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Armenia, processo al Catholicos Karekin II: lo scontro tra governo e Chiesa entra in tribunale

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Bratislava–Etchmiadzin, 7 agosto 2026

Il 7 agosto 2026 resterà probabilmente segnato come uno spartiacque nella storia della Repubblica di Armenia. Per la prima volta dall’indipendenza, il Catholicos di Tutti gli Armeni, Karekin II, è chiamato a rispondere in sede penale insieme ad altri sei alti prelati della Chiesa Apostolica Armena, in un procedimento che trascende la dimensione giudiziaria e diventa il simbolo di una crisi istituzionale senza precedenti tra Stato e Chiesa.

L’udienza di Etchmiadzin

Alle ore 16:00, presso il tribunale di Vagharshapat (Etchmiadzin), si è aperta la prima udienza preliminare del procedimento penale contro il vertice della Chiesa Apostolica Armena. Gli imputati – il Catholicos Karekin II, gli arcivescovi Nathan Hovhannisyan e Haykazun Najaryan, e i vescovi Vahan Hovhannesyan, Edgar Hakobyan, Artur Hakobyan, più un altro alto prelato – sono accusati di aver ostacolato l’esecuzione di una decisione giudiziaria civile relativa al reintegro del vescovo Gevorg Saroyan, destituito dalle autorità ecclesiastiche all’inizio del 2026. In caso di condanna, rischiano fino a due anni di reclusione.

Formalmente, il capo d’imputazione è tecnico: mancata esecuzione di un provvedimento civile. Sul piano sostanziale, tuttavia, il processo è letto come il punto culminante di mesi di tensione tra il governo di Nikol Pashinyan e la leadership di Etchmiadzin.

La cornice politica di una crisi istituzionale

La frattura tra potere politico e autorità religiosa si è aggravata progressivamente nel corso del 2026:

  • Il 5 gennaio 2026 il Primo Ministro ha lanciato pubblicamente una “roadmap” di riforma della Chiesa, prevedendo la rimozione del Catholicos, l’elezione di un locum tenens e la creazione di un consiglio di coordinamento con poteri di indirizzo sull’istituzione religiosa.
  • Pashinyan ha ripetutamente chiesto le dimissioni di Karekin II, sostenendo che non possa più esercitare il proprio ministero, e il suo partito ha inserito tra gli obiettivi politici la sostituzione del Catholicos entro il 2031.
  • Per la prima volta dall’indipendenza, il Catholicos non è stato invitato alla seduta inaugurale della IX legislatura del Parlamento armeno, interrompendo una tradizione consolidata.
  • A febbraio 2026 è stato emesso nei confronti di Karekin II un divieto di espatrio, mentre decine di sacerdoti e vescovi sono stati arrestati o sottoposti a procedimenti penali.

Secondo i critici del governo, l’uso dello strumento penale contro il vertice della Chiesa rappresenta un tentativo di indebolire un’istituzione percepita come ostile all’esecutivo e di ridurne l’autonomia in vista di una più ampia riforma del rapporto tra Stato e Chiesa.

Le reazioni della Chiesa e della società civile

La Chiesa Apostolica Armena e le organizzazioni vicine al mondo ecclesiastico denunciano il procedimento come politicamente motivato e come un attacco all’autonomia dell’istituzione religiosa e al suo ruolo storico nella difesa dell’identità nazionale armena. Diversi ambienti ecclesiali sottolineano che le accuse di “ostacolo all’esecuzione di una decisione giudiziaria” nascondono un’interferenza dello Stato in questioni interne alla Chiesa, in particolare sulla gestione dei vescovi e sulla disciplina canonica.

Organizzazioni per i diritti umani, comitati civili e gruppi di sostegno stanno preparando appelli e lettere per denunciare quello che definiscono un grave precedente per la libertà religiosa e l’indipendenza delle istituzioni spirituali in Armenia.

L’appello degli ex politici slovacchi

Nello stesso giorno dell’udienza, un gruppo di ex esponenti politici di alto livello della Slovacchia ha rivolto un appello al primo ministro armeno Nikol Pashinyan, chiedendogli di rispettare i principi democratici, lo Stato di diritto e l’indipendenza della Chiesa Apostolica Armena.

La lettera, indirizzata a Pashinyan tramite il Forum of Armenian Associations of Europe (FAAE), è firmata da quattro importanti ex rappresentanti delle istituzioni slovacche: l’ex primo ministro Ján Čarnogurský, gli ex presidenti del Consiglio nazionale František Mikloško e Pavol Hrušovský, nonché l’ex vicepremier e commissario europeo Ján Figeľ.

Nel documento, i firmatari richiamano i loro legami storici e personali con l’Armenia e sottolineano la centralità della Chiesa Apostolica Armena per l’identità nazionale e il patrimonio spirituale del Paese. Esprimono «profonda preoccupazione» per gli sviluppi politici in Armenia, evocando l’esperienza della Cecoslovacchia comunista, quando vescovi e altri esponenti della Chiesa cattolica furono sottoposti a persecuzioni giudiziarie e detenzione.

Secondo i firmatari, qualsiasi iniziativa percepita come un attacco alla leadership della Chiesa potrebbe suscitare preoccupazione tra gli amici e i partner internazionali dell’Armenia. L’appello collega esplicitamente la questione al percorso europeo dell’Armenia: il rispetto del pluralismo, della giustizia, dei diritti fondamentali e dei principi democratici è particolarmente importante mentre Yerevan dichiara di voler approfondire i rapporti con l’Unione europea e proseguire sulla strada dell’integrazione europea.

Il significato simbolico del processo

La vicenda di Karekin II ha ormai superato la dimensione strettamente giudiziaria: è diventata il simbolo di una battaglia più ampia sul futuro dell’Armenia, sul ruolo della Chiesa nella società e sui limiti del potere politico. Per molti osservatori, il processo di Etchmiadzin segna uno spartiacque nella storia recente del Paese, perché mette in gioco non solo la sorte di un leader religioso, ma il modello stesso di relazioni tra Stato e istituzione religiosa in una nazione che si considera la prima cristiana al mondo.

Se il processo dovesse concludersi con condanne pesanti, il rischio è un ulteriore inasprimento della polarizzazione sociale e una crisi di legittimità per le istituzioni; se invece si aprisse una via di mediazione, potrebbe delinearsi un nuovo equilibrio, ma al momento le posizioni appaiono molto distanti.

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