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Sono esistiti uomini di cultura che, forse meglio di altri, hanno rappresentato la crisi della modernità. Sono varie personalità che hanno attraversato l’Ottocento e il Novecento. Pur essendo molto diversi, esiste un filo conduttore che collega tra loro Luigi Pirandello, Friedrich Nietzsche, Oscar Wilde, Gabriele D’Annunzio, Eugène Ionesco. La crisi viene dichiarata per la prima volta da Friedrich Nietzsche: “Dio è morto” è la sentenza che apre il Novecento. Con queste parole Nietzsche abbatte i valori assoluti su cui poggiava la modernità ottocentesca. L’uomo si ritrova solo, senza Dio e senza verità date, con il compito di creare nuovi valori. Nasce così l’idea dell’oltreuomo, colui che non attende più salvezza dall’esterno ma si fa legislatore di sé stesso.
Nietzsche, rivelando che nella società «Dio è morto» e sopravvive solo come convenzione sociale, come parvenza, uccide la maschera più grande: i valori, ormai ridotti ad abitudine. Lascia nudo l’uomo della sua epoca e dice: «Ora che hai compiuto il tragico parricidio, crea tu i tuoi valori». Nietzsche non canta il trionfo dell’ateismo. Si rivolge agli uomini che hanno compiuto il delitto e parla di angoscia: senza Dio, l’uomo si ritrova senza punti fermi, nel nichilismo.
Pirandello uccide un’altra maschera: quella che molti credono il proprio «io». Avverte che ogni uomo è cento maschere sociali e che talvolta nessuna è la vera. Constata che ogni uomo è entrato talmente bene nel recitativo del proprio ruolo che, oltre a ingannare il prossimo, inganna anche sé stesso.
Ionesco, ne «Il rinoceronte», uccide anche la maschera dell’uomo razionale. L’assurdo entra in casa e nessuno se ne accorge. La tragedia è che chi non diventa rinoceronte resta solo contro tutti. La solitudine sarebbe il prezzo da pagare per conservare la ragione.
Wilde lo dice chiaramente: «Il disaccordo è il marchio della libertà». Il conservatore vuole accordo, ordine, consuetudine. L’aristocratico dello spirito vuole disaccordo, stile, creazione, trasforma il crollo in estetica. Se non resta Dio, resta la bellezza.
Baudelaire è un caso esemplare: aristocratico, dandy, nutre un forte disprezzo per la folla e per il progresso. «La folla è odiosa», diceva. Cercava il Bello assoluto, raro, anche se dannato. Non era certo un conservatore e fu processato per I fiori del male. Disprezzava la morale borghese del suo tempo.
Poi c’è D’Annunzio: temperamento aristocratico, esteta, dandy, culto del Bello e dell’effimero. Ma a Fiume ha fatto la costituzione più progressista d’Europa. Anti-imperialista, anti-borghese, rivoluzionaria.
Molti sembrano voler strappare la maschera per mostrare il vuoto che ogni uomo nasconde.
Pirandello: carattere aristocratico che si percepisce dal suo distacco ironico, guarda l’uomo dall’alto come se fosse una comparsa in scena. Ma ha smascherato l’illusione dell’io stabile e l’ipocrisia dei ruoli sociali, famiglia compresa. Un atteggiamento da rivoluzione esistenziale.
Per Nietzsche non ci sono fatti, solo interpretazioni. La verità è prospettiva.
Ionesco percepisce una realtà in cui i personaggi dicono frasi senza senso logico, con tono serissimo, e la mette in scena ne «La cantatrice calva». Rappresenta una società in cui la logica è morta. Resta solo il suono delle parole. Ma si capisce che, per Ionesco, non si tratta solo di suono e di teatro, ma che è vita reale messa in scena. Ionesco mostra le rovine del crollo. Se l’Io è frammento, il linguaggio è rottame.
Per Pirandello, una volta appurato che il vero «io» muore, può solo sorridere amaramente. L’umorismo viene in soccorso per tornare alla realtà.
Per Ionesco, il teatro dell’assurdo è comico e terrificante insieme perché il grottesco è sempre tragico. Se emerge la contraddizione, meglio sorridere.
Sono tutti figli della crisi della modernità, quando l’uomo capisce che non c’è più un centro. Né Dio, né Ragione, né stabilità. Quello che è definito «centro di gravità permanente» è la ricerca di un equilibrio interiore saldo e consapevole, che permette di non farsi sopraffare.
Ionesco comprende che la gente troppo spesso parla ma non comunica, perché le maschere sono ormai vuote. Nietzsche suggerisce di uccidere quelle maschere per non esserne schiavo.
Bérenger, il personaggio de «Il rinoceronte», è l’unico che non si trasforma e resta solo contro tutti. È una rivoluzione esistenziale assurda. E il suo passaggio al bosco richiama il concetto esistenziale di Ernst Jünger del «Trattato del Ribelle». Non si tratta di una fuga fisica, ma di una scelta interiore di resistenza contro l’omologazione, la massificazione.
Zarathustra di Nietzsche scende dalla montagna per insegnare all’uomo a superarsi: un tentativo di rivoluzione spirituale.
Nessuno di loro era un «conservatore» nel senso di «voglio che resti tutto com’è». Erano tutti rivoluzionari. Ma la rivoluzione spaventa, e allora la cultura ufficiale li ha incasellati come fascisti, anarchici, irrazionali, pessimisti. Poi arriva Lukács e distribuisce etichette di irrazionalismo come fossero una nuova stella di David, un simbolo di infamia e di segregazione.
