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Era Beirut, era Damasco

©️patrick pascal

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Il tempo non era lo stesso. Diecimila anni di storia avevano insegnato a adeguarsi ad altri ritmi, ad altre esigenze e gerarchie di priorità.

A Damasco, il tempo non era lo stesso. Diecimila anni di storia avevano insegnato a adeguarsi ad altri ritmi, ad altre esigenze e gerarchie di priorità.

Come all’ombra delle alte mura delle case damascene della città vecchia, cullati dallo zampillare dell’acqua della fontana centrale del cortile interno, al calar della notte ci si scambiava parole per l’eternità. L’essenziale era lì, in quello scambio concreto, apparentemente banale, ma in fondo solenne. Era il linguaggio dell’amicizia per sempre.

Il primo viaggio, partendo dalla penisola arabica, era preceduto da una tappa a Beirut. I quartieri occidentali, la Corniche, il faro, i bagni militari, luoghi noti alla storia e all’attualità, luoghi mitici e teatro anche di drammi più recenti, quelli della guerra civile. L’intero Mediterraneo era lì, in sintesi: luogo di vita opulenta offerto dagli elementi stessi, ma dal destino tragico; il fatum della tragedia greca: l’esito della storia era noto in anticipo, ma un morboso voyeurismo si sarebbe dedicato a osservare come gli esseri umani reagissero di fronte alle ineluttabili concatenazioni degli eventi. Beirut era una sorta di masso di Sisifo del buon vivere, delle ambizioni e del piacere, un miracolo di rinascita permanente. Il comfort della corniche, gli spazi ampi, la decorazione ricca e voluttuosa delle abitazioni, facevano rivivere una sorta di orientalismo risvegliato, ci ricordavano i nostri sogni. La morte di Sardanapalo confinava con il modesto ristorante antiquato ma delizioso della “fidanzata del mare”.

Il cammino verso Damasco, partendo da quel paradiso perduto o minacciato, era un’ascesa, un viaggio iniziatico. Dopo il quartiere del palazzo presidenziale di Baabda, sulle alture di Beirut, da cui si dominava il mare circondato da cime talvolta innevate, tutto cambiava definitivamente, dopo aver attraversato la pianura della Bekaa, in piazza degli Omayyadi, vero e proprio ingresso nel paese dello Sham. I quartieri di Malki e Raouda precedevano le moschee ottomane progettate dall’architetto Sinan e i loro giardini; poi, più avanti, la città vecchia e il suo quartiere cristiano, con i suoi meravigliosi palazzi spesso così discreti, così segreti. All’uscita dal souk di Hamidiyé, dopo aver superato la cittadella e le sue mura, si imponeva l’incomparabile moschea degli Omayyadi, ma anche la via Recta romana e la presenza eterna di Paolo di Tarso, ebreo di Cilicia, e della sua conversione.

Queste ricchezze storiche, culturali e umane plasmavano una forte identità araba, incomparabile, inevitabilmente ed eternamente militante; determinavano anche guerre senza fine, dando la sensazione di una nazione uscita dalla Storia, risucchiata in una spirale di distruzione, lontana dagli echi del mondo (…)

► Patrick Pascal, Le Long des Failles (in uscita nel 2026)

 

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