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L’Altare, il grano e la pazienza di Dio. Commento teosofico alla dedicazione del nuovo Altare di Santa Elisabetta Chiesa del S.S. Crocifisso

Editoriale e trascrizione commentata a cura di Francesco Rizzo 

Il presente costituisce la trasposizione e l’analisi critica della liturgia di Dedicazione del nuovo Altare presso la Chiesa del S.S. Crocifisso a Santa Elisabetta (AG), celebrata ieri sabato 18 luglio 2026. Attraverso il metodo dell’esegesi testuale applicato all’oratoria sacra e all’eucologia, vengono riportate e analizzate tutte le parole pronunciate da S.E. Mons. Alessandro Damiano, Arcivescovo di Agrigento. L’approccio multidisciplinare adottato – che interseca liturgia, sociologia della religione, antropologia dello spazio sacro e critica sociale – restituisce la magnitudo di un evento in cui la materia inerte (la pietra) viene trasfigurata in Corpus Christi. Provo qui a commentare a caldo il testo omiletico e rituale di ieri sera, volto a indagare i temi della pazienza divina (la zizzania), la critica all’estetica borghese devozionale (il “kitsch” liturgico) e la fenomenologia del “bene silenzioso” nell’era dell’iper-visibilità.

I.  L’inizio dell’azione sacra e la memoria battesimale

L’azione liturgica ha preso avvio in un clima di densa e palpabile commozione comunitaria. La costruzione e la successiva dedicazione di un altare fisso non rappresentano mere incombenze architettoniche, bensì la rifondazione ontologica di una comunità. Il Vescovo, varcando le soglie della Chiesa del S.S. Crocifisso, ha immediatamente stabilito le coordinate teologiche dell’evento: non si tratta di inaugurare un manufatto, ma di costituire l’assemblea.

Rito di introduzione (S.E. Mons. Alessandro Damiano): «Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. La pace sia con voi. Carissimi, siamo qui riuniti nella gioia per dedicare a Dio questo altare con la celebrazione del sacrificio del Signore. Partecipiamo interiormente ai sacri misteri, ascoltando con fede la parola di Dio e comunicando alla mensa eucaristica; apriamo i nostri cuori alla speranza. Convocata per la Santa Assemblea intorno all’altare, ci accostiamo a Cristo, pietra viva, per crescere noi come tempio santo.»

Le parole d’apertura riflettono la purissima ecclesiologia del Concilio Vaticano II (cfr. Lumen Gentium). Mons. Damiano chiarisce subito che l’oggetto della consacrazione non è slegato dal soggetto celebrante: l’altare di pietra è il correlativo oggettivo dell’assemblea (“ci accostiamo a Cristo pietra viva per crescere noi come tempio santo”). Il Vescovo invita a una partecipazione “interiore” che superi il mero assistere spettatoriale, richiamando la dimensione escatologica della speranza. Si passa dunque al rito dell’aspersione, memoria del lavacro originale.

Mons. Damiano – Preghiera di Benedizione dell’Acqua: «Supplichiamo anzitutto il Signore Dio nostro, perché benedica quest’acqua con la quale saremo aspersi in segno di penitenza e nel ricordo del nostro battesimo… Padre Santo, luce e vita di ogni creatura, nel tuo immenso amore per gli uomini non solo li sostieni con la tua provvidenza, ma con l’effusione del tuo Spirito li purifichi dai peccati e li riconduci sempre a Cristo capo. Signore, nel disegno della tua misericordia hai voluto che l’uomo, per mezzo del lavacro del battesimo, muoia con Cristo e risorga innocente alla vita nuova, fatto membro del suo corpo ed erede del suo regno. Benedici e santifica quest’acqua che verrà aspersa su di noi e sul tuo altare, perché sia segno del lavacro battesimale che ci fa in Cristo nuova creatura e tempio vivo del tuo Spirito. Concedi ai tuoi fedeli qui raccolti intorno a questa mensa, e a quanti in futuro vi celebreranno i santi misteri, di giungere insieme nella Gerusalemme del cielo. Per Cristo nostro Signore.»