L’etichetta di «irrazionalista» viene affibbiata a coloro che hanno messo l’Istinto sopra la Ragione. Anche Ionesco meriterebbe la stella di irrazionalista per via dell’assurdo. E questo anche se non era un conservatore: «Il rinoceronte» è un attacco al conformismo e avverte che, se segui la folla, diventi bestia. «Irrazionalista» perché ha ucciso la logica in scena.
Ognuno attacca la «bugia dominante» del proprio tempo.
Prendiamo D’Annunzio, uno dei principali imputati dalla cultura dominante. Il poeta è la prova che le etichette «destra, sinistra, conservatore» nel Novecento erano veramente strette. A Fiume, nel 1919-1920, non fa il «poeta conservatore». Fa invece il regista di una vera rivoluzione. Fiume è stato un laboratorio punk ante litteram. Quello che viene organizzato nella Reggenza del Carnaro non è un governo, è una performance politica totale.
La Costituzione di Fiume, scritta con Alceste De Ambris, sindacalista rivoluzionario, prevede voto alle donne, 8 ore lavorative, welfare, diritti sociali. Nel 1920! Roba che l’Italia «conservatrice» si sognava.
Non dimentichiamo la Festa della rivoluzione antimperialista con sfilate, musica, orazioni dal balcone. Viene inventato il discorso urlato, il motto «Eja eja alalà». Il poeta lo aveva ripreso dall’urlo delle baccanti e da «alà», che nell’antica Grecia era il grido di battaglia rivolto agli dèi prima di uno scontro. Diffuso a Fiume, era stato concepito per i piloti prima delle battaglie aeree. L’occupazione è un rito anti-imperialista, una rivoluzione per liberare ogni popolo oppresso.
Nessuno era «conservatore»: D’Annunzio, Nietzsche, Pirandello, Ionesco… tutti avevano in comune il disprezzo per la borghesia grigia, per il «si è sempre fatto così». Nessuno voleva «conservare». Volevano tutti «creare». Solo che, per creare, occorreva prima distruggere. Dopo il ’45 è diventato comodo accusare di fascismo o dare del conservatore.
Nulla di storicamente più falso, perché D’Annunzio a Fiume era odiato sia dai conservatori liberali di Giolitti sia dai socialisti. Il fatto è che stava semplicemente «contro». Infatti i veri conservatori lo hanno preso a cannonate.
Fiume era un esperimento: nazionalista e libertario, un’anima esteta ma con sindacati al governo. Militare ma con una costituzione progressista. Un’alchimia ingestibile per le caselle. Quindi lo hanno inserito nella casella più vicina: «proto-fascista».
Esiste una differenza sostanziale. La differenza fra spirito aristocratico e spirito conservatore è notevole, anche se viene spesso confusa. Il secondo vuole mantenere l’ordine esistente. Al contrario, lo spirito aristocratico tende a realizzare un proprio ordinamento. Desidera l’aristos, il migliore, ciò che ritiene eccellente, non il più ricco. Il migliore nel gusto, nel creare valori. È odio per la mediocrità e il calcolo, non paura del nuovo.
Il caso di Baudelaire è emblematico: spirito aristocratico, disprezzo per la massa, disincanto per il progresso. Nietzsche, aristocratico, odiava la «morale da schiavi» della folla. Voleva superare quello che definiva «il troppo umano». Ionesco, dietro l’assurdo, nasconde un profondo disprezzo per la massa che diventa rinoceronte. Ma il messaggio è libertario e suggerisce di non seguire il gregge.
Un vero aristocratico dello spirito odia il conformismo, anche quello consumista, perché il conformismo è sempre sintomo di mediocrità organizzata.
Baudelaire lo dice chiaro: «Io odio il movimento che sposta le linee». Sarebbero coloro che usano alterare ogni concetto di bellezza ideale. Odiava sia i rivoluzionari da barricata sia i borghesi da salotto che amavano più la formalità della bellezza. Voleva stare sopra. Per queste ragioni Baudelaire, D’Annunzio, Ionesco, Nietzsche sembrano «di destra» ai socialisti e «di sinistra» ai conservatori. In realtà stavano mille metri sopra la battaglia. Guardavano e ridevano.
Oscar Wilde è stato l’esplosivo che ha fatto saltare in aria l’etichetta «aristocratico, conservatore». Dandy, disse: «Voglio essere l’uomo per cui niente è volgare». Aveva il culto del Bello, dell’Inutile, del gesto perfetto e, soprattutto, un grande disprezzo per la folla, per il commercio, per «l’americano medio» che misura tutto in dollari. Era dichiaratamente socialista nel pensiero. Nel 1891 scrive L’anima dell’uomo sotto il socialismo. Fece scandalo la sua concezione del socialismo: «Il socialismo non serve a “dividere il pane”, ma serve a liberare l’individuo».
Pensa che un uomo, finché è costretto a lavorare 12 ore per sopravvivere, non può creare arte, non può essere sé stesso. Il socialismo vero è quello che ti dà tempo libero per diventare unico, non per diventare uguale agli altri.
Chiama il suo particolare socialismo «il socialismo individualista». Suona come un ossimoro, ma non è l’individualismo dei diritti in voga attualmente. Si tratta dello spirito del socialismo aristocratico: io contro il gregge, ma il gregge va liberato dalle catene del lavoro per poter diventare un gregge di individui. È questo il filo che lo lega a Baudelaire, D’Annunzio, Nietzsche, Pirandello. Tutti e cinque hanno lo stesso DNA: aristocrazia dello spirito, detestano la mediocrità. Rivoluzionari per creare spazio dove l’eccezione può fiorire. Wilde è socialista perché odia il fatto che il povero non abbia tempo per essere artista, cioè dare respiro al proprio spirito e alla propria estetica.