava Disegno geometrico presso la cattedra di Storia e Stili dell’Architettura dell’ingegner Vincenzo Fasolo e dell’architetto Marcello Piacentini, alla Facoltà di Architettura di Valle Giulia. Successivamente insegnò Disegno tecnico presso gli Istituti Enrico Fermi e Galileo Galilei di Roma.
Inutile dire ciò che accadde quando gli mostrai la mia prima fotografia del timpano del Pantheon rovesciato. Era qualcosa di più di una semplice ricerca geometrica sul tempio di tutti gli dèi, e solo proseguendo il mio lavoro ho potuto mettere a fuoco la definizione dei miei assemblaggi fotografici.
Si prospettava così un cambiamento di percorso: dai primi disegni ambigui di Leonardo da Vinci e Botticelli alle tavole del test del dottor Hermann Rorschach, dove non esiste una risposta giusta o sbagliata. A un certo punto i miei collage fotografici non erano più simmetrici, ma divennero dinamici; quasi sempre il Pantheon resta riconoscibile. In seguito intervenni con colori acrilici sulla carta fotografica e chiamai il risultato fotopittura dinamica, realizzata con metodi manuali.

3. Quali sono le principali composizioni artistiche citate nella biografia?
Inizialmente i miei collage fotografici archeo-artistici erano semplici, e questo particolare stile prosegue anche nelle opere successive.
Enigma è un’opera che ritrae il Pantheon e ha ricevuto il trofeo Medusa Aurea, 42ª edizione, dalla A.I.A.M. – Accademia Internazionale Arte Moderna, presieduta dalla dottoressa Franca Di Furia, con il 2° classificato nella sezione fotografia.
Mithos è la prima fotopittura dinamica, un quadro complesso al quale l’Accademia Italia in Arte nel Mondo – Lecce, nell’ambito della Biennale Universale di Arti Visive, ha conferito l’Alto Riconoscimento d’Arte – Premio Ulisse Re di Itaca, Odissea, metafora del viaggio della vita.
Seguono altre fotopitture dinamiche, tra cui Il fuoco dell’Anima, a cui è stato conferito dall’Accademia Italia in Arte nel Mondo – Lecce, Biennale Universale di Arti Visive, l’Alto Riconoscimento d’Arte – Premio Michelangelo Buonarroti.
4. Quali temi e tecniche caratterizzano le opere figurative e religiose dell’artista?
La definizione di architetto come “playmaker del territorio”, scritta dallo storico dell’arte contemporanea Piermarco Parracciani, si integra in vari aspetti della mia vita: ciò che osservo e vivo mi viene spontaneo applicarlo nelle possibilità artistiche, tecniche e letterarie che ho intrapreso.
Purtroppo da giugno 2024 ho avuto problemi di salute e ho attraversato un percorso difficile, segnato da cure sanitarie e riabilitative. La dedizione a Maria mi ha aiutato a proseguire, nonostante le difficoltà. In senso espressivo, ho voluto dedicare un ringraziamento alle persone che hanno accompagnato la mia guarigione: medici, infermieri, terapisti e a chi si è preso cura di me.
Ricordo volentieri anche il restauro delle Edicole Sacre del Giubileo del 2000 e, idealmente, ho disegnato ad acquerello un ritratto di Maria, dove i gigli bianchi sono il segno delle mie mani che, nonostante la debolezza, desiderano ancora donare bellezza e purezza, simbolo di candore secondo la tradizione cristiana. Sul fondo d’oro ho dipinto la corona con dodici stelle che richiama la donna dell’Apocalisse. La Madonnella ha un volto essenziale, infantile, e suggerisce tenerezza.
Lo stile del dipinto è pulito e i colori sono vivaci: è un’icona. Oppure, direi, un enigma, come scriveva Amedeo Modigliani: “Dipingero gli occhi quando conoscerò la persona ritratta”.

La croce sommersa ha avuto un proprio iter espositivo museale ed è soprattutto un elaborato tecnico, un progetto ambizioso. Il collage fotografico ha come soggetto figurativo i pennoni e le vele della nave su cui ho navigato: decontestualizzati, assumono il significato di una croce di Sant’Andrea sotto le onde.
Un altro crocifisso subacqueo in acciaio nei laghi del Lazio, dopo quello di Fibreno?
5. In che modo la famiglia e gli studi letterari hanno influenzato il percorso creativo di Andrea Bevilacqua?
Durante gli studi artistici lavorai per un breve periodo presso i Musei Vaticani come custode: ero estremamente interessato a osservare le opere d’arte per ore e ore.
Essendo di stanza al Museo Pio-Clementino, non potevo non ammirare la statua mitologica del Laocoonte, il sacerdote troiano che tenta di salvare i figli adolescenti dai serpenti marini inviati da Athena. Ne rimasi profondamente impressionato.
Terminati gli studi liceali, conobbi al Collegio Nazareno il sacerdote scolopio padre Vincenzo Lai, preside e professore di Italiano; fu così che in seguito insegnai in quella prestigiosa scuola alle classi medie.
I miei due zii, i professori di italiano Lina Delfini e Pellegrino Galasso, detto Rino, originario di Chianche, in provincia di Avellino — nome che indica le pietre delle strade romane — mi accolsero da adolescente e, terminato l’orario scolastico, mi preparavano un pasto aiutandomi poi a studiare nel pomeriggio.
La loro vita seguì da vicino la storia d’Italia. Mia zia Lina inizialmente insegnò in Sardegna; mio zio Rino, tra i due conflitti mondiali, quale tenente di artiglieria, era comandante del villaggio Balilla di Como, sulle Alpi dette del Viceré: oltre trecento erano i figli minorenni degli italiani all’estero sotto la sua responsabilità.
Era il 1935, quando a Como si costruivano le prime due riconosciute architetture razionaliste moderne: la Casa del Fascio e il Novocomum.
Negli ultimi tempi i miei zii insegnarono presso l’Istituto San Luigi Orione. Andavo talvolta a trovarli, e così conobbi don Terenzio Pagella, che, nonostante avesse un cognome capace di intimorire gli alunni, era una persona buona e gentile.