L’acqua è l’elemento primigenio, la materia prima dell’operazione alchemica-spirituale della Salvezza. Il Vescovo traccia una linea ininterrotta tra il peccato, la purificazione e la resurrezione. L’altare viene asperso prima di essere unto: come il catecumeno scende nelle acque battesimali prima di ricevere il crisma, così la pietra nuda subisce un processo di antropomorfizzazione mistica. L’altare viene “battezzato” insieme all’assemblea, ricordando che non vi è mensa eucaristica senza l’innocenza riacquistata alla fonte battesimale.

II. Il corpus omiletico. Spazio liturgico e critica del kitsch devozionale

Dopo la proclamazione delle Scritture (Libro della Sapienza, Lettera ai Romani e Vangelo di Matteo con le parabole della Zizzania, del Senape e del Lievito), l’Arcivescovo si è recato all’ambone. L’omelia, pronunciata a braccio con vigorosa parresia, rappresenta il vertice magisteriale della serata, snodandosi attraverso un parallelismo tra l’architettura fisica della chiesa e l’architettura morale della società.

Mons. Damiano – sull’Ecclesiologia e l’Architettura: «In questo edificio di mattoni… la vostra presenza, la nostra presenza prende forma in Chiesa. Il farsi Chiesa da parte di uomini all’interno di un edificio di mattoni. Abbiamo l’altare, insieme a un luogo da dove si proclama la Parola, e la Sede. L’altare è l’unico di questi luoghi che ha un’unzione di consacrazione. Ed è il centro dell’azione liturgica, dell’azione di grazie che si compie con l’Eucaristia. Perciò verso di esso si orienta lo sguardo dell’assemblea, dei fedeli, del sacerdote e dei ministri, convocati dalla Santa Trinità, come noi stasera qui intorno ad esso.»

Il pastore interviene qui come fenomenologo dello spazio sacro. L’edificio non è “chiesa” finché non vi è l’assemblea; i mattoni sono inerti senza il respiro umano. Damiano traccia la planimetria dogmatica del presbiterio delineando i tre poli: Ambone (Parola), Sede (Presidenza) e Altare (Sacrificio). Rivela un dettaglio dirimente: solo l’altare viene unto. Questa unzione cristica (Christos, l’Unto) fa della pietra una Persona.

Mons. Damiano – sul Simbolismo dell’Altare e il Bacio: «Il suo valore va oltre il valore artistico, un valore estetico; un valore espresso dai riti che nella dedicazione ne manifestano il senso. L’unzione con il sacro crisma… il primo segno è l’unzione. […] L’altare è preparato: è la mensa del sacrificio, lì ci si nutre del pane della vita, ci si disseta al calice della salvezza, lì risplende e si diffonde la luce che illumina tutti i commensali, familiari di Dio. La venerazione per l’altare: l’altare si bacia. All’inizio della celebrazione e alla fine della celebrazione. Come in famiglia, presso gli amici, ci si bacia quando si arriva e quando ci si saluta. Ma non lo sapete? Un bacio anch’esso porta la traccia del peccato: può essere un bacio di fedeltà, ma anche un bacio di tradimento; ce lo insegna attraverso una scena che conosciamo tutti (il riferimento è a Giuda, ndr). Con questa venerazione si rinsalda il suo legame con il sacrificio di Cristo, al quale sacramento si assume il Corpo di Cristo… in comunione con Lui. Potremmo dire: l’altare è Cristo. Sacrificio, ma anche mezzo di comunione.»

Qui l’oratoria vescovile si innalza a una vetta di struggente realismo antropologico. L’altare non è un palcoscenico, non è un pezzo di design. È il letto nuziale e il patibolo del Golgota. Il focus sul bacio è magistrale: la liturgia non è una fiaba rassicurante, è il dramma della salvezza dove si consumano tanto gli slanci di fedeltà quanto i tradimenti della natura umana. Il bacio all’altare condensa la tragedia di Giuda e la redenzione della Maddalena. L’altare accoglie su di sé il nostro tradimento e lo trasforma in comunione. Su di esso, come ricorda il Vescovo, «viene deposta l’offerta spirituale dei fedeli, il pane, frutto del lavoro del mondo».Il Vescovo passa poi a una pars destruens rivolta alla deriva devozionistica e piccolo-borghese che spesso affligge i nostri templi.

Mons. Damiano – sulla Prossemica e il Decoro dell’Altare: «C’è stato un tempo che l’altare era addossato alla parete, dove si andava a celebrare di spalle. Oggi è staccato dalla parete. Non per guardarci in faccia, non è questo il motivo. Ma per poterci girare attorno, circondarlo, incensarlo… collocato in modo da attirare l’attenzione. Quando entro in un edificio di culto lo devo vedere subito. […] A questo punto si capisce che non c’è rispetto, che non c’è decoro quando si mette di tutto sopra. Ogni tanto si trovano altari che sembrano comodini da notte. Si trovano altari che non si riconoscono. Perché mettiamo tovaglie in plastica, mettiamo fiori finti, mettiamo composizioni più grandi dell’altare stesso… Siamo bravi purtroppo a fare queste cose. […] E io scommetto che vi è capitato di trovare la lastra di vetro per evitare che si macchi, per evitare che cada una goccia! Come si fa trattoria, ci si mette la protezione. Perché vi dico queste cose? Perché si vedono!»

In queste frasi risiede una lucidissima critica sociologica alla desacralizzazione formale. La mentalità domestica (“l’altare comodino”, “la trattoria”, “il vetro anti-macchia”) è l’estremo tentativo della nostra società di addomesticare il sacro, di ridurlo a salotto confortevole. L’Arcivescovo tuona contro questo “kitsch” ecclesiastico: la Mensa di Cristo non teme le macchie, perché è fatta per accogliere il sangue dell’Agnello e il vino della letizia; le macchie d’olio o di cera sono i tatuaggi di una liturgia viva, non incidenti domestici da coprire col cellofan. Damiano ribadisce il significato teologico del coram populo: l’altare non è staccato dal muro per creare un palcoscenico orizzontale in cui il prete “ci guarda in faccia” (narcisismo clericale), ma per permettere che il Mistero sia il centro di gravità attorno a cui orbitiamo, in cui Cristo, e non l’uomo, sia il focolare visibile.

III. L’Ermeneutica della zizzania. Il mistero del male e la pazienza di Dio

Nella seconda parte dell’omelia, il tono si sposta dalla teologia liturgica a quella morale, commentando in modo penetrante il Vangelo del giorno (Matteo 13: la parabola del grano e della zizzania).

Mons. Damiano – sul Male nel Mondo e l’impazienza umana: «Ed è Gesù che ci parla dalla pagina del Vangelo. Che ci insegna la pazienza. E che pazienza. Dinanzi al male che dilaga di nuovo in questo momento, se ci fermiamo ad ascoltare i notiziari, ci viene da pensare: “Perché Dio non interviene? E dov’è Dio dinanzi a questo disfacimento? Perché non interviene?”. Gesù risponde a questa domanda raccontando del suo Regno, dove ha seminato il buon grano, ma anche della zizzania seminata dal nemico. Per cui i servi si chiedono: “Un nemico ha fatto questo. Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. E il Padrone risponde: “Lasciate crescere il grano e la zizzania insieme, per il rischio che strappando la zizzania non sradichiate anche il grano”.

Perché proprio così? Lo sapete, le radici arrivano ad aggredire e ad attorcigliarsi. Quindi, per tirare via la cattiva, ti porti via anche l’erba buona. Il rischio è che per togliere il male non si danneggi anche il bene. Ma siccome noi siamo impazienti… Il Padrone non è impaziente, per fortuna. Egli ricorda che al momento della mietitura la zizzania sarà divisa dal grano e sarà bruciata.»

Il Vescovo tocca il nervo scoperto della modernità: la teodicea, l’eterna domanda sul silenzio di Dio dinanzi alla tracotanza del male (mysterium iniquitatis). La risposta non è filosofica, ma agricola. Damiano fornisce una precisazione botanica che è una straordinaria metafora antropologica: il male e il bene, nell’uomo e nella società, non sono compartimenti stagni, ma radici attorcigliate. L’attitudine umana al giustizialismo sommario – il puritanesimo di ogni epoca – vorrebbe estirpare il male immediatamente, ma così facendo distrugge la complessità dell’umano. La tolleranza divina non è cecità, ma suprema pedagogia dell’attesa.

Mons. Damiano – sull’Applicazione Etica (Dalla Mafia all’autoanalisi): «Verrà un giorno di giudizio e non sarà come credono alcuni. La frase ci piace, tutti pensano agli uomini della mafia. Ed è giusto! Ma anche a se stessi bisogna pensare, che dappertutto c’è il male e non è che per alcuni si possa separare in un momento. È chiaro, Dio vuole guarirci dall’impazienza. Quando esplodono le nostre intolleranze, Egli ci invita a entrare nella pazienza dell’amore, verso la sua creazione, verso le sue creature. Questo è il segreto: un amore vero è sempre lucido ed efficiente.»

L’affondo sociologico è chirurgico e audace. In terra di Sicilia, pronunciare la parola “mafia” dall’altare ha un peso specifico immenso (in scia al monito di San Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi). Il Vescovo condanna senza appello il fenomeno mafioso come espressione apicale della zizzania, ma al contempo compie un ribaltamento prospettico: attenti a proiettare il male sempre fuori di noi, sempre sull'”Altro” (il criminale, il corrotto). La zizzania abita nel nostro intimo. Il giudizio spetta a Dio, la nostra vocazione è la conversione personale prima ancora della condanna altrui.

IV. La sociologia del “Bene Silenzioso” contro la società dell’apparenza

Le parole conclusive dell’omelia si innalzano come un manifesto contro le derive della società liquida e massmediatica contemporanea, quella che il filosofo Guy Debord definì la “Società dello Spettacolo”.

Mons. Damiano – contro la Società Vetrina: «Le azioni fatte per pubblicità o per una falsa emergenza sono sempre degradate. Gesù non cura malati e morti per fare spettacolo, dice: “Vai in pace”. L’occhio di Dio è paziente, vede un punto di vista diverso. Sta attento ai germogli di bene, di verità, di volontà, di amore che sono all’opera. Anche oggi, in mezzo a questo disfacimento di valori a cui stiamo assistendo, c’è gente che opera il bene sempre in silenzio.

Se Gesù si rifiuta di giudicare subito, è perché vede che in ciascun uomo c’è una promessa di speranza. Anche noi cristiani, se ci chiamiamo tali, dobbiamo avere questo punto di vista su ogni persona: non sparlare di persone, di fratelli, di ogni sorella, partendo dalla nostra cerchia familiare, dalle nostre amicizie, per arrivare alla società. C’è sempre una promessa di speranza…

(Citando Giovanni Paolo II): “Le vie dell’importanza sociale e dell’impegno sono nascoste nel mondo, ma senza dubbio ci sono e sono le più numerose. Sono uomini e donne che si donano animatamente al servizio delle loro famiglie, dei fratelli e dei poveri; ci sono quelli che trovano la forza di sorridere nel loro cammino quotidiano. Ci sono contemplativi e contemplative che vivono nella solitudine orante. Sono coloro che hanno giocato, senza apparenza, per lo sviluppo della storia del mondo”.

Noi siamo un mondo che vive di apparenza. E dimentichiamo il silenzioso scorrere di un bene prezioso, che rifugge il concetto di “vetrina” o il coinvolgimento per forza nelle chiacchiere, nelle nostre parole. Per cui, misteriosamente, sono i piccoli e gli ultimi che confondono i sapienti. È nella piccolezza e nella debolezza che si manifesta la potenza di Dio. Credo in un solo Dio…»

Con queste battute, l’omelia assurge a trattato di resistenza culturale. In un’epoca (il 2026) dominata dall’egemonia dei social media, dalla costruzione artificiosa dell’io digitale, dall’urgenza di “esserci” e di “farsi vedere” per validare la propria esistenza, l’Arcivescovo rivendica l’assoluta eversione del Nascondimento. Coloro che reggono l’impalcatura spirituale e morale del mondo non sono i trendsetter o i potenti che occupano le cronache, ma i “contemplativi”, i padri e le madri di famiglia che si consumano nel dovere quotidiano, coloro che “trovano la forza di sorridere” tra le lacrime. Rifiutare il concetto di “vetrina” significa riappropriarsi della sostanza. La chiusura dell’omelia aggancia direttamente la professione di fede: credere nel “solo Dio” significa smettere di idolatrare l’immagine di sé.

V. Le litanie, la dedicazione e l’unzione

Terminata la liturgia della Parola, la liturgia si fa gesto potente e antichissimo. Prima che la pietra diventi altare, la comunità pellegrina sulla terra chiama a raccolta la Gerusalemme Celeste.

Le Litanie dei Santi (Trascrizione): «Signore pietà… Santa Maria Madre di Dio, prega per noi. San Giovanni Battista… Santi Apostoli e discepoli del Signore… Santo Stefano, San Lorenzo… Sant’Ignazio… Sant’Agostino, San Benedetto, San Francesco, Santa Caterina… (Con le preziose invocazioni al sensus fidelium agrigentino e siciliano) San Calogero, prega per noi. Sant’Angelo (di Licata), prega per noi… Signore liberaci dal male…»

 Il richiamo a San Calogero e a Sant’Angelo martire carmelitano, figure inscindibili dall’identità agrigentina, non è folklore, ma l’incarnazione del dogma. La grazia non annulla la natura e la storia locale, ma la perfeziona. L’altare di Santa Elisabetta si inserisce nella comunione ininterrotta dei testimoni della fede. Subito dopo, il Vescovo pronuncia la monumentale Preghiera di Dedicazione, che compendia tutta la storia della Salvezza attorno all’archetipo dell’altare.

Preghiera Solenne di Dedicazione (Mons. Damiano): «Ti lodiamo e ti benediciamo, Padre Santo. Perché il Cristo tuo Figlio, nel disegno mirabile del tuo amore, ha dato compimento alle molteplici figure antiche nell’unico mistero dell’altare. Noè, patriarca della stirpe umana, scampato al diluvio, edificò a te un altare e ti offrì un sacrificio, e tu lo gradisti, o Dio, rinnovando con gli uomini la tua alleanza. Abramo, nostro padre nella fede, in obbedienza alla tua parola eresse l’altare, pronto a immolare per compiacere a te il suo diletto figlio. Anche Mosè, mediatore della legge antica, costruì un altare che asperso con il sangue dell’agnello fu annunzio profetico dell’altare della croce. Infine il Cristo, nel mistero della sua Pasqua, compì tutti i segni antichi, salendo sull’albero della croce: sacerdote e vittima, si offrì a te, Padre, in oblazione pura per distruggere i peccati del mondo e stabilire con te l’alleanza nuova ed eterna. E ora ti preghiamo umilmente, Signore: avvolgi nella tua santità questo altare eretto nella casa della tua Chiesa, perché sia dedicato a te per sempre, come ara del sacrificio di Cristo e mensa del suo convito che redime e nutre il tuo popolo. Questa pietra preziosa ed eletta sia per noi il segno di Cristo, dal cui fianco squarciato scaturirono l’acqua e il sangue, fonte dei sacramenti della Chiesa. Sia la mensa del convito festivo a cui accorrono lieti i commensali di Cristo e, sollevati dal peso degli affari quotidiani, attingano rinnovato vigore per il loro cammino. Sia luogo di intima unione con te, nella gioia e nella pace… Sia fonte di carità per la Chiesa e rafforzi nei fratelli riuniti nella comunione il vincolo di unità e di concordia. Sia il centro della nostra lode e del nostro comune rendimento di grazie… Per Cristo nostro Signore.»

Questo testo è uno dei tesori più alti dell’eucologia cristiana. Qui la liturgia opera per tipologia: ogni altare dell’Antico Testamento converge verso il legno del Golgota, e dal Golgota si riverbera sulla pietra levigata di Santa Elisabetta. Vengono fusi concetti opposti ma complementari: l’altare è al tempo stesso ara (luogo di morte, immolazione, sacrificio) e mensa (luogo di vita, convito, intimità familiare). Si giunge quindi ai riti esplicativi, che coinvolgono l’olfatto e la vista, sancendo il trionfo della sensorialità teologica:

Unzione e Incensazione: Vescovo: «L’incenso della nostra preghiera, come il profumo, riempie questo tempio; così la tua Chiesa spanda nel mondo la soave fragranza di Cristo…»

Illuminazione: Vescovo: «Luce di Cristo rifulga su questo altare e siano luce del mondo i commensali alla cena del Signore…»

Il fumo dell’incenso avvolge la nuda pietra ora unta d’olio profumato, mentre le candele vengono accese, trasformando la lastra funebre in una tavola imbandita a festa per la resurrezione. La Chiesa sposa così la concretezza del mondo: aromi, luci, fumo, fuoco, pietra. Tutto il cosmo materiale è riassunto e redento su questa mensa. L’invito finale è squisitamente etico: i commensali che partecipano a questa mensa dovranno uscire dalla chiesa trasformati in “luce del mondo”. La celebrazione è poi proseguita verso il suo culmine intrinseco: la prima Liturgia Eucaristica celebrata sopra i lini stesi e la pietra unta.

Prefazio Eucaristico (Mons. Damiano): «…Sacerdote e vittima della nuova alleanza, ha voluto perpetuare nei secoli il sacrificio a te offerto sull’altare della croce… Qui si prepara la mensa del Signore, dove i tuoi figli sono radunati nell’unica Chiesa… In noi, Signore, insieme a tutti gli angeli e i santi, cantiamo con gioia l’inno della tua gloria…»

VI Conclusioni

Queste righe spero restituiscano in parte la caratura di un evento eccezionale. Attraverso l’edificazione del nuovo altare e la profonda lettura ermeneutica offerta dal Vescovo Alessandro Damiano, la Parrocchia S. Stefano Protomartire non ha semplicemente aggiunto un pezzo di pregio al proprio patrimonio artistico-architettonico. Ha ri-fondato, letteralmente, la propria identità. Il richiamo severo del Vescovo a scrostare la liturgia dai moralismi facili (la fretta di estirpare la zizzania) e dalle derive estetiche ridicole (l’altare usato come un mobile domestico) costituisce un programma pastorale vigoroso. L’altare ci obbliga alla verità. Lì sopra non c’è spazio per la “vetrina” o per il “disfacimento dei valori”: c’è spazio solo per la carne consegnata e per il sangue versato. Da questa consapevolezza rinasce la vera speranza, incarnata in quel “bene silenzioso” che, come il chicco di grano e il granello di senape, continua imperterrito a fecondare le fessure aride della storia contemporanea.

VII. Ringraziamenti – L’Ars celebrandi e la direzione liturgica

A margine di questa complessa disamina teologica e sociologica, e a coronamento dell’intero evento, un ringraziamento particolare e doveroso deve essere rivolto a chi ha materialmente orchestrato la “macchina” del rito. L’altissima qualità dell’ ars celebrandi vissuta dalla comunità di Santa Elisabetta non è, infatti, frutto del caso, ma di una sapiente e meticolosa regia. Il merito della perfetta conduzione e direzione liturgica di tutta la celebrazione va al Sac. Liborio Lauricella Ninotta. In veste di presbitero diocesano e, soprattutto, di Direttore del Centro per il Culto e la Liturgia dell’Arcidiocesi di Agrigento (nonché componente del Consiglio Presbiterale), Don Liborio ha guidato l’assemblea, i ministri e i concelebranti con autorevolezza e profonda sensibilità teologica. La dedicazione di un altare è uno dei riti più articolati, antichi e carichi di simbolismo dell’intero Pontificale Romano: gestire l’armonia tra i canti, l’unzione crismale, l’accensione dei fuochi per l’incensazione e la complessa prossemica presbiterale richiede una competenza non comune. La direzione del Direttore Liturgico ha permesso che la liturgia non scivolasse mai nel mero spettacolo esteriore, ma si mantenesse sempre aderente a quella “nobile semplicità” capace di far trasparire il Mistero, rendendo la celebrazione un capolavoro di preghiera corale e di rigore rubricale. A lui, dunque, va la profonda gratitudine della comunità e di quanti hanno potuto fruire della bellezza di questo storico evento.

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